Palermo è un pesce morto di Alessandro Angeli

Capitolo 10

 

Davanti al parcheggio chiuso, nell’aria irrespirabile, vicino all’edicola votiva della madonnina infilzata, un cumulo di carte si alzava in aria nel ricircolo dello scirocco. Sull’autobus che attraversava i balati, dove stava il chiosco delle granite, con il nugolo di cani cenciosi che ci sciamava attorno, una donna sgranava un rosario. Fuori dalla finestra semiaperta nel magazzino alla periferia di via Lincoln dove lavoravo da qualche settimana ormai, c’era un rimorchio pieno di calcinacci, completamente abbandonato. Messa in piedi su quel montarozzo, la tazza di un cesso brillava lucida nel sole. Mi sembra questa l’unica volta che sono riuscito ad affacciarmi alla finestra. Nell’ora di pausa mi fermavo a guardare le macchine che correvano lungo la strada, contro la fissità delle cose. Lo stanzone era zeppo di pacchi e puzzava di vuoto e muffa.

Dopo qualche giorno mi trovai la facciona del caporeparto davanti: «Hai fatto un bordello». Rimasi a guardarlo, il sorriso non accennava ad andarsene. Quando gli chiesi spiegazioni continuò a sorridere, senza dirmi niente. Così era finito il mio primo lavoro nel magazzino di spedizioni di via Lincoln. Prima di rincasare camminai a lungo per la città, una donna si lamentava con un poliziotto, la vedevo roteare i braccioni madidi nella canicola, senza riuscire a intendere le sue parole. Osservavo le strade affollarsi di gente, come accadeva ogni giorno, io non conoscevo nessuno e anche quelli che avevo conosciuto adesso non mi guardavano più. La città continuava a disordinare e riordinare a suo modo, non c’era tempo per il superfluo ed essere fuori dai suoi giri significava non contare più niente.

La mattina una musica veniva dalle strade, un suono senza direzione che si alzava e abbassava senza smettere. In mezzo alla frenesia dei gabbiani e alle nubi di polvere che offuscavano i monti, con le donne che aprivano le serrande delle imposte e il padrone della macelleria che portava in giro il cane zoppo.

Scendere giù e buttarmi in mezzo a queste strade, a questa miriade di case, pensare di giungere alla fine di un percorso che si ripeteva sempre, ogni giorno era un incubo nuovo. Con quella maledetta fretta che avevo nel cuore, una fretta sconosciuta che non mi dava tempo di vivere.

Nel pomeriggio attraversando in autobus il centro, mentre guardavo fuori dai finestrini, vidi un morto per strada. Era coperto da un lenzuolo. Il silenzio di tutti all’improvviso si interruppe, per un attimo tutti quanti smettemmo di esserci estranei. Una ragazza sgranò gli occhi portandosi la mano alla bocca e si segnò il petto. In tre o quattro scendemmo per avvicinarci alle transenne dove stavano i carabinieri. Io mi fermai dietro il piccolo capannello che mi dava le spalle, non volevo vederlo, così chiesi informazioni a uno che veniva.
«Che successe?»
«
Ma niente, si è accasciato a terra mentre camminava… forse ha avuto un infarto», disse tenendo il bavero della giacca stretto con le mani.
«
E lo lasciano lì senza fare niente?»
«
E che devono fare?» Poi si guardò in giro, fece un mezzo sorriso e se ne andò. Nel vento mi sembrava di sentire la voce di qualcuno che mi chiamava, mi voltai in ogni direzione ma non c’era nessuno.

(continua…)

©Alessandro Angeli

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