Che ne sai tu

“Che ne sai tu della guerra” diceva sempre mio nonno quando tornavo da una manifestazione per la pace nel mondo.
Se fosse ancora vivo gli potrei dire che purtroppo la guerra è tornata e che Ucraina e Striscia di Gaza, solo per citare le ultime due in ordine temporale, sono campi di battaglia dove si combatte ancora senza sosta.
“Che ne sai tu della libertà” mi disse quando tornai a casa con l’orecchino al lobo sinistro.  
Mio nonno era di poche parole ma quando parlava, lo faceva solo per ricordare quegli anni bui.
“Che ne sai tu dei comunisti” mi ripeteva ogni volta che indossavo la mia felpa con Che Guevara.
“Che ne sai tu dei fascisti” era la parola d’ordine per liberare i suoi racconti pieni di malinconia.  
Se fosse qui adesso, gli potrei rispondere, grazie nonno, adesso lo so. La deriva verso l’estrema destra che sta prendendo l’Europa è un segno che i fascisti sono sempre in agguato. Per non parlare del razzismo dilagante, l’omofobia e la paura per il diverso.
“Che ne sai tu della notte” era il monito quando tornavo tardi a casa.
Lui era un pescatore, di notte usciva in mare e la mattina spingeva il carretto tra i vicoli della città.
Quando il regime impose il coprifuoco, solo ai grandi pescherecci fu concesso il permesso di uscire dal porto. Ai pescatori che avevano piccole imbarcazioni malridotte, fu vietato di prendere il largo.
“Che ne sai tu del coprifuoco” diceva sempre mio nonno quando iniziava a raccontare la sua vita da clandestino.
Se fosse ancora qui gli direi: “Grazie nonno, per colpa della pandemia ho conosciuto anche il coprifuoco”.
Lui e altri pescatori erano stati costretti a trasportare le loro barche sulla spiaggia di Capo Miseno, limite nord del Golfo di Napoli.  Questo significava farsi ogni giorno due ore di cammino all’andata e due ore di cammino al ritorno.  Non potendo lasciare le barche in bella vista sulla spiaggia, le avevano nascoste nelle
grotte che c’erano sotto il promontorio. Sempre di nascosto, avevano dovuto fissare degli anelli alle pareti per legare le barche.
“Che ne sai tu del lavoro duro” gridava ogni volta che raccontava di quando aveva dovuto lavorare aggrappato a quelle rocce come un granchio fellone.
Mio nonno percorreva dieci chilometri per arrivare su quella maledetta spiaggia, si nascondeva tra la vegetazione e quando, finalmente il sole si era tuffato dietro il mare di Ischia, andava a recuperare la sua barca nella grotta. Per raggiungerla, lui e i suoi amici, avevano costruito delle zattere di fortuna con dei
tronchi che il mare aveva portato a riva. Dopo aver rischiato di cadere in mare dalla zattera, liberavano le barche e iniziavano a calare le reti con la paura di essere scoperti da un momento all’altro. Oltre che dalle ronde fasciste dovevano nascondersi anche dai grandi pescherecci che erano pronti a denunciarli al
primo avvistamento.
“Che ne sai tu delle spie” sussurrava quando lo costringevo a vedere i film di James Bond. 
Quando uno dei pescatori li aveva denunciati, lui e i suoi amici avevano passato più di un mese al confino. Le loro barche erano state affondate e con quelle, tutte le loro speranze di combattere la fame.
“Che ne sai tu di Ventotene” quando gli parlavo dell’Europa unita.
Una notte, lui e suoi amici pescatori furono imbarcati su un traghetto pieno di intellettuali oppositori del regime.
“La privazione della libertà serve a quello” diceva sempre mio nonno, “a toglierti tutte le speranze” e lui su quell’isola aveva visto naufragare tutte le possibilità di sfamare la sua famiglia.
Mentre Spinelli e Rossi scrivevano il testo che avrebbe ispirato l’Unione europea, mio nonno si dedicava all’unica cosa che sapeva fare: pescare.
Pescare di notte lo faceva sentire vivo.
“Quando sarai vecchio, ti ricorderai solo delle cose che hai fatto di notte” mi disse una volta che il tramonto era arrivato a tormentargli l’anima.
Mio nonno, che aveva partecipato alle quattro giornate di Napoli, che era stato confinato a Ventotene per colpa di uno spione, si accese la sua ennesima sigaretta con il mozzicone di quella che aveva appena finito di fumare, e con la solita saggezza aggiunse: “Con il buio ti senti più forte, pronto a tutto, e questo il
regime lo sa. È per questo che cerca di negarti anche questa possibilità”.


©Gianluca Papadia

Scrittore, sceneggiatore e drammaturgo. 
Dal 2021 è il presidente della giuria della sezione narrativa edita del Premio Publio Virgilio Marone.
Dal 2025 è membro della giuria del Festival Internazionale Cinema Povero.

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