Palermo è un pesce morto di Alessandro Angeli

Capitolo 9

 

Dopo il matrimonio la tiritera iniziò di nuovo e arrivò anche l’inverno. Sulla gru gialla che interrompeva lo sguardo verso il porto c’era un gabbiano completamente adagiato con le palme sul metallo, avrei voluto chiedergli com’era questa città vista da lassù, mentre continuava a studiarmi con attenzione. Doveva essere bella Palermo a volarci in mezzo, con tutti questi arazzi, queste guglie che mirano il sole. Guardavo le cupole coi loro stemmi sempre uguali, la cattedrale, la chiesa di San Matteo, quella di San Giuseppe, l’Ecce Homo, col cielo che scuriva lavando via i pensieri.

Quella mattina scesi in strada che era ancora buio e mentre buttavo l’immondizia vidi nel vicolo più avanti alcuni balordi baciarsi le guance. Passai rasente al muro intento a non avere rogne. Il tipo tutt’ossa con la barba e lo sguardo crudele, che tutte le mattine sputava per terra quando mi vedeva, rimase sorpreso a guardarmi mentre superavo la fermata dell’autobus, col Cristo piangente accanto, senza fermarmi. Al bar di via Maqueda si affollavano gli studenti, fumavano stravaccati sulle sedie, lasciando il pagherò al barista. Le ragazze parlavano fitto, mentre i maschi osservavano scettici e distanti, superiori per scelta e necessità. Dal cielo con uno squarcio in mezzo ai monti all’improvviso arrivò il giorno e a me venne da chiedermi cosa avrei fatto a quell’ora se fossi stato in un’altra città, a Melbourne o soltanto a Torino, poi visto che avevo bisogno di lavorare cominciai la mia solita questua di bottega in bottega per trovare uno straccio di posto.

[continua]

©Alessandro Angeli

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