Tempus fugit di Gabriele Zancervelli

La notte del 14 marzo 1939, in un appartamento della Zaltnergasse di Praga, Helena Jaroslavski sognò di esibirsi al circo.
Era entrata in pista avvolta in un lungo mantello ricoperto da scintillanti lustrini. Sapeva che avrebbe dovuto aprirlo con grazia, farlo ruotare,  lanciarlo dietro le spalle e mostrare l’ aderente leotard.
Ebbe un attimo di esitazione, immaginò le risate del pubblico alla vista del suo corpo di ottantenne, spezzato e contorto dagli anni.
Ma non si poteva fermare lo spettacolo, così come non si può arrestare lo scorrere degli anni.
Helena aprì il mantello e se ne liberò tra gli applausi del pubblico, i fischi di ammirazione di alcuni ragazzi e le occhiate malevoli di alcune donne.
Abbassò lo sguardo e vide il corpo di una ragazza che sta per abbandonare la pubertà, le gambe ancora innaturalmente lunghe e i seni appena sbocciati.
Le si inumidirono gli occhi e ringraziò Dio per averle risparmiato l’ennesima umiliazione degli anni, avrebbe ripagato quel miracolo con una meravigliosa esibizione, se solo avesse saputo quale.
Un paio di pagliacci portarono sulla pista una piccola pedana e Helena capì: lei era una contorsionista.
Ora tutto sarebbe andato bene, Helena avrebbe usato il suo corpo così come usava le parole quando scriveva il suo erudito  saggio su Jacob Boheme.
Salì con grazia sulla pedana e iniziò a inarcarsi all’ indietro,  meravigliata di non vergognarsi di mostrare il suo corpo.
Quando l’ esibizione finì si inchinò al pubblico e sorrise, felice di ricevere gli applausi e le grida di apprezzamento.
Scese dalla pedana con mossa elegante, raccolse il mantello e si avviò verso l’ uscita, curiosa di conoscere la fine del sogno.
Nel suo piccolo appartamento entrava la prima luce dell’alba e le avanguardie del Terzo Reich entravano a Praga.

Il 19 marzo lo Sturmbannführer Julius Rothe si inerpicò sulla lunga scalinata che portava al piccolo appartamento di Helena ed entrò dopo che le SS al suo comando ebbero sfondato la porta.
Una denuncia anonima aveva segnalato la presenza di un’ebrea che aveva tradotto il Sepher Yezirah per la casa editrice Barsdorf.
Non vi è uomo che, fuori dalle sue conoscenze, non sia credulo; erano bastate poche parole per convincere Julius che l’ ebrea traduceva pericolosi testi magici.
Dopo una attenta ricerca si era quasi convinto che la donna fosse fuggita, quando udì l’esclamazione di sorpresa del suo Unterscharführer.
La vecchia era morta,  raggomitolata dentro una vecchia cassapanca.
Negli anni a venire non fu la posizione del corpo innaturalmente ripiegato su se stesso che turbò i sogni dello Sturmbannführer, quello che rimase impresso nella sua mente fu il leotard che indossava la vecchia e il sorriso sul suo volto avvizzito dagli anni.

Letto da Ygor Varieschi

©Gabriele Zancervelli, 2019

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