Vento [Sheherazade] di Daniela Scudieri

foto da web

Ma il capo ci ha detto: «Andate lo stesso». Bastardo d’un vento – ultima cicca schiacciata sotto lo scarpone, cappuccio fluorescente tirato su. Nel parco, a lottare con le raffiche, c’eravamo solo io e Iuliu. Freddo. Autunno. Il frastuono della macchina che triturava legnetti e foglie secche, lo schianto dei rami.

La polvere mi veniva addosso pungente, mi finiva negli occhi mista a frammenti di foglie e terriccio; le dita intirizzivano nei guanti da lavoro.
Sempre meglio che impastare il cemento al cantiere, però, o curvare la schiena sotto le ceste di calcinacci.
Un’occhiata al lavoro meccanico del braccio d’acciaio, una alle cime ondeggianti, al fogliame che le folate scostavano e richiudevano senza sosta. Il vento. Questa magia che rimescola e scompiglia, soffiava forte il mio nome – «Rudan!» – Iuliu mi chiamava, tra un urlo e l’altro della motosega. Curvo a rastrellare ho alzato la testa. Il vento era un presentimento che correva sottopelle al fogliame e all’improvviso rovesciava e squarciava – ecco l’interno di casa, la stufa accanto alla quale nelle albe fredde e buie mi vestivo intirizzito; lo sbattere di una lamiera sul tetto della rimessa mentre tiravo fuori la bicicletta; Nadia che combatteva per ritirare dalla fune i panni attorcigliati e sbattuti dalle raffiche; era lei che mi stava chiamando, «Rudan!» Lontano, lontano… Era una voce di bambina, era Dana che correva a scuola tenendosi il cappuccio calcato in testa, la sciarpa strappata via dalle folate, era lei che indicava lo scoperchiarsi della cupola verde; gli alberi come esseri umani. iIl ramo che mi volava incontro svuotando di colpo un pezzo di cielo.

(Racconto nato durante la Masterclass 5 sensi + 1 di Barbara Garlaschelli)

©Daniela Scudieri, 2019

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