Sospesi. Creare attesa e tensione di Barbara Garlaschelli

Questo è un breve saggio sulla scrittura che scrissi molto tempo fa, non ricordo neppure per quale rivista. Rileggendolo oggi mi sento di riproporvelo perché ciò che pensavo allora sull’arte dello scrivere lo penso anche adesso. Con qualche esperienza e libro – letto e scritto – in più.

Non capita spesso che io scriva di scrittura perché per me per lo scrivere vale la stessa regola sul sesso: meglio farlo che parlarne, o scriverne in questo caso.

ATTESA

Il tempo trascorso nell’aspettare; anche lo stato d’animo di chi attende il realizzarsi di qualcosa.

TENSIONE

2. fig. Stato di notevole eccitabilità, o sforzo intellettuale molto intenso, accompagnato da ansiosità.

Devoto Oli, Il dizionario della lingua italiana

Nina Torr

«Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.»1

Se si potesse riassumere in poche parole la tecnica per creare attesa e tensione, utilizzerei questo racconto di Augusto Monterroso, fulmineo e inquietante. Dal momento, però, che mi è stato richiesto di scrivere un breve saggio sull’argomento, non posso cavarmela così a buon mercato.

Che poi, a ben guardare, i saggi, per certi versi, sono esattamente l’opposto di attesa e tensione. I saggi tendono a dare spiegazioni, razionalizzare concetti, dare ordine alle idee, presentare nuove tesi (sempre ammesso che l’autore ne abbia da presentare…). Invece, come possiamo leggere sul dizionario, le definizioni di cui ci occuperemo noi hanno a che fare con lo stato d’animo, ossia con ciò che di più irrazionale e mutevole esista.

Dunque, attesa. E tensione.

Che c’entra il brevissimo racconto di Monterroso (che è tutto lì, in quelle due righe, non è che ci sia un seguito)? C’entra, eccome. Noi abbiamo un protagonista (non importa sapere chi è), abbiamo un risveglio (non importa sapere dove) e abbiamo un dinosauro (e qui sarebbe interessante sapere se trattasi di erbivoro o carnivoro…) che non si è spostato dalla posizione in cui lo aveva lasciato il nostro eroe prima di addormentarsi.

CHE SUCCEDERÁ ADESSO?

Che succederà adesso? Monterroso non risolve il quesito, e ci lascia in balìa di un’attesa che non ha soluzione.

Ecco, la domanda che sta sempre dietro un buon racconto e che spinge il lettore a voltare pagina, invece che andarsene a fare un passeggiata nel parco, la domanda deve essere: «Che succederà adesso?»

Caricare la molla. Accumulare elementi, muovere i personaggi in modo che l’aspettativa del lettore sia costantemente alimentata, come la caldaia di una locomotiva. Il treno è la storia. La storia viaggia sulle rotaie. Le rotaie sono il tempo della storia. Il tempo è fatto di attesa. L’attesa genera tensione. E durante il viaggio su questo treno, accadono cose: ci sono fermate, gente che sale e che scende; persone che si incontrano; si parlano; si ignorano; si piacciono. E il treno, prima o poi arriva da qualche parte. Dove, non sempre è importante. Può essere una città multicolore, caotica e folle. O un deserto piatto, silenzioso e bruciato dal sole.

Gli scrittori – i bravi scrittori – sono persone che sanno creare mondi. Inventano storie e ti rubano un pezzo di vita da dedicare alle loro fantasie. Qualcuno a metà tra un dio e un sadico. Ma per fare questo, per essere capaci di rubare con destrezza il tuo tempo, devono necessariamente ricorrere a dei trucchi che provochino lo scatto di quel meccanismo che produce la fatidica domanda: «Che succederà adesso?»

TRUCCHI, FINZIONE

Alessandro Baricco fa dire a uno dei suoi personaggi: «I lbri, o i film (…). Più fasulli di così si muore, e se va a vedere chi ci sta dietro può scommettere che troverà solo solenni figli di puttana, ma intanto ci vedi dentro cose che ad andare in giro per la strada te le sogni, e nella vita vera non le troverai mai.» 2 Il punto non è che nella vita vera certe storie non ci sono, è che non sempre c’è chi le sa raccontare, e per farlo, in questo grande e pazzesco gioco che è la letteratura, è necessario conoscere le regole.

SCRIVERE È SCRIVERE È SCRIVERE
(E LEGGERE LEGGERE LEGGERE)

Sembra facile. Il fatto è che le regole sono molte e variabili, tante quante sono gli scrittori. Bisogna impararle. E c’è un solo modo per farlo: «Il solo modo per imparare a scrivere è scrivere. (…) La diligenza forzata è quasi sufficiente. Ma non basta. Bisogna avere il gusto delle parole. Esserne ghiotti. Bisogna desiderare di rotolarcisi dentro. Bisogna leggerne milioni, scritte da altri. Bisogna leggere tutto con divorante invidia o con annoiato disprezzo”.3

Lo strumento che lo scrittore ha a disposizione per fare tutto ciò (a parte carta, penna, macchina da scrivere o computer) è la parola, sua meraviglia e dannazione. La parola che è una, che per creare quella storia lì non ce ne sono altre. Perché per “qualche strano motivo certe parole, per quanto possano sembrare semplici, si dispongono in un determinato ordine soltanto una volta.”4

LA GRANDE PAURA CHE TUTTO MUOVE

Di solito, l’idea della tensione è associata alla letteratura di genere (gialli, thriller, horror, noir) in cui l’elemento tensione è legato all’elemento attesa da un terzo, fondamentale componente: la paura. Che nelle storie di genere è raffigurata dalla violenza di psicopatici assassini, ma che, in tutta la letteratura del mondo ha un solo nome: morte.

È la paura della morte che ci fa nascondere nelle storie. Noi chiediamo allo scrittore: «Raccontami e fammi dimenticare che ho paura di morire». Questo anche se le storie che leggiamo sono basate sulla paura. Qui che la letteratura assomiglia alla vita, ma è anche altro: è palesamento, è aprire la finestra su mondi che non conosciamo e che, per il tempo – breve o lungo che sia – in cui li visitiamo, ci fanno dimenticare la paura che è in noi, dalla mattina alla sera.

IL DESERTO DEI TARTARI, IL NOSTRO PERSONALE DESERTO

Ma non è solo nelle storie di genere che la tensione e l’attesa sono presenti. Recentemente mi è capitato di rileggere Il deserto dei tartari. In questo libro straordinario, il protagonista consuma la propria vita, relegato in una fortezza improbabile e visionaria, nell’attesa di qualcosa che deve accadere e che non accade mai, se non al termine della sua vita (e del racconto) e che Buzzati non ci racconterà.

È la storia di un’attesa. Dell’attesa per eccellenza: che la nostra vita accada.

L’attesa nella tensione, questo forse il fulcro di ogni buona narrazione. Non solo la tensione dettata da una pistola puntata alla tempia, o di un mostro dentro l’armadio. Non solo l’attesa carica di elettricità di ciò che si nasconde dietro quella porta, o in quella casa che sembra abbandonata ma dalla quale, a volte, giungono strani rumori. Non solo quella. No. Anche la tensione di una vita normale, scandita dai ritmi di una quotidianità in cui pare non accada nulla, sino a quando un piccolo, insignificante particolare irrompe e getta all’aria ogni cosa.

I MIEI PERSONAGGI

I personaggi dei miei racconti, per esempio, odiano aspettare eppure molto spesso è come se non potessero fare altro. Che è un po’ ciò che capita a noi tutti: aspettare che qualcosa nella nostra vita accada, con il terrore di non avere abbastanza tempo per aspettare che ciò si verifichi.

IL TEMPO NON È GENTILUOMO

Il tempo. L’attesa e la tensione hanno,  a che fare con il tempo. Il tempo di un racconto non è quello di un romanzo. Non c’è lo stesso spazio. Mentre in un romanzo di duecento, trecento e oltre pagine, lo scrittore può permettersi alcuni momenti di “calo” della tensione, in un racconto di poche pagine rappresenterebbe un errore letale (per il racconto e lo scrittore. Il lettore, fortuna sua, può chiudere il libro e aprine un altro o andarsene al mare).

«Il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo e dilatandolo.»5

Più il racconto è breve, più le difficoltà crescono. Il rischio è di bruciare l’aspettativa, perdersi nella banalità, cadere nell’ovvio. Poche pagine – a volte poche righe – per raccontare una storia che abbia un inizio, un centro, una fine. La tensione narrativa ha poco agio per prendere la rincorsa: deve essere un salto altissimo spiccato nello spazio di uno zerbino.

Lo scrittore deve cercare l’equilibrio, il suono, l’evocazione. E se lo spazio a disposizione è poco, non può esistere indulgenza.

TALENTO E FORTUNA. TALENTO È FORTUNA?

Quindi: tempo, parole, tensione, attesa, finzione. Questi alcuni degli elementi a disposizione dell’autore. E il talento, sì, certo il talento. E la fortuna. Sì, anche quella conta.

Ma, in realtà, solo una e una soltanto è la cosa davvero importante: la storia. Essa deve dominare “qualsiasi altro aspetto dell’arte dello scrivere; caratterizzazione, tema, atmosfera, nessuna di queste cose ha importanza se la storia è noiosa.”6

Bisogna avere delle storie da raccontare, delle cose da dire. Perché è questo che lo scrittore fa: inventa storie e ti fa entrare nel suo mondo spacciandolo per mondo reale.

«Una storia è qualcosa che accade a qualcuno a cui avete finito per affezionarvi».7

Perché nei libri, in ciò che ci raccontano – in dieci righe o quattrocento pagine – è un pezzo di noi che cerchiamo.

GUARDA. CREDIMI.

Un bravo scrittore ti prende per le spalle e ti dice: «Guarda, il mondo, così, non lo hai mai visto. Vieni con me e ti farò vedere il resto».

E a te viene voglia di seguirlo. Ovunque vada.

1 Augusto Monterroso, Opere complete, Zanzibar, 1992

2 Alessandro Baricco, City, Rizzoli, 1999

3 John D. MacDonald, Introduzione a “A volte ritornano” di Stephen King, Bompiani, 1986

4 Osvaldo Soriano, L’ora senz’ombra, Einaudi, 1996

5 Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988

6 Stephen King, A volte ritornano, Bompiani, 1986

7 John MacDonald, Ibidem

©Barbara Garlaschelli, 2019

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