Mosaico di Heiko Caimi

Una nuova serie di scatti. Bruno, solo nella stanza, contemplava le sue ultime realizzazioni. Eliana odiava quella sua fissazione.
«È solo pornografia», era solita sentenziare.
«È architettura, amore», replicava lui, «Lo studio architettonico del tuo corpo».
Come se considerare il suo aspetto una struttura, un oggetto, potesse farla sentire meglio.
«Se fossi onesto, la chiameresti per quello che è», diceva lei a quel punto, con un’espressione di disgusto sul viso. Eppure continuava a prestarsi ai suoi esperimenti. E questa era la sola cosa importante, per lui: che credesse pure quello che voleva, purché non interferisse con la sua arte.
In un primo momento, era rimasto suggestionato da quadri come le “Architetture della donna” di Nilo Rossi, dalla “Rosa afrodisiaca” di Venditti, o da opere come la “Giraffa in fiamme”, il “Sito antropomorfico” o la “Premonizione della guerra civile” di Dalì. Proprio quest’ultimo aveva ispirato i suoi primi tentativi pittorici. Considerava la “Premonizione” la punta estrema, l’approdo finale di qualsiasi studio architettonico sul nudo, maschile o femminile che fosse.
Aveva dipinto le parti di Eliana in una miriade di ritratti.
Ben presto aveva sentito la necessità di una ricerca epidermica, più simile al vero: corpo e materia in comunicazione costante. Così era passato alla fotografia.
Ciò che per Eliana era morboso, per Bruno era amoroso: riteneva un estremo atto d’amore occuparsi del corpo di sua moglie come ci si occupa di un assoluto capolavoro. E il corpo di Eliana era un capolavoro. Non un corpo perfetto, ma un fisico la cui materia era plastica, e si prestava ad angolazioni inedite, a prospettive inconsuete, con la sua geometria a tratti morbida, a tratti acuta; lineare e curvilinea.
Bruno rubava scatti a Eliana costringendola a pose continue, anche quando questa meno se lo aspettava. Aveva scomposto il suo corpo in una moltitudine di singoli frammenti, e l’insieme che ne era uscito sembrava una paesaggio astratto fatto di luci, di ombre e di carne.
Eppure non era ancora soddisfatto. A quell’amalgama mancava un elemento, ma non riusciva ad individuare quale fosse. Sentiva di nuovo la necessità di addentrarsi nella materia in un modo più preciso, al tempo stesso intenso e carnale. Come quando era passato dalla pittura alla fotografia.
Poi, osservandola attentamente e paragonandola ai particolari che aveva impresso su pellicola, ebbe l’illuminazione: non sarebbe mai bastato fotografare, scomporre in immagini. Occorreva agire dal vivo: operare direttamente sul corpo. Tranciare, sminuzzare, ricomporre: non foto o dipinti, ma una scultura da plasmare e da lasciare a imperitura memoria. Una scultura di carne viva. Creata con l’attenzione del chirurgo e lo sguardo dell’esteta.
Per ogni momento di consapevolezza artistica, riusciva a materializzare nella sua mente lo strumento. Così era stato per i colori, acrilici e tempere, e i pennelli, per la pellicola e la macchina fotografica. Il suo pensiero lo condusse direttamente al set di coltelli da cucina che i suoceri gli avevano regalato per Natale.

©Heiko Caimi, 2020

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