Cuento de libertad di Ygor Varieschi

Román guarda verso il cielo. Delle nuvole striate si disfano al vento. Sulla strada sterrata non passa nessuno da un’ora. Se da quelle parti hai un incidente, ti trovano prima i lupi degli uomini. Il posto perfetto dove fermarsi, quando occorre fermarsi per decidere.

Julieta gli ha scritto una lettera. Da Bariloche, dove è andata a studiare medicina. Lui l’ha letta così bene che la può recitare a memoria. ‘Potresti venire anche tu a Bariloche’ gli scrive. ‘Mi manca il nostro tempo insieme. Mi manca chiudere gli occhi e sprofondare in un abbraccio, uno di quelli dove non ci si dice niente, perché le parole si devono usare per fissare le cose, e i silenzi per lasciarle andare.’

Alla lettera, all’immagine di Julieta che ricorda, Román parla. Persino per la lucertola che esce dall’erba e risale sul muro accanto alla strada, lui è soltanto un loco. Solo i matti parlano da soli, oppure i visionari. E lui è un visionario. Vede il gioco una frazione di secondo prima degli altri. Per questo è così bravo nell’unica cosa che sa fare. Giocare a calcio.

Al termine della salita dovrebbe guidare per trecento chilometri verso Buenos Aires, dove un signore lo sta aspettando. Román è un volante, quello che in campo disegna le trame di gioco, solo che al posto delle mani lui dipinge con i piedi. Ha il numero cinque sulle spalle, le basette folte e i capelli ribelli che li pettina solo il vento. Dicono tutti che è un po’ loco perché è sempre rimasto in una piccola squadra di periferia, rifiutando tutte le offerte dei migliori club del paese. È loco perché non gliene frega niente dei soldi e della fama. A lui interessa solo quel campo verde dove il tempo si dilata e lui si sente per sempre bambino, dove con un pallone tra i piedi non ci sono dittature a fermarlo. Suo padre gli insegnò con la sua morte a scegliere la libertà. Nessuno sa dove sia sepolto, perché quelli che un regime fa sparire non lo sa nessuno dove finiscono, se nell’oceano o in un porcile.

A trecento chilometri da dove si trova lo aspetta la Selección argentina. La nazionale di calcio che sta preparando i mondiali di casa. Loro lo conoscono, sanno chi è. Anche se gioca su un campo dimenticato, sanno che in mezzo a quella polvere brilla un diamante. Nella macchina Román ha portato le sue scarpe da gioco. Lo aspettano per le tre, e dovrebbe correre. Chiunque correrebbe, al suo posto.

Ma Román non stringe in mano la lettera di convocazione. Stringe la lettera di Julieta. Vede le sue parole scritte con tratti rotondi e ordinati. Bariloche è a sud, nel mezzo della Patagonia. Dall’altra parte del paese.

Román una volta aveva dribblato Kempes, e ora può giocare con lui. Per l’Argentina, per i suoi amici e per suo padre. Ma nelle mani non ha un pallone. Ha le speranze di Julieta.

Quando guardò su nel cielo, quel che restava delle nuvole era scomparso.
Román si alzò. C’era un solo posto giusto dove andare.

©Ygor Varieschi, 2020

La storia è (molto) liberamente ispirata a quello che viene definito il più grande giocatore di calcio di cui non esistono filmati, ma solo il ricordo di chi l’ha visto giocare: Tomás “El Trinche” Carlovich, l’uomo che Maradona considerava superiore persino a lui. Carlovich era un volante, giocò per tutta la sua carriera nelle serie minori, e fu l’idolo del piccolo Central Córdoba. Amava il calcio, ma non di meno la sua libertà. Fu convocato dal selezionatore argentino per il Mondiale casalingo del 1978, ma non ci andò. Pare che, durante la strada, abbia visto un ruscello con molti pesci e si sia fermato a pescare.

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