Palermo è un pesce morto di Alessandro Angeli

Capitolo 13

 

Il buio a quell’ora colava dai palazzi e l’aria cominciava lentamente ad assorbire la polvere che si sarebbe sparsa poi per tutto il giorno. Intorno a me lo schiamazzo dei gabbiani che volavano bassi sotto le finestre e il fuggi fuggi dei gatti che si fermavano a guardarmi e sparivano negli androni di pietra. Il cielo era una striscia invisibile avvolta ancora dal buio, una linea nereggiante che si dissolveva, si rompeva con un’esplosione di fucsia e viola. Era il frutto di un’ellissi scartocciato che non aveva il coraggio né la voglia di farsi vedere. L’agenzia funebre dietro casa era ancora chiusa, nonostante sotto l’insegna ci fosse scritto orario continuato. La sera quando rientravo trovavo il gestore a giocare a scopone con i suoi dipendenti, in attesa di una chiamata che non avrebbe tardato. Al semaforo le macchine erano tutte allineate, coi fari sparati aspettavano solo un segnale per falciare e spazzare via qualsiasi cosa. Sul marciapiede dalle venature scure, sotto le finestre chiuse, ancora svolazzavano le carte abbandonate per strada dai carusi e dai disperati della notte. Le buste della spesa, i volantini pubblicitari e l’involucro di qualche panino consumato di fretta.

Quando andai a comprare il biglietto, l’edicolante era già al telefono tutto ammuccato. Che c’avrà da parlarsi alle sette del mattino, mi dissi, e gli mostrai la monetina lui nemmeno la guardò, in quel mentre arrivò l’autobus. L’inferno del 101, il percorso peggiore che si possa scegliere per attraversare la città. Cercai di districarmi tra le donne che non smettevano di parlare e l’odore puntuale dell’aglio impregnato ai vestiti, alle mani, ai capelli. Un tutto umano, una massa indistinta immobile e terribilmente claustrofobica. A un certo punto qualcuno urlò: «APRITE LA FENETRA, NUN SENTITE LA PUZZA CHE CE STA», e improvvisamente si sparse nel corridoio dell’autobus un fetore così forte e disarmante che le donne sghignazzarono e urlarono: «Maronna mia», mentre un’altra tirò fuori un deodorante e lo spruzzò frenetica in mezzo alle spalle ricurve e piombate della gente assonnata. Ripeté la ventilazione tre, quattro, cinque volte, quasi a consumare l’intera bomboletta e sghignazzò come una erinni. Mentre osservavo tutto questo mi sentii strattonare con prepotenza e smanacciarmi, il tutto seguito da un bisbiglio insistente: «Permesso, permesso che devo scendere». Ogni mattina nelle facce che sostavano sospese e impotenti in mezzo a questo sfacelo cercavo una corrispondenza, uno sguardo comprensivo che non giungeva mai. Allora mi prendeva una disperazione così forte, che nonostante lo stomaco e l’abitudine, non riuscivo a resistere. Perciò scendevo e mi mettevo a camminare davanti alla statuetta annerita e consunta dall’ossido di carbonio, con i garzoni della mafia nelle tute arancioni e l’effigie del comune addosso, che facevano finta di spazzare e intanto mi studiavano. All’improvviso l’aria si striava di un grigio tossico e corrosivo che si addossava alle banche e alle prime insegne accese. Seguiva la scia delle aiuole, dove gli alberi sonnecchiavano, lambiva il verderame incrostato alle piante, i baracchini arrugginiti delle edicole semiaperte, dove qualcuno si ostinava a chiedere giornali. I muri lungo il passaggio sembravano volersi scrollare i manifesti di dosso e t’invitavano lacrimosi a strapparglieli dalle estremità sospese, per poter rimanere anonimi anche loro. Ogni giorno camminavo lungo queste strade aspettando che l’inferno si scatenasse davvero ed esplodesse in tutto il suo fragore. Camminavo borbottando da solo, dentro l’architettura di questa città, che ogni giorno di più cospirava contro la libertà della gente.

©Alessandro Angeli

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