Quelli come noi [Still life] di Ygor Varieschi

@Ph. Ygor Varieschi

«Lei non dovrebbe essere qui».
Riflesso nella vetrina dove guardavo, c’era un volto di donna che mi sorrideva. Spiccava nel buio della strada e del locale vuoto con i suoi contorni delicati, intinti nella luce della candela che ardeva sul mio tavolo.
«Nessuno dovrebbe. Nemmeno tu», le dissi. «A quest’ora della notte ci si rinchiude in casa, con la famiglia».
La donna non sorrise più. Quando mi voltai verso di lei, i suoi occhi contenevano una tristezza liquida ma bruciante. Alzò le spalle sottili, accarezzò distrattamente la stella dorata sulla sommità dell’albero accanto alla porta del bar. Guardò fuori, dove le luminarie appese ai lati della strada tracciavano spirali di luce nell’oscurità.
Pensò a qualcosa che affondò nell’ombra più nera, là in mezzo alle altre ombre che non si distinguevano dallo sfondo. Poi, con un sospiro ruppe il silenzio, e prese un calice vuoto dal bancone. Versò del vino dalla prima bottiglia che trovò, e tenne il calice davanti a sé, assorta come se stesse rivedendo un periodo della sua esistenza.
«È vero quello che si dice. Natale non è un giorno come gli altri. Per alcuni è il giorno più difficile a cui sopravvivere». Mosse appena il capo, scacciò un pensiero tutto suo che mi sembrò di riconoscere. Poi sollevò il calice per brindare. «Agli esseri umani che la luce sfiora appena; alla felicità che è nascosta da qualche parte. A quelli come noi, che bevono da soli costretti in un tempo che non gli appartiene».

Quando finimmo il vino nei calici, non c’era più nessuno in strada. Quel poco che ci dicemmo non ci fece conoscere nulla dell’altro, tranne la solitudine che ci univa. Avrei voluto restare ancora, ma avrei finito per rovinare quel poco di buono che avevamo condiviso. A volte basta un niente, per spezzare un equilibrio perfetto.
«È tempo che vada» le dissi. Mezzanotte era ormai passata. Ma quando tirai fuori le monete per pagare, lei respinse i miei soldi con un gesto risoluto della mano. Non mi guardò nemmeno. Ma disegnò un sorriso sfuggente, un’altra stella che cadeva ai confini del mio sguardo.
La ringraziai con un cenno del capo, poi uscii dalla porta e la richiusi dietro di me. Non le dissi altro, perché non c’era nient’altro da dire.
Lei spense la candela con un soffio, e sparì nel buio del locale.
Io mi allontanai piano, e tornai a essere quello che ero diventato.

©Ygor Varieschi, 2019

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  • Lei si chiamava Magali, ma non lo sapeva. Sorda dalla nascita, per nome aveva un fremito lieve nell'aria quando la sorella maggiore la prendeva fra le braccia per coccolarla o un mugghio di tramontana fra le labbra di sua madre, che di quella figlia difettosa avrebbe fatto a meno. Ultima di sette figli di una famiglia di giostrai occitani, Magali era cresciuta selvaggia e ottusa, fra i campi e i villaggi che costellavano un itinerario punteggiato di fiere scalcinate e sagre paesane. [ continua su
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