J.un.CO di Barbara Garlaschelli

Barbara Garlaschelli

è

Joyce Carol Oates

(Scrittrice)

 

 

Sono nata a Lockport il 16 giugno 1938.
Sono cresciuta a circa 20 miglia da Niagara Falls. Ci torno spesso a trovare la mia famiglia che vive ancora lì.
Oh, le cascate del Niagara… Non credo mi abituerò mai a quello spettacolo. Guardo l’acqua buttarsi a precipizio là sotto e mi riempio del rumore assordante della caduta.
Cadere… Cadere è come scrivere (il rumore dell’acqua. Il frastuono nella testa. L’odore secco e dolce di nuvole e gocce). Ci vuole immaginazione per arrivare vivi laggiù in fondo.
Ma le cascate e la città sono due cose diverse. I turisti conoscono le cascate, le fotografano, ci vanno in luna di miele. Ma la realtà di Niagara Falls è quella di una città americana tormentata, che si è impoverita col passare degli anni. La guardo e fatico a riconoscerla. Mentre le cascate… beh, sono eterne, sempre uguali a se stesse, meravigliose e terribili.
(Cassscate… casssscate cassscate sentite che suono? È il suono dell’acqua…).
Se penso a quella città penso a me stessa e a quegli anni. Il 1950. È davvero tanto tempo fa. La gente si vestiva in modo molto differente. Le donne erano strette nei loro busti mentre gli uomini erano quasi sempre in giacca e cravatta. Protetti da questa divisa di apparente perbenismo. Non si parlava di sesso. Gli uomini sapevano cose che le donne nemmeno sospettavano sul sesso. Una brava ragazza doveva arrivare vergine all’altare.

Se sono stata una brava ragazza? Forse sì e forse no. Non è importante. I miei personaggi lo sono, le mie storie.
Sono esile e resistente come un giunco.
Osservo il mondo attraverso lenti spesse che mi danno una sguardo un po’ smarrito, ma niente di me si smarrisce, raccolgo tutto nelle parole.
Non riesco a immaginare la mia vita senza le parole che ho scritto. E a volte mi fanno notare che, forse, ne ho scritte troppe.
Lavoro molto e rivedo molto il mio lavoro, quindi non mi sembra di scrivere molto. Cucio e ricucio storie, intreccio sostantivi, aggettivi, verbi, ricamo dialoghi e scolpisco personaggi. Questo è ciò che faccio (la mia biografia è nelle mie storie. Una somma di tante vite. Un eccesso di esistenze). Questo è ciò che sono.
Gli intervistatori snocciolano i titoli dei miei libri, dei racconti, dei saggi come fossero piccole accuse:
Quelli
Notturno
Un’educazione sentimentale
Sulla boxe
Acqua nera
Figli randagi
Zombie
Una famiglia americana
Perché sono uomini
La ballata di John Reddy Heart
Blonde
Figli e madri
L’età di mezzo
Un giorno ti porterò laggiù
Bestie
Occhi di tempesta
Le cascate
Tu non mi conosci
La madre che mi manca
La femmina della specie
Vittima sacrificale
La figlia dello straniero
Una brava ragazza
Sexy
Uccellino del Paradiso

Mi dicono: «Lei ha scritto tantissimo…» E allora Dickens? Trollope, Henry James, Stephen King? Il fatto è che ci sono molte storie importanti e avvincenti da narrare e gli scrittori ne sono  attratti in maniera irresistibile. Come le falene dalla luce. O i pescatori dal mare. Tu lasci la riva tranquilla e ti avventuri in una vita che scopri piano piano (ascolta la mia voce, dice il personaggio. Ascoltami...).

E sapete perché ci sono così tante storie? Perché sono malattie e cure al tempo stesso. Non voglio vergognarmi di essere romantica, idealista. Amo sognare a occhi aperti e questo succede sempre quando scrivo o quando leggo. Viaggio in un mondo che è tutto mio e che poi diventa altro da me.

La maggior parte di quello che scrivo scaturisce proprio da un qualche genere di ossessione. Spesso si tratta di un luogo (la mia casa di bambina, la mia stanza, la rivedo, sento il profumo di vaniglia che aveva addosso mia madre), o di un’immagine, o magari di una persona o di un evento. Resta lì nella mia testa, si muove, evolve, si sposta, sembra scomparire per ripresentarsi nel momento in cui ne scrivo.

Per me non c’è altra verità che questa: l’arte è un mezzo per aumentare la compassione umana. È un’avventura all’interno della pura bellezza e della stranezza.
È dare voce alle mie ossessioni (si muore, sì, e si muore soli, sì e veniamo dimenticati come fossimo fatti di un velo leggero che il tempo brucia).

Non so perché scrivono gli altri. Io so che lo faccio per l’oggi perché, ricordatelo, non esiste la posterità. Esiste l’immanenza.
(Qui. Ora. Per sempre.)

Ci sono due cose che so fare: scrivere e insegnare. Lo dico sempre ai miei allievi: «Non abbiate paura a essere sinceri, non vergognatevi di aprirvi, di raccontare quel che per voi conta davvero.»
Scrivere non è una gara, perché nessuno vince davvero.
Scrivere è re-inventare, re-immaginare, ricostruire un universo.
È il modo più umano che conosca per comunicare. Il più commovente (quando mio marito è morto ho pensato di uccidermi, di lasciare tutto. Sono state le parole a tenermi agganciata alla vita. Sono state le storie…).

Se penso alle ossessioni penso a Blonde. Quanto è stato difficile scrivere questo libro… Mi sono innamorata di Norma Jeane e non volevo che morisse, eppure era inevitabile, doveva accadere. (Dalla mano della morte accettai il dono. Forse sapevo cos’era. Chi lo mandava.1) Ho sofferto molto scrivendolo e vorrei non mi capitasse più un dolore del genere. Non volevo lasciarla andare, Norma Jeane (le persone che amiamo non dovrebbero morire mai. Per questo scrivo. Nella fuggevole illusione di renderle eterne). E quando non riesci a lasciare andare via i morti, loro si ribellano. L’ho imparato con gli anni. Non sono i morti a restare aggrappati a noi, ma il contrario. È una cesura necessaria. È un taglio che devi praticare nella tua mente. Solo così puoi continuare a scrivere altre storie (e continuare a vivere. Ma è davvero questo che voglio? È questo).

Tutto è cominciato con una foto di Norma Jeane. Aveva diciassette anni in quel ritratto. Era il 1944.
Mi sembrava che quella ragazza non assomigliasse per niente alla Marylin Monroe che avevo sempre visto nei film e sulle riviste patinate. Niente capelli platinati, niente strepitosa bellezza. Appariva dolce e carina, la tipica ragazza americana come ce n’erano a migliaia. In quel momento che ho deciso di voler esplorare la grande distanza tra l’io pubblico e quello privato.

Più ne scrivevo, più pensavo che ognuno di noi avrebbe potuto essere Norma Jeane. Avrebbe potuto essere trasformato da qualcuno di molto potente, come le Major di Hollywood, in una persona diversa da quella che era inizialmente.

Poniamo il caso che qualcuno abbia influenzato le vostre scelte a vent’anni, vi avesse rifatto l’immagine e vi avesse fatta diventare un’attrice di cinema. Non sareste più stati voi stessi, ma avreste avuto una personalità pubblica del tutto snaturata dalla vostra vera essenza.

La sua bellezza era diventata qualcosa di totalmente artificiale, legata al trucco. A una certo punto del libro descrivo un’occasione in cui ci vollero quattro ore di seduta di trucco per prepararla a un evento mondano. Marylin è sempre stata molto attraente e aveva una bellezza fresca, ma non era strepitosa al naturale. Era un prodotto, un ruolo. Norma Jeane era la donna reale costretta a evolvere, o a involvere, in Marylin Monroe, un simbolo di splendore, la donna che sarebbe rimasta nella memoria del mondo spesso per frasi banali come “Come mi vesto la notte? Con 5 gocce di Chanel n. 5!”.

A ognuno di noi potrebbe capitare un’esperienza simile: essere trasformati in qualcuno che non ci somiglia affatto, nostro malgrado o con il nostro consenso, senza capire che il risultato finale sarà stato un pugnale contro noi stessi.
Io, come scrittrice, mi ci sono riconosciuta.
Norma Jeane era una ragazza che cercava in tutti i modi di essere amata. Era una donna che lavorava, che diventò una donna in carriera, e che lavorò sempre, tranne quando rimase incinta. Lavorava da quando ha sedici anni e prendeva lezioni di danza, di recitazione, di mimo. Era una tipica donna americana della seconda metà del ventesimo secolo, che cercava di essere tutto, di essere amata dalla sua famiglia – che avrebbe voluto un marito, un figlio – ed era terrorizzata dall’idea di non riuscire nella vita.
Credo che se avesse avuto meno paura del teatro una vita sul palcoscenico avrebbe potuto salvarla. La sua condanna fu tornare a Hollywood. Appena tornata lì dovette fare la scema Marilyn Monroe, e cominciò a sentire che stava invecchiando e che la giudicavano male.
Si suicidò soprattutto perché si sentiva inutile, aspettando invano che il padre la riconoscesse e che una madre troppo malata la apprezzasse.
La sua è stata una tragedia molto americana, non doveva accadere ma accadde.

Questo ti spinge alla morte. Sentirti inutile, vuota…

Quando mio marito è morto (portami con portami con te portami con te) anch’io ho sentito che volevo morire, che niente aveva più senso, senza di lui. Ero persa.
Poi, le parole, mi hanno tenuta qui.
Scrivere mi ha tenuta qui.
Mi hanno fatto mille interviste, mille domande che si riducono sempre a una sola. La domanda. Cos’è per lei la scrittura, signora Oates?

(Cos’è per me la scrittura, signora Oates?)

Un’intuizione, un lampo, una visione. L’eccitazione viscerale per una scena, come un pulsare, un palpitare che cresce e irrompe nel cervello e dilaga sulla pagina. Qualcosa di potente e di effimero su cui poi devo lavorare per giorni, mesi, talvolta anni.

Un fiume da arginare.

Scrivere è un odore che sento (di foglie bagnate, di fango, di erba tagliata). Odori che mi portano in luoghi dove sono stata (l’odore di un minerale, della neve, del legno marcio, di una stalla). Gli odori hanno la stessa potenza dell’intuizione. Evocano immagini, viaggiano nel tempo e ti riconducono a casa. Nella casa che non hai mai lasciato, pure se vivi altrove, pure se non la vedi da molti anni.

Cos’è per lei scrivere, signora Oates?

È riempire il mondo di parole. Per questo scrivo ovunque e sempre. Scrivo a mano perché mi piace sentire la stanchezza del gesto. La concretezza del mio mestiere. La maggior parte delle persone pensa che scrivere sia una fatica mentale, ma non è così. O non è solo così. Scrivere è contrarre le spalle, respirare tra una frase e l’altra, tenere il capo chino, per ore.

Devo averlo detto durante un’intervista: gran parte del mestiere del narratore è simile a quello del camionista di lunghe tratte: ogni mattina salti nell’abitacolo di questo veicolo gigantesco, e parti. Attraversi paesi, città, macini chilometri e chilometri di autostrada e poi statali e poi ancora autostrada. Al tuo fianco sfrecciano case, alberi, persone, macchine e tu vai vai e vedi fino a dove riesci ad arrivare prima di essere a pezzi, esausto, senza più forze.
È così che scrivo, io. Fino al limite delle mie capacità fisiche, fino a quando la mano lancia grida di dolore, come fosse una cosa a sé. Non c’è nulla di sacrificale in questo; è solo il mio modo di avanzare nel mondo delle parole.

Ricordo bene i posti dove sono cresciuta, dove ho vissuto (la mia stanza, sì, la mia stanza). Non penso che potrei e saprei scrivere senza un senso così vivido, profondo, visivo di un luogo. Quello che dà un senso alla mia scrittura è il desiderio di celebrarlo , di rievocarlo attraverso il linguaggio. Ogni parola si compone attorno alla visione del posto di cui voglio raccontare. Spesso si hanno solo vaghi ricordi dei posti. Ecco, la scrittura immortala il paesaggio, lo rende eterno e conoscibile. Lo avvicina a noi, come lo abitassimo continuamente.

La scrittura è incanto, rapimento. Saper trasportare in un altrove te che stai scrivendo e chi ti leggerà. Resto affascinata da come una trama riesca a entrare nella vita delle persone e poi le trasformi.

Spesso racconto di fatti veri, riletti attraverso i miei occhi e le mie parole e in questo modo reinvento delle esistenze pur rimanendone in qualche modo fedele. La figlia dello straniero, per esempio, è sì inventato ma è anche ispirato alla vita di mia nonna, la madre di mio padre. La sua esistenza e quella di mio padre furono del tutto trasformate dalle azioni del mio bisnonno, uno squilibrato violento, che un giorno le ha risparmiato la vita. Era armato di fucile e voleva ucciderla. Non l’ha fatto, e io sono qui.

La mia vita sono i libri che ho scritto. Non ho mai viaggiato molto, non ho avuto esperienze, come dire, avventurose. Tutto ciò che sono è racchiuso nelle pagine dei miei libri.

L’insonnia che mi afferra quando mi allontano da casa mi ha fermata tante volte. Ho viaggiato con la mente, questo sì. E continuo a farlo (sogno città verticali che galleggiano su fiumi straripanti e sogno bambine bionde, bellissime rubate da aquiloni). Faccio lunghi viaggi d’inchiostro e di carta.

I miei libri fanno sempre discutere. Io attiro sempre polemiche. Sia in Blonde che in Acque nere racconto del ruolo che la famiglia Kennedy (John nel primo, Ted nel secondo) ha avuto non solo nella storia americana, ma in quella delle donne. La famiglia Kennedy è ancora molto potente in questo paese, ma ci sono molte persone critiche nei loro confronti e molti libri hanno dimostrato che John F. Kennedy era pessimo con le donne, teneva alla famiglia e alla moglie, ma si comportava malissimo con le altre. Le usava. Così come ha fatto Ted. Le hanno usate restando impuniti, lo. Mentre le donne sono morte.

Spesso scrivo di adolescenti. Ne scrivo perché mi identifico in loro, nella loro incessante ricerca, nel loro essere sempre dubbiosi, a volte scettici, ma anche nello stesso tempo idealisti e pieni di speranze.

In quella fase le emozioni fioriscono, possono esplodere libere; quando invecchiamo invece tendiamo a entrare in compromesso con la società; non dico che diventiamo ipocriti, ma semplicemente ci adattiamo, non siamo così vicini alle nostre emozioni come lo potrebbe essere un teenager, perché si stratificano vari aspetti su di noi e questo ci porta a cambiare (i momenti di felicità si assottigliano, diventano carta velina), a essere meno entusiasti.


Quando si esplora una personalità umana, come fa uno scrittore, e si va in profondità, si arriva a percepire quella che è la complessità dell’animo ed è a quel punto che emergono i paradossi (oscena tenera devastata creatura). Quello che cerco di fare io con la mia scrittura è di migliorare, di enfatizzare l’esperienza umana, cercando di essere oggettiva nei confronti di quella che è la vita, di quello che noi sperimentiamo, evitando le semplificazioni della società reale, in modo particolare quella di oggi.

Io credo una cosa e la credo con tutto il cuore: ogni vero artista deve avere a che fare con l’ ansia, con l’angoscia, con il dolore e li sopporta in vista di una meta finale. Senza questa mira superiore il dolore diventa gratuito e del tutto insopportabile. Perché c’è una strana forma di follia, di masochismo, nel lavoro dell’artista: come se si provasse piacere nel soffrire.

Come se soffrire fosse l’unico modo per sentirsi vivi.

©Barbara Garlaschelli

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Joyce Carol Oates, Blonde, Bompiani

 

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