Un vuoto nel tempo di Heiko H. Caimi

Manco. Manco a me stessa. Smarrita. Scomparsa.
Mi guardo allo specchio. Quel volto diafano, incavato, che negli ultimi giorni sembra essersi allungato come un orologio di Dalì, non sembra quasi più mio. La scorsa notte l’ho sognato avvolto di ragnatele. Non ero io. Ma ero io.
Non capisco: perché ricordo i miei sogni? E perché nei corridoi della notte agisce e si muove quella là, quell’anima morta nello specchio? Perché anche il mio inconscio ha smarrito la persona, la donna che ero fino a poco tempo fa?
Non ne posso più. Ho voglia di frantumarlo, lo specchio. So bene che non servirebbe a niente, che non mi ridarebbe il mio vero aspetto. Ma almeno non continuerebbe ad attirarmi a sé, a costringermi ad attraversare le stanze per giungere davanti alla sua superficie e fissare quell’incubo. Eppure so che se lo facessi, lo sostituirei con uno nuovo. Perché non posso fare a meno di cercare quell’immagine e chiedermi chi sia quell’altra. E perché sia diventata me.
Non pensavo si potesse prendere il posto di qualcun altro diventando la stessa persona. Eppure quella mi somiglia, come una gemella cattiva e malata. No, non cattiva: la cattiveria è tutta nel mio sguardo; sono io che trovo crudele questo scherzo che la vita, la natura mi hanno fatto.
Non posso guardarmi. Non posso evitare di guardarmi. Di fissare il mio sguardo su di lei. E di continuare a ricordarmi com’ero. E a chiedermi se sono mai stata quella di prima.
Che cosa resta di me? Sprazzi di memoria, immagini sfocate, un passato che si fa sempre più vicino e un presente che diventa ogni giorno più lontano. Sola, sola in questo appartamento che sembra volermi fare impazzire. La memoria, la memoria che vola via.
La chiamano malattia. Dicono che non è contagiosa. E forse è vero, visto che la mia gemella sembra scrutarmi da un mondo distante con una lucidità che si frantuma nel mio sguardo. Guarda il mio viso come se volesse ghermirlo, possederlo – cancellarmi.
La mia gemella è morta pochi giorni dopo il parto. Polmonite, mi raccontò mia madre con una smorfia; no, non una smorfia di dolore: una specie di rictus di rifiuto. E non ne volle mai più parlare. Fui io a recuperare gli scatti della bambina in ospedale, raccolti con un elastico in una scatola che teneva in fondo all’armadio, quella delle foto malriuscite: una scatola di scarpe vecchia, consumata, abbandonata lì come un cattivo ricordo. Era una delle ossessioni di mia madre quella di tenere da parte tutto, anche ciò che considerava un fallimento.
Che sia proprio la mia gemella a fissarmi dallo specchio? Che sia la sua vendetta questo mio smarrirmi, questo ricordare soltanto a sprazzi, la confusione che mi prende quando sono in un posto e non so come ci sono arrivata? O quando non saprei neanche dire dove mi trovo?
Mi accade sempre più spesso: sono in un posto e l’istante successivo sono altrove; è trascorso del tempo, se era mattina è pomeriggio, se era notte è mattina, e in mezzo il vuoto. Scherzi della memoria che scivola via.
Le persone che mi camminano intorno, quando mi teletrasporto in luoghi sconosciuti, sembrano vuote, come se la loro anima fosse stata estratta con uno spillo e infilzata per chissà quale malsana collezione. I loro sguardi non si fermano su niente, nemmeno su di me: passeggiano come giocattoli a molla in questo luogo di mare tra i riflessi blu e verdi dell’acqua. Non sembrano reali. Sembrano fragili involucri trasportati da un’effimera idea di turismo; da passi ora decisi, ora stanchi ma privi di una direzione.
Quando la marea sale nella mia mente anch’io perdo la direzione. E perdo tempo a orientarmi: a riconoscere i luoghi, le vie, la strada verso casa. Il mare mi sussurra nelle orecchie, un suono montante, sempre più invadente. Come se un grande getto d’acqua mi scorresse nelle testa.
Ma io resisto, resisto: devo tornare a casa, dalla mia gemella cattiva. Perché io lo so: è lei che custodisce il segreto della mia memoria.
Fisso quella figura estranea e familiare, dai lineamenti talmente incurvati che sembrano pendere verso il basso, come fusi. La luce scivola lungo il vetro dello specchio e balugina sui denti aguzzi, crudeli, della mia avversaria. Gocce mi fuoriescono dagli occhi. Scaturiscono anche dai suoi. Porto il dorso di una mano alle palpebre, mi detergo; lei fa lo stesso. Un chiurlio d’agonia mi esce dalla gola. Lei mi imita in silenzio, come se si trattasse di uno scherzo: si burla di me. Siamo così diverse, lei e io. Siamo così identiche.
Appoggio le mani sullo specchio, dieci dita da questa parte, dieci dall’altra. Ci tocchiamo. Io la guardo interrogativa, lei mi fissa torva. Mi vuole: vuole attraversare questo vetro duro per portarmi via. Per portarmi via da me.
Avverto piccole fitte, come aghi conficcati nei polpastrelli, nei nervi. Lei sogghigna, io scosto le mani come se il vetro ribollisse. Vetro di marmo, sguardo di pietra. Verde e blu, da lontano, si riflettono nella stanza. Lei canta, canta attraverso lo specchio. La prego di smettere. Canta come strida lamentose. La supplico di tacere. Lei grida. Poi è tutto blu, blu scuro, buio, quasi nero.
È notte. Si è fatta notte in un istante. Teletrasporto. Sono sulla spiaggia. È deserta. Nessuno sguardo cieco si posa sul mare, sull’orizzonte sottile e tetro. Giro su me stessa. Le luci sfavillanti del paese mi sembrano eteree, come avvolte in una bruma. Immagino i passanti come scheletri che deambulano in una città incantata.
Abbasso lo sguardo. Ho i piedi nudi. Ricoperti di granelli di sabbia che paiono particelle di ferro arrugginito. Come sono arrivata qua?
Un biavo bagliore bianco arranca all’orizzonte. Sale. Permea il paesaggio, come un relitto sprofondato nell’acqua e appena riemerso alla luce. Di luce. Non ci sono navi. Le onde oscillano senza scopo sotto il pieno di luna. Una luna vasta, che sembra volersi mangiare il cielo e che si estende sul mare, fredda e riflessa: un’indifferente cattedrale pronta a sgretolarsi al mattino.
Raggiungo l’acqua, mi perdo nel suo movimento. Mi ci affaccio. La mia sorella malvagia si affaccia con me. Mi deride, carica di cinismo.
Distolgo lo sguardo. La spiaggia di sassi è poco distante. La luna guida i miei passi. Resoluti, ora.
Mi avvicino. Raccolgo i primi ciottoli di un blu metallico. Troppo leggeri. Là, più avanti, ci sono pietre più grandi. Scelgo quelle lisce, affusolate. Me le infilo nelle tasche del vestito. Devo fare la cosa migliore per me. Amarmi un’ultima volta, prima che la nebbia abbia il sopravvento sulla lucidità. Non posso più combattere. Prima di arrendermi devo salvarmi. Mia sorella non mi avrà.
Cammino con fatica dentro l’acqua. Un passo salmastro dopo l’altro, barcollando sotto la spinta delle onde, piano piano. Ho l’acqua alle caviglie. Lei non mi avrà. Ho l’acqua alle ginocchia; si agita: mi spinge, si ritira. Ho l’acqua alla vita. La mia vita vi trabocca. Ho l’acqua al petto. La tentazione di nuotare, io che non ho mai saputo nuotare. Ho l’acqua al collo. Lei mi fissa, è di fronte a me. Come separate da un vetro di smeriglio, eppure ancora insieme. Finalmente riunite nell’abbraccio geloso e fetale dell’acqua: persa io, persa lei. Ancora pochi passi e poi lo sprofondo. Non saprò combattere contro il peso che mi tirerà giù. Finalmente libera. Finalmente intera. Alla fine io, solo io, per un’ultima volta.
Non lascio nessuno, se non un vuoto nel tempo.

©Heiko H. Caimi, 2019

(foto in copertina di ©Sandra Giammarruto)

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