Quando il pallone tornerà in strada, allora saranno tornati gli umani di Davide Grittani

Se si potessero escludere suoni e rumori prodotti durante una partita di pallone, lasciando solo quelli dei piedi, si avrebbe l’esatta percezione del distanziamento sociale. Di cosa ci priva questo sadico strumento di sopravvivenza. Se un’inquadratura in campo lungo a un certo punto stringesse sulle scarpe che attendono, indugiano, scattano, strisciano, stoppano la palla e la riperdono, si avrebbe la percezione di quello a cui stiamo rinunciando. Forse per sempre, forse.

Sta tutto lì, in quella immagine imperfetta eppure insostituibile, il senso di una partita di pallone. Mica nelle facce scarnite o tra le basette dei capelli, da cui piovono rivoli di sudore e desideri. Mica nelle magliette attillate di una o due taglie più piccole, unte di terra e stupore. Men che meno nelle tute sdrucite dall’asfalto e nelle scarpette mainstream, che oggi possono permettersi quasi tutti. Il senso vero di una partita di pallone starebbe tutto lì, nel primo piano di quei piedi consapevoli di aver ribaltato le gerarchie del corpo, fieri di essere diventati per qualche minuto la parte più importante di noi. Le tracce sulla sabbia, le lunghe scie disegnate sullo sterrato, le traiettorie di tanti millepiedi che s’incrociano, si sfidano e poi s’accompagnano, le frenate scolpite sul terriccio o sul catrame. Tocchi, tonfi, tiri e tranelli che modellano una palla che si fa rivincita, il vuoto d’aria che reagisce opponendo un fischio, un sibilo sinistro. Quasi un’evocazione.  Quei rumori isolati da tutto il resto, proprio come succede nelle partite di oggi, in cui ogni cosa è pubblica a cominciare dalle debolezze, racconterebbero la vita di ognuno dentro il sogno di pochi. 

Oltre che per le cattedrali, le città si riconoscono dai luoghi in cui da bambini si giocava a pallone. A Foggia (la città in cui vivo) davanti allo stadio Zaccheria, dove una volta si faceva il mercato settimanale del Venerdì, improvvisando le porte con i sacchi della spazzatura. A Bari negli slarghi nella città vecchia, di fronte ai pescherecci, quando scaricando molluschi i pescatori venivano investiti dalle pallonate, mescolando imprecazioni ai tiri che finivano tra le righe delle porte disegnate con la vernice. A Lucca lungo il fossato del castello, a Livorno negli slarghi dell’Ovosodo mentre le ciminiere delle acciaierie sbuffavano tutto il giorno. A Milano nei quartieri dormitorio in cui un tempo non arrivava nemmeno la metro, a Torino di fronte al Lingotto sperando di vedere qualche giocatore uscire dalla Fiat. A Palermo in mezzo alle carni, alla frutta e agli schiamazzi della Vucciaria, a Napoli nelle corti della Sanità o se le guardie si distraevano davanti al lastricato di Castel dell’Ovo. In questi posti che oggi tacciono, se qualcuno le cercasse troverebbe piantate le croci e le lodi dei milioni di bambini che hanno rincorso un pallone, che hanno riso, pianto, vinto e perso nel nome di un dio minore che a tutti appariva irraggiungibile, crudele eppure inspiegabilmente seducente: il pallone. 

Se si annullassero i colori di una partita, lasciando solo il bianco e nero dei monosillabi, si avrebbe l’esatta cognizione di quello che è stato sottratto ai bambini, ai ragazzi, alle nuove generazioni. E che abbiamo perso anche noi. Come quei film in cui isolando un attore, la camera lo segue sotto l’aura di un’altra dimensione, sottraendolo al resto delle altre tonalità, raccogliendone incertezze, curiosità e manie dentro al contrasto che passa tra il gregge e la solitudine. Di qua o di là. Quegli slanci, quei gemiti, quelle ansie, quei fiatoni, quelle mezze parole pronunciate di traverso, mentre un’azione che sembrava giusta sfumava miseramente e una che invece non sembrava niente ci metteva di fronte al portiere. Tutto in bianco e nero, riportando un’azione primitiva al coraggio primordiale che l’ha generata. Quello che risiede in tutti i giochi, che si nasconde nella malizia. Generazioni intere sono cresciute nelle nuvole di quelle voci, piccoli e grandi geni che hanno attraversato le urla di quei campetti improvvisati. Non le esclamazioni di oggi, che nascono con in dote i compromessi che le hanno generate, ma le offese e le gratificazioni che uscivano dalla bocca di chi credeva di essere nato per trovarsi lì. Quando potremo tornare in quei campi-officina che hanno forgiato migliaia di ragazzi, in quelle caserme a cielo aperto che hanno indotto alla disciplina della strada eserciti interi (omologhi di quelli oggi sono reclusi in casa), allora si avrà l’esatta cognizione del danno che abbiamo fatto finta di condividere e che invece abbiamo scaricato interamente sui destini di questi bambini. Viene in mente La compagnia dei Celestini, l’epico romanzo con cui Stefano Benni fece delle camerate adolescenziali l’ultima delle dottrine prima dell’avvento del digitale. A quel gergo, a quella gestualità così vergine e così necessaria, si rivolgeva un romanzo che (proprio adesso) sarebbe il caso di rileggere.

A chiunque mi chieda quando torneremo alla felicità o a ciò che le somiglia di più, rispondo che succederà quando rivedremo dei ragazzi giocare a pallone. Non ho detto a calcio. E non ho detto tornei, competizioni, scuole di talenti in cui ognuno – senza dirlo – si cimenta privo dell’ingenuità che incendia la prima gioia. Ho detto pallone, tornando al senso di liberazione, al sentimento barbaro e un po’ violento (nel senso di sano) di comunità. L’episodio che lo rievoca più di ogni altro è drammatico, ma al tempo stesso un dono. Il suo ultimo. Il ritrovamento del cadavere di Pier Paolo Pasolini all’idroscalo di Ostia, l’alba del 2 novembre 1975. Quando tutto il mondo – a eccezione di sua madre – sapeva cos’era successo, quando i rilievi erano già stati effettuati per quanto in maniera del tutto inadeguata, verso metà mattinata i ragazzi della borgata, col corpo del poeta ancora a terra, la faccia dentro una pozzanghera, organizzarono una partita a pallone. Sei contro sei, forse quattro contro quattro, le cronache dell’epoca non concordano. Da una parte i pali erano buste della spazzatura, dall’altra due legni rinsecchiti. Di fianco, alla destra del lato lungo del campo, i resti del più grande intellettuale del Novecento. Pier Paolo Pasolini era un innamorato del pallone, non ho detto calcio. Era uno che toglieva la cravatta e cominciava a giocare, in qualsiasi campetto, sotto qualsiasi portone, specialmente contro ragazzini. Chi l’ha studiato, letto e analizzato non ha dubbi, il primo a essere felice che quella partitella fosse stata organizzata proprio lì – a due passi dal suo corpo oltraggiato e schiacciato dalla sua stessa fuoriserie – sarebbe stato proprio lui. Perché in quel gesto c’era tutta l’Italia di Pasolini, la filosofia di una terra incistata dentro l’equivoco. Come un eterno gioco, il solo gioco possibile nelle periferie in cui persino respirare sembrava una conquista. Il gioco di cui egli stesso diceva «un sistema di segni, quindi un linguaggio», o ancora «un concetto», «un oppiaceo terapeutico», infine la straordinaria intuizione antropologica «il calcio è una rappresentazione sacra, l’ultimo grande rito». Non saprei dire quando, spero presto. Ma quando dal niente, dal caldo torrido e l’asfalto lucido al punto da sembrare molliccio, dalle marmitte delle auto sbucherà un pallone all’improvviso, chiamando a raccolta improbabili candidati a rincorrerlo a vario titolo, forse allora si potrà dire che le distanze a cui ci ha costretto questa pandemia si potranno cancellare. Quando il pallone tornerà in strada, allora saranno tornati gli umani.

© Davide Grittani, 2021

Davide Grittani (Foggia 1970) è pugliese, padre di tre figli e indegno amico della grande Barbara Garlaschelli. Oltre a Milano ha visto molte altre città, anzi dice di essere stato in 51 Paesi del mondo. La Montblanc l’ha persa, come si perdono tutte le cose a cui si giura fedeltà eterna.

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