Tutto tranne il piacere di Ismete Selmanaj Leba

L’indomani sarebbe andata in sposa a Drin. Era l’ultima notte che passava a casa dei suoi genitori. Si sentiva stanca; per l’intera giornata era stata in piedi con il vestito bianco osservando un portamento nuziale, tipico tradizionale. Tolse il vestito che i suoi genitori avevano preso in affitto da una lontanissima cugina che abitava nel paesino nella valle. La loro casa invece, era in montagna. Spesso durante l’inverno rimanevano isolati: la vita nelle montagne dell’Albania era dura.

Quel giorno sarebbe diventata moglie. Non sapeva cosa l’aspettasse. Sapeva che doveva ubbidire a tutto e a tutti: al marito, alla suocera, al suocero, fare la brava donna di casa, lavare, fare da mangiare, lavorare nei campi, fare figli. Quasi tutte queste cose erano facili e lei sapeva farle benissimo. Tranne l’ultima; figliare. Una cosa per la quale non era permesso sapere e chiedere nulla a nessuno; neanche a sua madre. Certi discorsi erano tabù. Le brave ragazze avrebbero imparato andando in sposa nei matrimoni combinati tramite gli intermediari; gli shkes.

Si svegliò alle prime luci dell’alba. Aveva avuto un sonno disturbato. Ricorda confusamente quel giorno: aveva pianto ininterrottamente. Anche questa era un’usanza molto diffusa. La sposa doveva piangere molto per dimostrare agli altri che era dispiaciuta, che non andava con grande piacere alla casa del marito. “Il piacere” era quello della carne. Ma lei non aveva la minima idea di che cosa fosse quel piacere.

Ricorda Drin che la prese per il braccio mentre lei si piegava in due per i pianti e la gente cantava e ballava. Ricorda loro due che salgono in macchina, la famosa vettura che si usava solo per accompagnare la sposa alla casa del marito. Gli altri parenti erano accomodati in un camion aperto. Arrivarono a casa di Drin dopo un’ora di viaggio. Lui non disse nessuna parola mentre lei continuava a singhiozzare. La suocera l’aspettava all’uscio di casa: le prese la mano, le fece immergere le dita in una ciotola di miele e poi le strofinò sulla soglia del portone. Così, la nuora sarebbe stata dolce come il miele. Rimase in piedi anche lì, secondo la tradizione, per i parenti del marito.

Quando poi, verso sera, gli invitati andarono via, la suocera e le due cognate l’accompagnarono in camera da letto. La aiutarono a togliere il vestito nuziale, le misero una camicia da notte bianca che aveva portato con la dote e andarono via. Rimase seduta ai piedi del letto senza sapere cosa fare. Era notte fonda quando Drin entrò in camera da letto. Si vedeva che era ubriaco. Si buttò sul letto senza togliere i vestiti e si addormentò subito. Russava forte. Maria si alzò dal letto e lo coprì. Si mise anche lei sotto le coperte, ma non riusciva a prendere sonno a causa del forte russare.

Alla fine crollò per la stanchezza e si addormentò. Ebbe un incubo: era caduta in un pozzo profondo, non riusciva a respirare. Si svegliò di soprassalto. D’istinto mise le mani sul petto, ma non riusciva a muoversi. Drin era sopra di lei e cercava di fare qualcosa sotto, le aveva tolto gli slip. S’irrigidì per la vergogna e la paura. Drin si spostò da lei e si mise dall’altra parte del letto. Maria tirò giù la camicia da notte e si coprì con il lenzuolo. Non sapeva cos’era successo o cosa sarebbe dovuto succedere. L’indomani Drin non le rivolse nemmeno la parola. Lei pulì la casa, fece da mangiare, lavò la biancheria, lavorò nell’orto…

Questa era la sua nuova vita. La casa non era vecchia come quella dei suoi genitori, almeno qui faceva tre pasti al giorno. Per il resto puliva, lavava, faceva da mangiare, spesso Drin saliva sopra di lei di notte.

Dopo qualche tempo i suoceri, in special modo la suocera, cominciarono a chiedere un nipote, in maniera insistente: «Maria, che succede? Stai bene? C’è qualcosa che non va?»

La colpevole non poteva essere che la donna. Il marito era intoccabile. Era la donna che doveva essere fertile, la donna che partoriva i figli. L’uomo era sempre fertile. “L’uomo è l’uomo” recita un detto albanese.

Gli anni passavano e i suoceri diventavano sempre più insistenti. Avevano parlato anche con i genitori di Maria: «Vogliamo un nipote. Se vostra figlia non è capace, saremmo costretti a ripudiarla». Come se non bastasse Drin diventò violento con Maria, gettando su di lei tutta la frustrazione e l’impossibilità di diventare un vero uomo.

Una mattina di maggio, la suocera, determinata a risolvere una volta per tutte il problema, prese la nuora e la portò da una signora anziana che, a detta di tutti, faceva miracoli. Girava gli uteri, faceva massaggi particolari sulla pancia aiutando le donne a rimanere incinte. La donna aveva circa 70 anni ed era molto energica. Aveva le maniche della camicia grigia rimboccate sopra ai gomiti.

«Vieni, mettiti sul lettino, adesso ti controllo la pancia e poi ti farò la visita. Sai, sono stata infermiera nel reparto di ginecologia per quarant’anni» disse mentre le passava le mani sul basso ventre. Si abbassò ma poi si fermò di colpo, tolse le mani, prese gli occhiali da vista e si rimise di nuovo in posizione per la visita. Cominciò a muovere le dita con molta attenzione dopo quello che aveva intuito. Maria sentì un po’ di dolore. La signora si staccò da Maria, tolse i guanti e si sedette su una sedia vicino alla finestra. Sembrava sconvolta.

«Sei ancora vergine figlia mia. Non so qual è il problema di tuo marito, ma tu non hai nessun impedimento per diventare madre. Cosa dico a tua suocera? Tu cosa vorresti dirle? Perché io sinceramente non so cosa fare»

Maria non riusciva a crederci. Aveva avuto tanti dubbi e incertezze, subito violenze e umiliazioni senza avere nessuna colpa. E adesso? Suo marito non l’avrebbe certo lasciata andare via e anche fosse andata via, dove sarebbe potuta andare? I genitori non avrebbero mai permesso una vergogna del genere: la loro figlia che lasciava il marito! Davanti agli occhi del mondo la colpevole sarebbe stata lei e i pettegolezzi avrebbero distrutto lei e l’intera la famiglia. Drin l’avrebbe uccisa piuttosto che accettare il suo fallimento come uomo.

Pensò di lasciare le cose come stavano. L’ex infermiera chiamò la suocera e le disse che la nuora non aveva alcun problema. «Ma come, sposata da otto anni e niente figli? Le ha fatto dei massaggi, le ha girato l’utero?” chiese infastidita la suocera di Maria.

«Non ha bisogno di niente, la colpa non è sua» tagliò corto la donna.

Tornarono a casa in silenzio. Maria si sentiva in trappola, ma ironia della sorte, libera dopo tanto tempo. Drin non ci provò più là sotto e non alzò più le mani su di lei. I suoceri non cercarono più un nipote. La vita di Maria continuò a essere quella di una schiava che lavava, stirava, faceva da mangiare e lavorava nei campi. Finché un giorno, seppe che il regime era crollato e che migliaia di persone partivano da Durazzo verso l’Italia. Non ci pensò due volte. Partì a notte fonda. Prese una piccola borsa e camminò senza fermarsi per due giorni. C’erano tante persone in marcia come lei verso la salvezza, verso il mare, verso l’Italia. Non parlò con nessuno. Camminava, camminava, camminava…

Aveva 25 anni e tutta la vita davanti.

©Ismete Selmanaj Leba, 2020

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