Palermo è un pesce morto di Alessandro Angeli

Cap. 8

Mio fratello Valerio è diverso, lui non ragiona più di tanto sulle cose e in un certo senso non si fa sangue malato. Con Valerio mia madre è sempre stata più tranquilla. All’epoca aveva una corporatura robusta e un ciuffo gelatinoso che gli pendeva sulla fronte, lavorava ai mercati e si alzava quando era ancora buio. Tutta la voce che aveva la sprecava a urlare dal banco, e quando finiva con quella si metteva a ridere senza smettere mai. Al contrario mio aveva deciso di sposarsi.

Mio fratello, quando da picciriddi dormivamo insieme, aveva il sonno pesante di un bufalo. A volte si addormentava con il braccio fuori dal letto e allora io gli mettevo un bicchiere di plastica con un quarto d’acqua nella mano e lui inevitabilmente se lo buttava addosso. Si svegliava di soprassalto come se lo stessero torturando e io correvo a nascondermi. Sua moglie Rosaria da ragazza aveva i capelli neri neri che le arrivano in fondo alla schiena; se li legava sempre per quanto erano lunghi e in pochi l’avevano vista con la capigliatura completamente sciolta. Si diceva che i suoi nel rione avessero la protezione del capo mandamento, ma nessuno parlava volentieri di queste cose e a Valerio in fondo in fondo non gliene fregava niente. Per loro sposarsi fu la cosa più naturale del mondo, come mettersi i calzini di lana quando fuori è freddo. Con l’aiuto di tutti Valerio accese un mutuo e quando andava a faticare faticava doppio. Ma lui era contento così e non sentiva la fatica, perché è una persona buona, e i buoni senza sacrifici non sanno vivere.

Il giorno delle nozze anche Rosaria era felice e nonostante sua madre Antonia glielo avesse proibito, si portò il guanto bianco agli occhi e scoppiò a piangere come una fontanella. Tutti in chiesa si commossero. Fosse stato per me non ci sarei andato, ma lo feci per mio fratello, e lui dopo mi ringraziò. Per il pranzo prenotarono da Giuffrida a Mondello e il sole ci mise un’altra pezza. Ancora prima che arrivassero le minestre ero già brillo e dovevo trattenermi per non urlare quello che pensavo della famiglia di Rosaria. Quando finimmo di mangiare, Valerio si fece tagliare la cravatta e sotto la verandina iniziarono le danze. C’era pure l’orchestrina e attaccarono subito con Ciuri ciuri. Dopo un po’ presi le sigarette e mi avviai verso il mare. Seduto sulle ginocchia guardavo le onde. Mia cugina Sonia mi raggiunse: «Ma che vai facendo?»
Io continuai a guardare davanti a me senza risponderle.
«Nun cangi, eh? Fallo almeno per Valerio.»
«È già tanto se sto qua», le dissi, e Sonia si avvicinò per toccarmi una spalla, ma io mi spostai. Lei allora rimase a guardarmi esitante, senza dire niente, poi reggendosi la gonna si avviò di nuovo verso la comitiva. Ripresi a guardare il mare, un piccolo peschereccio s’inoltrava al largo sotto un cielo di vetro.

(continua…)

©Alessandro Angeli, 2019

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  • perché a volte ci si stanca sai tutte queste parole questo spreco questo voler esserci e dire e non ascoltare e mostrare senza vedere e parlare senza voce e suoni suoni rumore come sassi che rotolano e questa stanchezza che ti porta via e non è vero che ci si ascolta e ci si rispetta è solo rumore di fondo e cielo nero e battere pugni sul tavolo come bambini vecchi senza più innocenza senza più pudore solo urla e parole urla e parole vanità e piccolezza e sussurri e grida ma che rimbalzano su corpi oscuri e blindati non ci sono mani tese solo occhi chiusi e pugni chiusi e porte chiuse e muri alzati e fuoco e fiamme la paura di essere soli ma senza la voglia di stare insieme e tutta questa stanchezza che ti trascina via verso il basso che è uguale all'alto ma tanto che differenza fa se non mi ascolti se non mi guardi se non sai nemmeno chi sono anche se dici di conoscermi dove pensi di andare senza gambe senza occhi senza mani solo con un passato che pesa e un futuro che non ti accoglie e un presente che se ne lava le mani e tanto chi se ne frega se si muore se si è vivi se il cielo è sopra o sotto se il mare è di plastica e le case di cartone perché a volte ci si stanca di tutto questo fragore che scioglie il silenzio che sbatte le finestre e incastra i sassi sotto le suole delle scarpe e ti fa sentire il dolore sulla pelle nelle ossa dentro il cervello perché è tutto questo correre verso il niente che ci lascia indietro senza amore imbottiti di rabbia e Lexotan vino da poco e sigarette spente perché a volte ci si stanca e vorresti che chi ti ha lasciato fosse qui anche solo per un secondo anche solo per dire aspettami per favore aspettami per favore devo dirti questa parola solo questa ma è la più importante quella che non ti ho detto mai aspettami per favore...
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Succede che delle recensioni siano così belle in sé da essere pura narrazione. 
Tra le più belle parole scritte su "Il cielo non è per tutti" @edizioni_frassinelli .Grazie a @ispagnoli che lo ha amato quanto più non si potrebbe. E a @davide.barilli per la sua attenzione e lo spazio che ha dato a "Il cielo" su @gazzettadiparma.it .
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  • “Il tuo più tenue sguardo facilmente mi aprirà benché abbia chiuso me stesso come dita sempre mi apri petalo per petalo” La punta acuminata e metallica sfiora la mia fronte e io, di riflesso, sorrido: la sensazione, quasi impercettibile, di freddo contro la pelle accaldata dall'eccitazione è piacevole, così come la leggera pressione che avverto sull'epidermide. Come un presagio di dolore che non ci sarà."
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