Parole nel treno di Margherita Asso

Le è sempre piaciuto guardare fuori dal finestrino del treno. E’ un tempo vuoto di pensieri in cui il nulla della testa è privo di rimorsi. Non si pensa a leggere, a risolvere quel dubbio sul dirglielo o non dirglielo, a quella decisione da prendere… Niente, sei lì semplicemente autorizzata ad annoiarti, a fantasticare o, appunto, a guardare fuori dal finestrino. Più tardi, il viaggio è lungo, si potrà anche prendere un libro, mandare qualche messaggio, leggere il giornale. Ma ora, ora che il treno ha appena lasciato la stazione, Paola si perde a guardare le finestre dei palazzi che affiancano la ferrovia.
Sono le sei di un mattino invernale. Nelle case, non in tutte, le luci sono accese in cucina. Ci si prepara alla giornata di lavoro nel grigiore milanese che, in questa alba, riesce a sembrare un normale grigio mattutino prima del sorgere del sole. Tra un’ora non avrà più alibi, dovrà svelare tutta la sua bruttezza di cielo milanese, almeno fino alle quattro e mezza quando il crepuscolo gli verrà in soccorso.
Il sedile è comodo, un posto singolo, poca gente a quell’ora. Solo davanti a lei intravede qualcuno oltre gli alti schienali. Paola si prepara a godere fino in fondo quelle ore che la separano da Roma dove ha un incontro alla sede dell’Associazione Italiana Veterinari.
Studiosa di malattie bovine, è stata convocata per valutare un nuovo vaccino messo a punto in un laboratorio inglese. Potrebbe essere la soluzione per sconfiggere il virus che, da due anni, attacca le ghiandole mammarie dei bovini con conseguenze disastrose sulla produzione lattiera.
La sua relazione è pronta, può concedersi di svuotare la mente. Sta ancora scrutando dentro le mattine dei milanesi quando sente una voce di donna:

“Non mi dire, ma quando è successo?”
E un lui che risponde: “Non so esattamente me l’ha raccontato ieri”.
“Non si era accorto di niente?”
“Sai com’è lui, sembra viaggiare a dieci centimetri dal suolo. Però quando atterra, guai a chi gli ha pestato i piedi”.

Non vuole farlo. Odia essere obbligata suo malgrado ad ascoltare discorsi altrui. E’ proprio l’unica cosa che può rovinarle un viaggio in treno. La voce sonora dell’uomo la raggiunge chiara dalla fessura tra le poltrone. Paola tira fuori il tablet e scarica il Corriere. Inizia con l’articolo di fondo sulle prospettive di tenuta del governo, le piace quel giornalista, ma la voce del tipo buca il suo scarso interesse per l’argomento.

“Pare che siano gemelle”.
Paola è una gemella e, quando sente pronunciare quella parola, le scatta un campanello d’allarme. Essere gemella è una vita che parte diversa e prosegue così per sempre. Sei un individuo ma anche due individui insieme.
Torna al tablet e sfoglia le pagine leggendo solo i titoli.

“Beh ma la colpa è anche sua”.
“L’uomo è cacciatore, lo sapete bene voi donne. E quando capita l’occasione non si tira indietro”.
“Racconta tutto dall’inizio, dai che mi diverte”.
“Lui era al bar, mangiava un panino con Irina, la stagista del quarto piano”.
“Ah, l’ha già puntata”.
“Boh questo non lo so, forse. Fatto sta che arriva il cameriere e gli dà, assieme al conto, un biglietto con scritto un nome e un numero di telefono”.
“Assurdo”.
“Il cameriere, che lo conosce, gli fa capire che il biglietto gliel’ha dato quella tipa che sta bevendo una coca, al banco. Così di spalle non sembra male”.

Paola a questo punto non fa neanche più finta di leggere, nemmeno con sé stessa. Sua sorella si chiama Anna e ne aveva combinato una delle sue coinvolgendola suo malgrado.
Ma no, non può essere… sarà una coincidenza. Passa alla pagina culturale, agli spettacoli. Sente sferragliare il carrello all’inizio della carrozza, tira giù il vassoio dallo schienale di fronte e pensa se prendere un tè o un caffè, con o senza biscotti.

“Per me un caffè lungo e frollini”, è la donna che parla.
“Niente grazie”.

Tocca a lei, chiede tè e biscotti, ha bisogno di dolcezza, sente che ne avrà molto bisogno.
Sta armeggiando con cucchiaino, salvietta lavamani, zucchero nell’esiguo spazio del tavolinetto e intanto osserva frammenti che sporgono dal sedile davanti: un ciuffo di capelli neri spettinati, un guizzo di rosso, forse una manica, che si agita per mescolare il caffè, per aprire i frollini o chissà che altro.

“Non piantarmi così a metà! L’ha chiamata?”
“Certo e non solo chiamata, l’ha incontrata ed è successo tutto il trallallà”.
“Non ci posso credere!”
“No, aspetta che il bello deve ancora venire”.
“Sembra un romanzo!”
“La cosa aveva preso un suo trantran, si vedevano da lui una volta alla settimana, il martedì e la settimana dopo il giovedì. Me ne ha parlato qualche volta. Sai i discorsi tra uomini…”
“Immagino”, risponde lei asciutta.
“Un giorno eravamo in pausa al bar sotto l’ufficio e lo vedo pensieroso. Gli chiedo se pensa alla sua nuova fiamma. Non immaginavo di aprire un vaso di Pandora! Comincia a dire che è tutta svitata. Un giorno vuole andare a mangiare la pizza, la volta dopo odia la pizza. Le piace Tavernier e poi odia i film francesi. Anche a letto ha preferenze da schizzata. Ogni volta il contrario di quello che le piaceva la volta prima”.
“Forse è bipolare. Scusa, vado un momento in bagno che ora è libero”.
“Certo, vai, ora viene il meglio”.

Paola si sporge di lato e vede di spalle una bionda minuta, sulla quarantina, tutta vestita di rosso che va alla toilette in fondo al vagone. Quando torna la osserva bene: occhiali, composta, perfettina, una borsa più grande di lei, firmatissima. 

“Mando questo messaggio e poi ti dico, tieniti forte!”
“Sono tutta orecchi”.

Anche Paola da un pezzo è solo un orecchio, teso e proteso in avanti.

“Non è bipolare: sono DUE, sono proprio due! Due gemelle!”
“Non ci posso credere!”
“Anch’io gliel’ho detto. Ma le ha viste con i suoi occhi! Lunedì scorso aveva appuntamento con un cliente della banca, uno importante di fuori Milano. Per impressionarlo l’aveva portato al bar di Prada, quello che dà sul quadrilatero della Galleria. Sono a un tavolino vicino alla finestra con i loro aperitivi quando vede due anne che stanno chiacchierando proprio lì, vicino al mosaico del toro dove tutti fanno il giro attorno alle sue palle. Al momento pensa di aver bevuto troppo e di vederci doppio. Ma no, anche il cliente – che si era accorto della direzione del suo sguardo – gli dice che sono carine quelle due, vere tipe milanesi. Con quello poi non ha combinato nulla, confuso e arrabbiato com’era.
Ma tu pensa, che coraggio…”

Non ha più dubbi: le gemelle sono lei e Anna. La storia corrisponde in tutto e per tutto. Sapeva che non doveva accettare la pazza proposta della sorella di vederlo una volta ciascuna, a turno.
Sono due gemelle identiche e su questa assurda e totale somiglianza hanno giocato fin da piccole. Ma questa è stata troppo, troppo grossa.
Sprofondata sempre più nella poltrona quasi le si leggesse in faccia che lei, proprio lei, è una delle due diaboliche gemelle, Paola ripensa a tutta la vicenda.
A quando Anna, con una luce birichina negli occhi, le aveva detto che non facevano del male a nessuno, era solo per divertirsi. Per lei era tutto facile. Spavalda e sicura di sé, si buttava nel mondo come la polena della nave a frangere i flutti. Lei, Paola, era diversa. Quante volte aveva dovuto arginare l’irruenza della sorella. O la sua prepotenza quando si strappavano i giocattoli da bambine e vinceva sempre Anna.
Stefano, già, il loro toyboy.
Le prime volte era spinta dall’allegro cinismo della sorella, ma ora le cose erano cambiate dentro di lei. Li aspettava quegli appuntamenti, ci andava col cuore leggero. Lui le aveva smosso qualcosa. Una sintonia, un sentirsi ascoltata e accettata. Cosa che non le capitava da un pezzo dopo la rottura con Aldo, il suo ex marito.
Gliel’aveva anche detto un giorno ad Anna. Che dovevano smetterla, fare una scelta. Che lei avrebbe voluto uscirci da sola e non dividerlo più. Lei aveva fatto spallucce e detto che ne avrebbero parlato. Conoscendola, Paola temeva che la sorella non volesse mollare la presa.

Persa in questi pensieri aguzzi, non si accorge che davanti hanno ripreso a parlare. Si raddrizza sul sedile e torna a essere un orecchio.

“… detto subito il mattino dopo”.
“Ha fatto proprio bene, se lo meritano!”

Stazione di Bologna, gente che sale e si scontra in corridoio con chi è in ritardo a scendere, chi cerca il posto scrutando sopra ogni sedile, valigie che lievitano sopra le teste, cappotti tolti da cui esce il freddo.
Paola è nel panico. Sente una minaccia incombere su di lei. Cosa si meritano? Una denuncia? Un’aggressione? Un pestaggio? Uno scherzo crudele?
Le gallerie del tratto Bologna Firenze la sprofondano in un tunnel di angoscia e immobilità. Si trattiene dal chiamare Anna ma vorrebbe disperatamente sapere quale vendetta ha architettato Stefano.
Finiscono le gallerie, Firenze si avvicina: capannoni, muri variopinti di murales…gli occhi nel vuoto del finestrino. Paola si riscuote quando sente un tramestio davanti. Lui si sta alzando e inizia a tirar giù una valigia, la piccola donna scarlatta dalla grande borsa è già in piedi e si sta infilando un cappotto bordò. Il panico la fa agire. Si alza anche lei.

“Scusate, non ho potuto fare a meno di ascoltare la storia che ha raccontato. Parlavate a voce alta…e poi era veramente intrigante. Ma come è finita? Mi sono appisolata un momento e non ho sentito tutto”.
“Spero di non averla disturbata troppo. Il finale? Lui riesce a far litigare le due gemelle che non si parleranno più per tutta la vita. Le piace? E’ la trama del mio prossimo libro. L’ho raccontata così come fosse vera per sentire cosa ne pensava la mia collega”.
“Sì veramente bello, forse poco realistico”, balbetta Paola.

© Margherita Asso, 2021

Margherita Asso

Margherita Asso è in pensione dopo aver lavorato in una casa editrice come redattrice cartografa dove disponeva parole, immagini, linee e simboli su una superficie piana bidimensionale. Ora le parole le allinea una dietro l’altra con grande diletto. 

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