Palermo è un pesce morto [7] di Alessandro Angeli

La vecchia 132 caracollava sulle strade impervie, scureggiando come un somaro. Guardavo la testa già mezza pelata di mio fratello Valerio alla guida e mi veniva da ridere. Nessuno dei due si era accorto che il sole ci seguiva e ogni tanto spariva tra gli alberi, come sarebbe sparita quella strada tra un po’, quando la notte scendendo se la sarebbe mangiata come un panino col burro e le acciughe.
Arrivati all’entrata del paese la macchina si lasciò scivolare per terra tirando uno scarburato sospiro di sollievo. Il tempo sembrava sparito, se n’era andato a dormire chissà dove sui monti. Io e Valerio ci guardammo intorno meravigliati, ma non riuscimmo a dire boh, che una donna avvolta in uno scialle marrone voleva per forza fittarci una stanza.
Il mare ci sbatteva in faccia come una porta, la sabbia era farina di sale e decine e decine di gabbiani ci si adagiavano sopra, fissando e fischiando il celeste.
Cercai di raggiungere la riva, ma il vento e le onde me lo impedivano. Le guardai impennarsi gigantesche in aria, allungandosi poi velocemente sulla sabbia, fino ai miei piedi. Solo allora mi mossi. Una bambina piangeva, il padre tenendola in braccio voleva portarla in tutti i modi verso la riva. Piangeva e si dibatteva, ma l’uomo non voleva sentire ragioni. Si incamminarono col vento che impediva loro ogni parola.
Gli spifferi nella parte alta del paese erano ancora più forti, attraversavano le case per sfociare nella piazza, dove c’erano i pullman dei turisti che aspettavano e il vento fischiando faceva sferragliare i ninnoli delle poche bancarelle rimaste. Tra i ristoranti e i negozi chiusi, un uomo portava a passeggio il suo cane, mentre da un atrio di pietra un altro cagnetto piccolo, tirando la catena, gli abbaiava contro fino a strozzarsi.
Sul parapetto si vedeva il mare a strapiombo, due gabbiani sbandando nell’aria si inseguivano attorno a un lampione spento. Mi sedetti su un muretto spaccato a fumare, mentre mio fratello ordinò un caffè. Accanto a noi c’era un vecchio che taliava il mare, col berretto calcato sulla fronte. Guardava in giro e dentro di sé, poi si alzò, fece qualche passo: «Non c’è nessuno da queste parti?», mi arrischiai a chiedergli.
Lui scosse la testa: «Ora no, ma in estate… laggiù, hai voglia», disse riferendosi ai turisti. Quando vide che non c’era nient’altro da aggiungere ci salutò alzando il berretto e si allontanò.
Poco più là, altri due, un uomo e una donna, lo videro, gli s’accostarono passandogli una mano sulla schiena e tutti e tre lentamente si persero tra i viottoli bianchi del borgo.
La sera scese e sul lungomare, nella parte bassa del paese, dai piccoli altoparlanti legati insieme ai lampioni, si sentivano le note di una canzone stentare nel vento. Le donne lungo la via principale vendevano lupini, noccioline e dolcetti d’ogni tipo. Quando ci rimettemmo in cammino una pioggerellina fina cominciò a venir giù lentamente, mentre con il calare del buio si accese anche la sirena del faro. Dietro una bancarella una ragazzina smise di dondolare le gambe e scese dal tavolo per aiutare sua nonna a chiudere il banco, la vecchia le disse di fare più in fretta e di non distrarsi, che il tempo diveniva balordo. Lei si girò un’ultima volta verso di noi e nei suoi occhi vidi una limpida cartolina di sole.

©Alessandro Angeli, 2019

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Ciao Renzo, a te delle feste comandate te ne fregava nulla, ma se passava la festa del papà senza che ti dicessi: "Auguri", mi guardavi e dicevi. "E alura, gli auguri al tuo babbo che ti sopporta da tutti questi anni e ti tira su e giù non si fanno?". Perciò, auguri Renzo, padre infinito, grande come due universi, dieci cammelli, otto zebre e sei balene. Vorrei che mi mancassi un po' meno, ma tanto te sei sempre stato ingombrante. Ti voglio bene, presente, passato e futuro.
La tua piccina.
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