Piccole storie [15] di Barbara Garlaschelli

Foto di Federico Patellani

UN GRADINO ALLA VOLTA

Scende le scale con attenzione e come tutte le mattine si ricorda di quando le faceva saltando i gradini a due a due. C’era la guerra, allora, e spesso i gradini li facevi così per trovare riparo nei rifugi mentre nelle orecchie sentivi i rumori degli aerei a pieno carico che di lì a poco avrebbero sganciato le loro bombe per radere al suolo la città. Eppure, eppure… c’è una specie di lucina dentro di lui che non si è mai spenta e che tiene vivi i ricordi di quei giorni furibondi ma così pieni di avvenimenti e, sì, dentro di sé può anche ammetterlo, divertimento. Insomma, a dieci anni e con qualche amico riuscivi a divertirti anche se intorno le case si sbriciolavano come i biscotti che mangiavano giusto il giorno di Natale, e due a testa non di più. Sei fratelli e quattro sorelle, hai voglia a farli durare due biscotti… se non eri veloce come un serpente te li mangiava qualcuno più veloce di te. La fame era fame, come fai a spiegarla oggi quella fame lì? Non che non ci abbia provato coi suoi nipoti – due, che di più non te li puoi permettere gli aveva spiegato suo figlio. Cioè glielo diceva a lui che erano in dieci in tempo di guerra? Vabbè, tanto al giorno d’oggi pensano tutti di sapere tutto. E comunque, lui ci aveva provato a raccontare la fame ai suoi due nipoti che lo ascoltavano attenti, su quello niente da dire. Due ragazzini educati, per carità.
«Sapete, non è che passava la fame. No, non passava mai. Avevamo sempre fame: mattino, mezzogiorno, sera, notte. Andavamo a letto dopo esserci divisi in dodici, mamma e papà compresi, qualche patata, qualche carota, un pezzo di pane duro se era riuscito a sopravvivere alla razzia di uno di noi e quando eravamo lì sdraiati uno di fianco all’altro, chi di piedi, chi di testa, l’unica cosa a cui pensavamo era come procurarsi di mangiare il giorno dopo, dove andare a rubarlo. E ci addormentavamo e sognavamo di mangiare, ci svegliavamo e ci buttavamo in cucina dove ci aspettava mezza tazza di latte e fine.»
I due nipoti lo avevano ascoltato, zitti, educati e quando erano stati sicuri che avesse finito gli avevano chiesto se potevano andare a finire i compiti. Lui li aveva osservati qualche attimo e poi aveva risposto, certo. E loro: «Grazie, nonno». Era rimasto lì in soggiorno a guardarli camminare fianco a fianco, due fratelli uno di poco maggiore dell’altro, mentre con passo flemmatico si erano diretti in camera loro. Aveva pensato a lui e ai suoi di fratelli, ma anche le sorelle, che non si muovevano mai così, come dire, quasi militareschi. No, loro sciamavano da una stanza all’altra – tre, mica tante, cucina compresa -, oppure da un cortile all’altro, o dalla casa alla scuola, sempre di corsa, inciampando, sempre spintonandosi e ridendo o litigando, ma in un disordine e una scompigliatezza incontenibili. I suoi nipoti gli mettevano un po’ di tristezza… educati, per carità, ma spenti, ecco, spenti.
Mentre sta per compiere l’ultimo gradino sente un rumore fortissimo dietro di sé, come se qualcosa di enorme stesse rotolando giù dalle scale. Non fa nemmeno in tempo a capire cosa sia che viene spintonato contro la ringhiera. Per fortuna ci stava aggrappato saldo non facendo più affidamento sulla forza delle sue gambe.
«Mi scusi» gli urla il ragazzino, superandolo e poi tornando indietro rosso in faccia e col fiatone. «Sta bene?»
Lui traballante e sempre abbrancato alla ringhiera fa un sorriso: «Benone».
«Mi scusi ancora» e intanto che parla il ragazzino ricomincia a correre giù dalle scale. La chitarra sghemba sulla schiena e lo zaino in mano.
A lui scappa un: «Uè, ciao!» che il ragazzo non sente.
Poi, dopo aver ripreso il controllo del proprio corpo magro e dondolante percorre l’ultimo tratto di ballatoio e si trova in strada. Il ragazzo con la chitarra è già arrivato in fondo al giardino e sta aprendo il cancello. Chissà chi è, si domanda. Peccato non sia uno dei suoi nipoti, pensa.

© Barbara Garlaschelli, 2017

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