Westerplatte, Danzica di Daniela Scudieri

Svegliarsi nell’appartamento per turisti, una di quelle mattine di inizio anno in cui il mondo sembra tutto nuovo, come dopo una nevicata, anche se di neve non c’era l’ombra. Fare colazione e vestirsi senza scambiare una parola, aspettare alla fermata imbacuccati e muti, poi sedere sull’autobus uno dietro l’altro, come due estranei.

Periferia di edifici fatiscenti. Cantieri. Vecchie Skoda arancioni e verdi. Dietro il vetro, Mara vedeva scorrere la loro vita ritmata dai gesti precisini e irritati di lui, dalle scenate dopo le quali non si rivolgevano la parola per settimane. Anche in vacanza. Il motivo? Sempre il solito: le altre. Quest’ultima era addirittura la badante di sua madre. Come si poteva vivere così?

Dopo i cantieri navali, l’asfalto cedette il posto a uno sterrato pieno di buche che si inoltrava nella boscaglia. “C’è un errore”, pensò allarmata, aggrappandosi al sostegno. L’autobus fece inversione in uno spiazzo, li scaricò e ripartì.

No, quella era proprio la penisola di Westerplatte, dove fu sparato il primo colpo della seconda guerra mondiale. Unici visitatori, si avviarono lungo il percorso tra bunker e ruderi di fortini, sotto un sole che non scaldava. Lei avanti a grandi passi, stringendosi al mento il cappuccio foderato di pelo. Lui indietro con studiata indifferenza, la sciarpina scozzese scolpita intorno al collo, indugiando davanti ai pannelli esplicativi: il che, per una volta, le risparmiava le corsette dietro ai suoi richiami spazientiti.

“Eppure dev’esserci una via d’uscita”, si disse disperata, studiando l’albero cresciuto all’interno dello scheletro carbonizzato di una torretta di avvistamento. C’era un silenzio irreale, a parte il funebre lamento del vento.

Arrivò in fondo per prima. Sotto la pensilina non c’era nessuno ad aspettare l’autobus, e il cartello degli orari era scolorito e illeggibile. Servizio battelli da giugno a settembre, diceva l’avviso affisso sull’imbarcadero deserto. E se non si poteva tornare? Il calare della sera, il brivido dell’acqua che scuriva, nessuno in giro – immaginò i dettagli. Oltre la recinzione, il Baltico infuriava in migliaia di ondine. Molto distante si intravvedeva una terra: forse la Scandinavia, un mondo diverso a portata di sguardo. Era incredibile in quante lingue differenti avrebbe potuto vivere, lontana dal solito ritornello, dall’indice battuto sulla tempia:“Sei pazza! È tutto nella tua testa!”

Con la coda dell’occhio lo vide inerpicarsi su per la ripidissima scalinata del memoriale, e lo seguì. Gradino su gradino, appoggiandosi sulle mani, gli arrivò alle spalle mentre era intento a scattare foto. Fu un attimo: immaginare lo srotolarsi della sciarpa ruzzolante insieme all’aprirsi di un paesaggio sconfinato, contemplato per la prima volta.

Lui già si infilava il cellulare in tasca, si aggiustava sul naso gli occhiali, spolverava via dal giaccone la sabbia portata dal vento.

«Torniamo indietro», furono le prime parole della giornata.

©Daniela Scudieri, 2019

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