La medicina

La medicina
di Anna Martinenghi

Infrangibili. Le persone dovrebbero nascere infrangibili: rimbalzare quando cadono, ammaccarsi sulla superficie, ma rimanere intere. Invece noi umani non lo siamo per niente e oggi che dovrebbe essere il giorno più felice della mia vita mi sento a pezzi. Sono rimasta intera alla festa del dipartimento, intera coi colleghi e i loro sguardi invidiosi, intera –sebbene non proprio sobria – con gli amici a festeggiare la mia prima pubblicazione su Archeology. A casa non ce l’ho fatta. Già sul taxi che mi portava in aeroporto le lacrime hanno iniziato a mettersi in fila. Le ho scacciate, ma come formiche si sono ricomposte in battaglioni ordinati sulla scaletta dell’aereo. Le ho deglutite fingendo di dormire sul volo. Le ho ritrovate agli arrivi internazionali scorgendo il volto invecchiato, ma sempre bellissimo di papà. Le ho versate sulla sua spalla, mentre mi abbracciava stretto. Sapevo che quello era solo il primo atto.

Avere un articolo sull’Archeological Institute of America è stato il mio sogno da quando mi sono specializzata in restauro archeologico. Ci fantasticavo lavorando a reperti non più grandi di una scheggia, su cui trascorrevo mesi di vita. Era improbabile come vincere il Nobel o cantare a San Remo. Improbabile, non impossibile. Il possibile è venuto a furia di schegge ripulite, accostate e ricomposte nell’immenso puzzle della storia. Un riconoscimento inaspettato dal mondo lento e paziente in cui ho scelto di lavorare. Avevo finalmente qualcosa di cui andare fiera e da condividere con le persone che amo. Tranne una.

Il secondo atto è stato più difficile. Papà fa sempre finta di niente. Finge che la malattia di mamma non l’abbia portata via, finge che quel che resta di lei: un corpo vuoto a cui talvolta tornano ricordi lontanissimi, sia la stessa persona che ha sposato, la stessa con cui ha vissuto felicemente per 38 anni e che ha cominciato a perdere pezzi di coscienza da sette. Lo ammiro. Deve accudirla in tutto: lavarla, pettinarla, aiutarla a mangiare e bere, intuire se sta male, portarla a passeggiare, metterla a letto la sera. Non si stanca mai di guardarla, accarezzarla, starle vicino con quell’amore che io invidio, ma che non capisco fino in fondo, perché troppo grande. Io non riesco a fingere. La cicatrice che ho sulla guancia non si è mai rimarginata davvero. Parlavamo e ridevamo quel giorno. Era un giorno buono. Mamma era lucida e in forma quel pomeriggio d’estate di cinque anni fa. I vuoti di memoria sembravano solo un brutto scherzo di una malattia che aveva solo fatto finta. Sistemavamo i piatti del servizio buono che aveva voluto lavare e sistemare. Amava la ceramica fine col bordo dorato, prezioso regalo di nozze di molti anni prima. Me li passava uno per volta uno e io li riponevo con cura nella vetrinetta, poi il vuoto: lei che si gira verso me e con tutta la forza e mi tira la fondina in faccia gridando «Maledetta ladra!». Il piatto aperto a metà, come la mia guancia. La malattia non stava scherzando. Quel taglio rappresenta il confine fra la nostra vita di prima e quella di adesso. Forse un giorno, mi farò operare per togliere la cicatrice e rimettere il pezzo che manca. Le lacrime sono tornate a spintonarsi per scappare fuori mentre papà leggeva orgoglioso la traduzione dell’articolo a mamma.

Poi quelle parole: «Hai visto Teresa com’è brava Bea a rimettere insieme le cose? Ti ricordi quando ruppe la medicina?». La cicatrice è tornata a pulsare su quel “ti ricordi?”. No, che non può ricordarlo e nemmeno io fino a quel momento. 

Quell’inverno avevo otto anni, ne avrei compiuti nove alla fine di quel mese di gennaio in cui scese un metro di neve, crollarono tetti, chiusero le scuole e scoprii per la prima volta la fragilità di noi umani. Nevicava da tre giorni e quattro notti. La neve era arrivata silenziosa, col buio, insieme alla tosse di mia sorella. Neve e tosse, eventi naturali dell’inverno, si tramutarono in meno di settantadue ore in qualcosa di eccezionale.  Il lieve spolvero del mattino si era fatto mucchio, la neve cadeva senza sosta in falde umide e pesanti. Caviglie, polpacci e ginocchia la misuravano. Mia sorella tossiva, tossiva e tossiva, posseduta da sussulti e gemiti sommessi.  «Potrebbe essere pertosse o broncopolmonite» aveva detto il dottore «Fare una diagnosi al telefono mi è impossibile, specie a una bambina di tre anni. Se riuscite, cercate di procurarvi dello sciroppo antibiotico, della classe cefalosporine, io cercherò di passare prima possibile…». 
«Ce-fa-lo-spo-ri-ne/ Ce-fa-lo-spo-ri-ne/ Ce-fa-lo-spo-ri-ne» ripeté mamma scrivendosi quel nome astruso sulla mano. Un gesto che ho ereditato anch’io nel Dna.
Due chilometri possono sembrare una distanza risibile da affrontare, ma in quei giorni, non erano davvero una passeggiata. Le macchine erano sommerse, le strade sparite, i rari spazzaneve aprivano varchi colmati subito da nuovi fiocchi. Sembrava non finire mai. Papà infilò gli stivali alti da pescatore e una cerata gialla, come se avesse dovuto affrontare il mare in piena pianura.
«Voglio venire anch’io! Voglio venire anch’io!» gridavo e mi ero già messa gli imbarazzanti doposci rosa, più lunghi di tre numeri, ereditati da mia cugina Rita. Voce di uno che grida nel deserto. Rimasi in casa con gli stivaletti imbottiti del numero sbagliato e la delusione di chi è l’unico a non essere stato invitato alla festa del secolo. Niente neve per giocare e niente neve da sfidare. Stare tranquilla non è mai stato il mio forte.
Rimasi incollata alla finestra per un tempo che mi sembrò lunghissimo. Guardavo la neve e la neve guardava me. Tutto era fermo, tranne il cielo che si crepava in larghi pezzi. La calma del bianco fuori, cozzava con la tosse furiosa di mia sorella dentro. Una tosse disperata, interminabile. Mamma l’abbracciava e la consolava, con occhi gonfi e preoccupati. Io digerivo gomitoli di filo spinato: tanto inquieta da non riuscire a star ferma. Finalmente vidi un’ombra spuntare dal cancello. La neve era così alta che a ogni passo era necessario alzare la gamba, come per scavalcare un ostacolo, spingendo in avanti la coltre e facendo spazio per il passo successivo. Papà rientrò fradicio e sudato. Qualche anno più avanti avrei letto Moby Dick ritrovando in mio padre lo sguardo serio e ossessionato del capitano Achab. Papà però aveva il sacchetto della farmacia: era il mio eroe. 
Il resto lo ricordo al rallentatore: la bottiglietta di sciroppo sul tavolo, io che voglio abbracciare papà e gli volo addosso urtando il contenitore di vetro. “Come un gigantesco ariete la fronte della bestia urtò la prua della nave. La chiglia ne fu sfondata”. Mio padre mi guardò con lo stesso sguardo con cui Achab deve aver fissato Moby Dick. Per terra una pozzanghera di schegge lucide.  
Sapevo di averla fatta grossa. Non ci fu bisogno delle parole. Lo leggevo sulle loro facce. Erano sconvolti, ma non mi sgridarono. Peggio: litigarono. Mamma raccolse da terra un po’ di sciroppo con le dita, cercando di farlo succhiare a mia sorella. Papà si arrabbiò moltissimo. Tossiva anche lui. Tossiva e gridava. Gridavano e mi ignoravano. Mi sembrava di essere sparita, inghiottita in un buco nero. Mio papà e mia sorella sarebbero morti di certo per colpa mia. Stavo accumulando materiale per dodici generazioni di analisti. Mi misi a piangere.
«Non l’ha fatto apposta» ripeté papà cercando di tranquillizzare mamma.  «Sì, ma non può nemmeno passarla liscia, è grande ormai e deve cominciare a capire che tutto ciò che fa ha delle conseguenze». Parlavano come se io non ci fossi. Però non urlavano più. «Non la dobbiamo punire, però…» concluse papà. Mamma si era calmata e aveva un piano. «Verrà con me e le spiegherò ogni cosa. Tu resta qui con Stella, che ti sei già zuppo abbastanza. Vorrà dire che stasera berremo tutti sciroppo!»
Se non sono cresciuta psicopatica, con atroci sensi di colpa, è perché quel pomeriggio mia mamma mi spiegò davvero ogni cosa: «Non è successo niente. Se c’è una soluzione le cose si sistemano. Sempre. E adesso copriti bene che andiamo». Così sistemammo le cose: attraversando due chilometri di neve, a caccia di Cefalosporine. Quel pomeriggio scoprii che le persone sono fragili, anche quando diventano grandi. Scoprii che anche i miei genitori lo erano e che le persone rotte diventano taglienti da ogni lato, ma se vogliono nessuno può fermarle, perché andare in pezzi ci moltiplica. Io e mamma non eravamo ancora uscite dal cortile e già eravamo nevischio e sudore. Ero troppo vestita e miei stivaletti lunghi si riempirono subito. Sentivo la schiena bagnata, il viso in fiamme, le guance bollenti sferzate da spigoli di gelo. Sui lati di quella che doveva essere la strada, dove gli spazzaneve avevano ammassato la neve dal primo giorno, i cumuli erano molto più alti di me. Il paesaggio era straniante: il bianco aveva cancellato ogni riferimento orizzontale. Del mondo che conoscevo rimanevano sole case e le piante più alte. Mi affannavo in quel niente compatto scavalcandone lo spessore. Mamma mi apriva la strada. La neve mi stava mostrando ciò che un genitore fa davvero nella vita dei figli.  Cadevo di continuo. Non mi importava: un misirizzi era un dilettante al mio confronto. Ero fredda e calda allo stesso tempo. Cadevo e tornavo su, inciampavo, ma andavo avanti perché avevo un obiettivo e niente e nessuno mi avrebbe fermato: la mia infanzia era appena andata in pezzi. La fragilità di miliardi di fiocchi si faceva forza e io stavo rimettendo insieme ben più di una bottiglia di sciroppo. Gli eschimesi avranno pure cento modi di chiamare la neve, io quel pomeriggio la chiamai fatica e ancora oggi quando affronto un problema, ho la sensazione fisica di dibattermi contro qualcosa di solido.
Avvistare l’insegna della farmacia mi diede la stessa gioia che deve provare chi arriva in vetta all’Annapurna senza ossigeno. La prima medicina fu il conforto che il farmacista offrì a noi e agli altri disperati che si erano messi per strada in quelle condizioni. «Via quelle scarpe e quei vestiti bagnati» disse porgendoci coperte e salviette «per oggi non ho bisogno di altri clienti». Ancora ricordo il sapore del tè speziato che bevemmo tutti insieme e delle caramelle alla propoli con cui mi riempì le tasche prima di andarcene. 
Per fortuna aveva ancora lo sciroppo: «È l’ultimo alla Cefalosporina. Con questo tempo non so quando arriverà la prossima consegna». L’ultimo stramaledetto, in un’altra stramaledetta bottiglia di vetro. Il farmacista porse il resto e il sacchetto con la medicina alla mamma.  «No! Questo lo porta Beatrice, è venuta fin qui apposta». 
Sì. Ero lì proprio per quello. E il ritorno lo feci sulla fune immaginaria di un equilibrista la cui ragione di vita sta nel passo successivo. Sparì la neve, sparirono il freddo e la fatica.  La stessa bambina che aveva fatto il danno, incollava i suoi vecchi pezzi in una forma nuova. Pensavo di coincidere con quella bottiglietta che reggevo come il Sacro Graal, invece per la prima volta ero presente a me stessa: la persona che sarei potuta diventare e che ancora non conoscevo. Mamma non diceva niente, non doveva. Quella medicina serviva più a me che a chiunque altro. Finalmente casa. Stella sembrava stare meglio, tossiva molto meno. Si era goduta due ore di coccole in braccio a papà e dopo una cucchiaiata di sciroppo, si addormentò tranquilla. Anche la neve fuori sembrava essersi calmata, la mia inquietudine svanita. Mai sottovalutare ciò che piccolo e lieve e solo in apparenza dimenticato.

© Anna Martinenghi, 2020

 

Anna Martinenghi

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