Hangover [2] di Roberta Lepri

@foto da Pintarest
foto da Pinterest

DEAR MARK

Caro Mark,

figurati che io ero uno di quelli che detestava i social. Poi però odio anche restare indietro, voglio dire, io ero giovane negli anni 70, sono uno che sgama il figlio che si fa le canne dal taglio del cartoncino che contiene le cartine per sigarette… non so se mi spiego. In ogni caso, uso Facebook con le dovute distanze. Molti volti fotografati, quasi nessun vero conoscente. Tutto molto finto e ritoccato. Gli amici qui galleggiano come meduse nell’etere, che poi è alcol. E a tal proposito, mi verso un altro bicchiere di vino. Tremila amici, ne conosco per davvero una cinquantina, compresi figli, nipoti e cugini. E poi, una mattina.

Caro Mark,

adoro i social e li uso tutti. Non ti offendere, ma trovo Twitter molto più interessante e utile di Facebook, che mi pare puerile, una specie di diario come quelli che tenevamo da piccoli. Divertente, certo. Puoi raccontare, pubblicare, girare piccoli video che non vedrà quasi nessuno, nemmeno quelli che ci mettono sopra il like. Preferisco sentir cinguettare il telefono. E girare il mondo con Istagram, oppure prendermi le foto su Pinterest. Tutti questi uomini che mi chiedono amicizia, poi, e in posta privata ci provano. Ciao, grazie per l’amicizia. Ma quale amicizia. Ciao, grazie a te. Io rispondo con educazione, sempre. E se poi si azzardano ad aggiungere un’altra frase cretina, li blocco. A parte quello che due mesi fa ha ringraziato e sorriso, ha ripetuto la frase due volte, per sbaglio, credo. Poi è sparito.

Caro Mark,

ancora io. Vorrei farla breve. Mi ha scritto lei dopo una settimana. Una cosa assurda e incredibile. Suonava come un ringraziamento per essere stato riservato. Ha detto proprio così “quello che preferisco in certi uomini è la riservatezza”. Io sono restato a fissare lo schermo. Poi ho guardato la sua foto e le parole hanno iniziato a mischiarsi. “Certi in uomini preferisco che quello riservatezza la”, rimbalzavano proprio, e sembravano di gomma. Ho pensato che tu avessi inventato una cosa nuova, che si fosse installata da sé durante l’ultimo aggiornamento. E invece era il mio cervello in pappa.

Caro Mark,

è andato tutto così velocemente. Io non gli ho dato il mio numero. Voglio dire, se ti scrivo che amo la riservatezza, poi che faccio, ti mollo il cellulare dopo due giorni? E allora lui mi ha chiamato al lavoro. L’ho riconosciuto subito, dalla voce che non avevo mai sentito prima. Voce strana, voce metallica, voce roca. Voce boh che ne so com’è. Ogni volta che la sento mi fa schizzare il battito del cuore alla radice dei capelli, pensa tu. Poi mi ha detto vediamoci. Io gli ho detto no. Lui è venuto lo stesso. Capirai, un’ora di treno, che ci vuole. Ricordo il mare, ricordo un paese con strade in salita che abbiamo percorso abbracciati. Nessuno mi aveva mai baciato tanto. Da nessuno mai mi ero fatta baciare tanto. Un giorno perfetto.

Caro Mark,

mi ha fatto impazzire. La penso mentre lavoro, la penso esattamente quando non la dovrei pensare. Al mattino vado a vedere su messenger a che ora ha smesso di collegarsi. Chissà con chi parla. Stronza. Libera e stronza. Le mando messaggi dai posti più improbabili. Foto mie, foto sue. Era così carina con i pantaloni a quadrettini rossi, sembrava una ragazzina. Un giorno mi ha detto che era il caso di farla finita. Abbiamo i nostri problemi. Il problema vero è che di problemi non ce ne sono, non quando siamo insieme. Dopo tre giorni senza sentirla mi sarei fatto espiantare il cervello, pur di non pensarla più. Poi è tornata.

Caro Mark,

devo fare degli omissis. Non posso raccontarti di quando sono scappata e sono tornata e lui era così felice e io ho deciso di non scappare più. E di quando devo mordermi le mani per non mandargli tremila messaggi che poi vai a capire chi può vederli. Eviterò di dire di cosa è stato capace di fare con il mio corpo. Certo, potrei più facilmente raccontarti cosa sono riuscita a fare io con il suo. Ma queste sono cose intime. Lo abbiamo capito che a me piace la riservatezza. Perciò, no comment.

Ciao Mark,

da questo letto disfatto, ti scriviamo insieme. Il pc appoggiato sul suo culo delizioso. Ogni tanto lei si inarca e dice, aggiungi questo, diglielo a Mark. Poi ride. Il vino le piace, ne beve un altro sorso. Io la prego di non muoversi, altrimenti mi tocca saltarle addosso un’altra volta, e la lettera non la finiamo più. Invece a noi pare importante. Ridiamo ancora, più forte. Ridiamo con le lacrime agli occhi. Chissà com’è che hai fatto, noi due insieme abbiamo 110 anni, e ci siamo trovati dopo 126 vite.

Grazie, Mark.

© Roberta Lepri, 2016

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