Un minuto prima della fine del mondo di Roberta Lepri

Gianni fissò la grande marea sotto di sé e decise di telefonarle. Fece il gesto inconsueto in modo meccanico, i telefoni non funzionavano più da ore. Né fissi né cellulari. E, in ogni caso, sapeva bene che lei non avrebbe risposto. Se solo avesse potuto spiegarle quello che pensava. Se solo avesse avuto cinque minuti per dirle che era lei ad avere ragione. Una specie di buona azione, un gesto anomalo da parte di un editore prepotente che aveva mai chiesto scusa a nessuno.
Accese una sigaretta e tossì in modo sommesso. Che momento, quello. Stefania stava piangendo piano, Daniela ringhiava, Simone bestemmiava, Marco aveva cancellato dal volto quel sorrisetto da stronzo che gli aveva procurato molti nemici e nessun onore. Tutti capovolti, alla fine nessuno di loro era quello che sembrava: i forti si comportavano da deboli, gli smidollati erano rocce.
Lei avrebbe saputo descriverlo alla perfezione.
Si guardò intorno: la sua casa editrice. L’aveva tolta dalla polvere, rinnovata, resa produttiva. Con il proprio carattere volitivo aveva strappato quei bravi ragazzi dal loro guscio sonnolento e da ognuno aveva spremuto il meglio.
Solo con lei non era riuscito a ottenere quello che voleva, con gli altri sì: autori e aspiranti tali. «Sì, dottore. Certo, dottore». Gli facevano venire la nausea. Tutti pronti a farsi pubblicare, strisciando. Poi sparivano. Tocca alla casa editrice vendere i libri, distribuirli, promuoverli. Stronzi parassiti, scrittori da quattro palanche che poi pretendevano pure i diritti d’autore. Non restavano i soldi neanche per pagare gli stipendi a quei poveri cristi dei dipendenti. Tutti laureati in lettere con il massimo dei voti, tra l’altro.
Abbattere i costi: era stato il suo modo di rinascere. Nessun distributore, faremo da soli. Davide contro Golia e il piccoletto poi alla fine ce l’aveva fatta. Tagliare teste: il suo sistema. Solo produrre contava. Copertine brutte e patinate che però vendevano: la gente non meritava altro. Poi era arrivata lei, l’autrice da mille copie al primo libro, ormai ne era certo. La creta da modellare agile tra le sue mani. Gallina. Gallina mia dalle uova d’oro. Racconti perfetti che gli avevano strappato l’anima e fatto male. Lei sapeva scrivere, perciò piegarla sarebbe stato ancora più divertente.
Guardò la marea che intanto stava salendo, Non c’erano più le strade, le auto erano state portate via. Qualche pino ancora svettava e le cime sembravano punte di piccoli bonsai. In salvo su quelle punte, diecine di scoiattoli parevano pazzi.
Se la ricordava anche lei così: matta, minuscola e agitata, con quel manoscritto stretto al seno che pareva avesse in braccio il bambinello. Si era presentata alla fiera di Roma, mandata dal solito critico. Patetica, come tutti gli altri. In fondo ai suoi occhi, a ripensarci, qualcosa di strano però c’era: una bagliore da cane sanguinario. Quella carta stampata in proprio lei non la stava tenendo tra le braccia solo come qualcosa di prezioso ma come un osso o la parte di qualche bestia da mangiare, perché così facevano i bassotti: cacciavano e divoravano. Lui li adorava, quei cani lì erano i suoi prediletti. Brutti, piccoli, stronzi e sanguinari.
Non se n’era però accorto subito che la scrittrice piccolina occhialuta timidina nascondeva un’anima da cacciatrice, se ne avvide solo quando cercò di gabbarla cambiando il nome alla raccolta. Lei accettò con quel fare da sorcio bagnato ma all’ultimo dribblò e cambiò nel titolo un aggettivo, come se niente fosse. Gli stupidi in redazione avevano detto: «Che importa? In fondo è quasi uguale». Ma intanto il libro aveva mutato fisionomia. E lui quasi non se n’era accorto.
Brutta stronza. Decise allora di prenderla per fame. Nessun contratto fino alla fine. Vediamo cosa combina, pensò sogghignando. Al telefono lui si faceva negare. «La richiamo io», diceva ai ragazzi. La sua noncuranza alimentava la loro paura e anche la considerazione che provavano nei suoi confronti. Il capo. Così dovevano andare le cose. Figuriamoci se il capo richiama qualcuno.
Intanto lui la notte rileggeva quei racconti. Non gli pareva vero che il sorcio avesse partorito la montagna. Si trattava di storie allucinate ma verosimili, scritte con uno stile personale, una scrittura che non permetteva di staccarsene, dalla prima all’ultima parola. Lei propose una copertina e lui disse di sì. Era un dipinto antico, di Artemisia Gentileschi, a cui teneva moltissimo.
Lei ringraziò. Ci teneva tanto, gli disse.
Lui allora ordinò al grafico di stravolgerla, quella ridicola e vecchia copertina. Così classica, così noiosa. La patinò, mutò la grazia del soggetto in arroganza, disprezzandone la bellezza. Decise di distribuirla così in prevendita, senza neanche un contratto. Fece inviare alla scrittrice la scheda del libro solo all’ultimo momento, in modo che non potesse tirarsi indietro. Il libro ormai era fatto. Nessun autore rinuncia ala propria creatura che sta per nascere.
Lei lo cercò, gli scrisse, lo supplicò di cambiarla, di tornare all’originale. Si era stizzito. Per essere pubblicati venderebbero madre, padre e fratelli. È già tanto se non pagano loro. Il sorcio non avrebbe fatto eccezione e si sarebbe piegata. Le azioni di Gianni sarebbero cresciute, il terrore dei dipendenti sarebbe diventato solido come creta messa al sole. E se qualcuno si fosse azzardato a fiatare lui lo avrebbe sbriciolato.
Guardò l’ultimo scoiattolo. Dopo essersi agitato più degli altri si era fermato. Intirizzito e rigido osservava l’acqua salire. Così gli sembrò avesse fatto anche il suo roditore. Semplicemente, si era fermata. Poi era sparita.
Ci aveva perso il sonno. Dov’era andata la sua gallina dalle uova d’oro? A tramare nell’ombra, aveva poi scoperto. Come fosse riuscita a scambiare il file della copertina con quello che lei voleva, era un mistero, però lo aveva fatto. C’era un complice, qualcuno nella redazione che aveva letto i racconti e si era innamorato del libro. Chiunque fosse il colpevole, era lì tra i suoi ragazzi. Le schede per i librai erano così partite con la copertina scelta dall’autrice e in una settimana erano arrivate prenotazioni per quasi mille copie.
Un piccolo successo inatteso che si era mutato subito in un piccolo sorprendente aborto, perché l’autrice, in maniera inattesa, non aveva più voluto firmare il contratto. Gliel’aveva comunicato per email.
E quella mattina a lui era arrivata un’unica copia perfetta, con la copertina che lei aveva voluto e la dedica e i ringraziamenti, perfino quelli per l’editore. Aveva fatto tutto da sola, portando il file in tipografia. Una beffa. Una meraviglia di libro.
Proprio quando lui aveva aperto la busta che lo conteneva c’era stato quel boato, poi il rombo cupo dell’acqua.
Ed era iniziata la fine del mondo.

©Roberta Lepri, 2020

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