Su una striscia grigia e salmastra di confine di Rita Lopez

Conobbi Nico un giorno di fine scuola. Ero uscita un paio di ore prima, perché mancava il professore di greco. Faceva caldo, si stava bene. Non sarei tornata subito a casa, avrei fatto un giro per conto mio, al porto vecchio. Il posto proibito. Il posto in cui mai e poi mai sarei dovuta andare da sola. Il posto dove sempre andavo, invece, quando mi trovavo a passeggiare da sola. Il marciapiede era scandito dai lampioni monumentali in ghisa, adagiati sugli alti basamenti di pietra bianca, altezzosi e austeri, simili a fedeli guardiani della costa.
La muraglia possente da una parte. Il mare dall’altra.
Un uomo a torso nudo, la pelle bruciata dal sole, sbatteva un grosso polpo sugli scogli, fino a farlo schiumare. Più avanti un ragazzo dai capelli nocciola, con degli slip neri, si tuffava da uno dei blocchi di cemento frangiflutti. Mi fermai a guardarlo. Il ragazzo si tuffava nell’acqua scura che odorava di sale e alghe. Scompariva, per poi riemergere in superficie, più lontano. Gli occhi chiusi. La bocca aperta per riprendere fiato. Ritornava veloce indietro, a grandi bracciate. Risaliva sul blocco di cemento facendo leva sulle braccia muscolose. Si rimetteva in piedi. L’acqua gli scivolava lungo il corpo snello. La sua pelle abbronzata brillava di centinaia di minuscole goccioline.
La muraglia possente da una parte. Il ragazzo e il mare dall’altra.
Si accorse di me e mi sorrise.

Nico rubava le sigarette a suo fratello. Andavamo a fumarcele seduti su una delle panchine di fronte al mare. La sirena di una nave, ormeggiata nel porto nuovo, squarciava il silenzio all’improvviso. Sembrava il ruggito straziante di un vecchio leone ferito.
Io e Nico ci fumavamo tutto il pacchetto in due. Una sigaretta dietro l’altra, fino a sentirci storditi, ubriachi di fumo, leggeri come le nuvole veloci nel cielo.
Ci sentivamo sull’orlo di un precipizio, pronti in ogni momento a cadere nel baratro o a spiccare il volo. L’estate sarebbe finita presto. Io sarei tornata a scuola. Nico ancora non sapeva quello che avrebbe fatto. Non ci rimaneva che acchiappare le nostre vite a morsi. Divorarle.
La nave, in lontananza, ruggiva come un leone straziato.
Su quella striscia grigia e salmastra di confine, puntellata dai lampioni di ghisa simili a fedeli guardiani, io e Nico sognavamo di essere gli eroi di un film senza pretese. Con l’anima in fiamme. Il cuore tremante.
Forse è su una di quelle panchine che abbiamo imparato a guardare lontano.
E alla fine siamo partiti entrambi, proiettati ognuno in un mondo diverso. Io a studiare nella capitale. Nico, che non ho mai più incontrato, a lavorare in una fabbrica del nord.
Sono sicura che anche nella sua testa, dovunque si trovi, di tanto in tanto risuoni l’urlo disperato della sirena di una nave.

©Rita Lopez

(Foto in copertina di ©Livia Favia)

Rita Lopez è nata e cresciuta a Bari, nel Libertà.
Vive a Roma da più di trent’anni.
È laureata in Sociologia e Archeologia.
Ha pubblicato la raccolta di racconti “Vie d’uscita” (2017), il romanzo “Apri gli occhi” (2018), il saggio “Elvira Cagnazzo e la rinascita dell’Acropoli” nel volume “Compagni al Flacco 60 anni fa” (2018) e l’ultimo “Peccatori sconfitti e per di più insolenti” (2019).
È tra i vincitori del Primo Premio Nazionale Letterario “Vittorio Stagnani”.
Scrive sul blog: lopezrita.wordpress.com.

 

 

 

 

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