Pinìn di Hans Tuzzi

Sol omnibus lucet
Proverbio latino

Novembre: il più cupo e il più triste dei mesi.
Il sottotenente Giuseppe Merlotti, per tutti i suoi cari da sempre Pinìn, scrutava con il binocolo i lastroni di dolomie, immense schegge a scalare il cielo. In tempo di pace quei monti, quei boschi erano percorsi dai valligiani e da rari appassionati. Quei monti, quei boschi conservavano ai tempi del silenzio frammenti di antiche epopee nobili come quelle cantate da Ossian.
Ora, da quattro anni, erano luogo di morte.
In quell’osservatorio avanzato, nascosto fra le rocce, al quarto giorno di isolamento i suoi tre uomini erano già provati.
Del nemico – il nemico! – nessuna traccia, e cosa consuma più i nervi di un nemico invisibile e silenzioso?
Gribaudo, poi, più degli altri soffriva di non poter fumare.
Pinìn non aveva mai fumato, in vita sua. Questo lo aiutava.
Attraverso le lenti scrutava i monti, il cielo tagliato talvolta dal volo dei gracchi, i boschi neri contro la neve, e silenziosi come la morte.
Neve. Non tanta come nell’inverno del ’16, per fortuna, ma c’era, e tutto era bianco nero e grigio, senza colori. Guerra in ambienti estremi. Estremi era dir poco. Rivide in un lampo accecante la trincea sul monte Scorluzzo. 31 dicembre 1916: la Santa Lucia Nera.
Quasi due anni prima, il 25 novembre 1916, le truppe austriache sulla Marmolada avevano celebrato una messa per il nuovo imperatore, Carlo I. Diciotto giorni dopo molti di quei soldati sarebbero morti sotto la valanga del Gran Poz. Ma questo, quella mattina del 1918, Pinìn non poteva ancora saperlo. Glielo avrebbe raccontato, a guerra finita, l’amico Karl, sopravvissuto.
Ora Karl era un nemico, chissà dove, oltre l’invisibile linea che separava… chi? Quelli che dicevano Gebirgskrieg e quelli che dicevano Guerra bianca? E forse che l’impero dell’aquila bicipite non aveva sudditi italiani? Già, gli irredenti…
“Tenente!”
La voce di Ascenzo, un sussurro.
“Ho visto qualcosa, nel bosco”.
“Dove?”
“Là, sulla sinistra, verso i larici”.
Il drappello di larici spiccava spoglio fra il nero degli abeti. Due settimane prima erano ancora fiamme gialle, pensò Pinin puntando il binocolo. Non si vedeva nulla.
“Sei sicuro?”
“Sì”.
No, qualcosa si vedeva. Un impercettibile movimento di rami. Poteva essere un cervo.
“Se vengono da lì, non son dei nostri” bisbigliò Gribaudo. “Mitragliamo?”
“Aspetta” ordinò Pinìn.
Passarono lunghi secondi.
I rami si mossero. Qualcosa, qualcuno avanzava cauto nel bosco.
“Mitragliamo?”
Karl… perché pensò a Karl?
“No, aspetta”.
Puntò il binocolo al cielo. Ogni tanto, lì, da oltre le cime, si vedevano un’aquila o una coppia di poiane. Ecco, se fossero apparse in quello spicchio di cielo non avrebbe mitragliato. Quanto ti dài, Pinìn? Dodici secondi.
Al nono, il volo maestoso dell’aquila, lassù.
E due secondi dopo, ai margini del bosco comparve una bandiera italiana.
Era D’Argenio, con due soldati e la notizia che la guerra era finita. L’Austria aveva firmato l’armistizio.
Mentre scoppiava rumoroso il sollievo – era finita! e si era vivi! – Pinìn pensò che D’Argenio e i suoi erano vivi soltanto grazie all’aquila. E grazie all’aquila, lui, Pinìn, non era diventato un assassino. Non riusciva ad unirsi alla chiassosa gioia degli altri.
Novembre: il più cupo e il più triste dei mesi.
E lui, che detestava l’opera lirica ottocentesca, Verdi e Wagner per primi, si ritrovò a pensare al solo capolavoro verdiano, a quando sbeffeggiato il vecchio Falstaff sogna un modesto ma non disprezzabile istante di vita felice: “Ber del vino dolce e sbottonarsi al sole…”
Il sole, sì, sarebbe tornato anche il sole. E con la pace sarebbe risorto un mondo sereno, forse addirittura un mondo meraviglioso. Eppure, a lui, in quel momento bastava quel modesto programma – Ber del vino dolce e sbottonarsi al sole – per dirsi che, sì, la felicità, se esiste, è fatta di piccole cose.

© Hans Tuzzi, 2021


Hans Tuzzi

Hans Tuzzi (Milano, 1952: lo pseudonimo è tratto da L’uomo senza qualità di Robert Musil) è autore di apprezzati saggi su storia del libro e bibliofilia.
Oltre che per i romanzi Vanagloria (2012), Morte di un magnate americano (2013) e Nessuno rivede Itaca (2020), è noto al pubblico per i “romanzi con delitto” che hanno a protagonisti Milano e Norberto Melis, un ciclo che secondo l’autore “ha l’ambizione di rappresentare l’Italia dal 1978 (rapimento Moro) sino alla crisi della Prima Repubblica, gli anni in cui si svilisce la grammatica di una civiltà”, e per la trilogia di Neron Vukcic (secondo alcuni un Nero Wolfe prima di Wolfe, anche se Tuzzi precisa che diversi particolari minori ma essenziali contraddicono la biografia del personaggio di Rex Stout), ambientata fra le due guerre mondiali.

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