Palermo è un pesce morto di Alessandro Angeli

Cap. 5

 

Qualche attimo dopo tornai a osservarla e vidi accanto a lei un tanghero dai capelli corti che mi taliava, appena lui si mosse mi alzai e me ne andai. Andai a sedermi sulla strada del lungomare. Era ferragosto e tutti si tiravano secchiate d’acqua. Perché l’Italia è così, se uno fa una cosa idiota poi la fanno tutti. Ero seduto lì e leggevo i racconti di Fenoglio, quando una vecchia mi si accostò e come parlasse al vento: «Quei due stronzi fanno schifo, ma non si vergognano?» Disse.
Io la guardai: « Chi?
»
Lei senza musarmi prese a camminare tutta storta sull’asfalto ancora bollente. Poco dopo un ciccione venne su dalla spiaggia con un secchiello in mano, si guardò intorno e ricominciò a parlare coi compari che dal muricciolo del lungomare ridevano senza smettere più.

Il pomeriggio facevo passeggiate senza fine, sfibranti, fino a che gli ombrelloni e la gente sparivano. Solo allora mi sdraiavo. I pescatori pescavano i pesci, io speravo di pescare una femmina. Le mie prede erano quelle che arrivavano sole. Cominciavo a studiarle da lontano. Capivo all’istante se erano vecchie o giovani, grasse o filiformi, ormai ero allenato. Mi piacevano i corpi torreggianti e le gambe lunghe, il ventre asciutto che incocciava perpendicolarmente lo sconfinamento del pube. Guardavo i loro piedi e intuivo i loro caratteri. Per tutto il giorno le studiavo perché ero convinto che fossero gli unici esseri viventi interessanti. Mi alzavo a sciacquarmi e aspettavo che sfilassero sulla battigia. Lo sguardo fisso per alcuni istanti a cercare di imbrigliarle, di ipnotizzarle, un attimo dopo mi concentravo sulle loro risposte. Le più si stizzivano, altre facevano finta di niente, lo sguardo aggrottato, immobile, continuavano a camminare. Altre ancora si voltavano da un’altra parte. Sembravano non avere bisogno di me. Tutti i giorni a studiarle, ad accanirmi sui loro corpi, catalogandoli mentalmente, osservandone le articolazioni, misurandone mentalmente le estremità. Dai particolari all’insieme e viceversa, all’infinito. Non mi importavano i disastri italiani, lo sfacelo in cui vivevamo. Il circo quotidiano mi distraeva soltanto per qualche attimo, quando la mia ricerca si faceva affannosa, allora tutte le contraddizioni che vivevo sembravano soffocarmi e mi veniva voglia di prendere una nave e sparire per sempre. Fare il mozzo, il pulitore di cessi o qualsiasi altra cosa, non aveva importanza, pur di non vederla più questa follia italiana, questa vita ottusa e insignificante, galleggiante ogni giorno di più nell’insensatezza. Ma in fondo in fondo sentivo che pure se avessi trovato la femmina giusta la mia ricerca non si sarebbe fermata, lo sapevo per certo che non avrei mai potuto vivere con una sola donna. Perché io ero nato per vivere con le donne, con tutte le donne del mondo. Gli amici mi annoiavano, il senso del dovere mi faceva sbadigliare o più spesso mi procurava irritazione e sconforto. Perciò mi lasciavo vivere come meglio potevo, cercando di starmene il più lontano possibile dagli uomini, che erano e sono l’unica vera maledizione del nostro pianeta.

«Dovrebbero metterci il corpo di una donna dentro le chiese al posto del crocefisso, perché è l’intero universo, non abbiamo bisogno di altro.» Dicevo a Tanuzzo la sera che ci trovavamo al bar Tubino per farci una Peroni gelata e quello rideva, mostrando la bocca sgangherata e scuoteva il testone. Quando i loro corpi diventavano irraggiungibili mi concentravo sui cuori. Soprattutto la sera o sul finire del giorno, quando il cielo si screziava e il sussurro del mare avvolgeva i paesi, quando i ragazzi giocavano a pallone agli ultimi bagliori, io mi chiedevo dove andavano i cuori delle donne. Davvero riuscivano a stare in questo guazzabuglio cangiante, accomodandosi senza ribrezzo nella banalità del presente? E perché non erano riuscite a costruirla loro una realtà decente? Nel via vai di turisti che tornavano a casa, mentre prendevo il caffè, vidi una ragazza sul terrazzo di una casa. Si preparava a uscire. Ad abbandonarsi alla vita notturna, ai suoi gelati, ai suoi liquori, alla sua musica di merda. Dentro la pizzeria di Pipino, mentre i pizzaioli tranciavano teglie su teglie al ritmo della musica tunz tunz, eccitati dal ritmo della morte, facendo tracimare di soldi la cassa di quel vastasu, per un attimo gli occhi di quella ragazza fuggendo da lì, si erano velati di malinconia, in cerca di qualcosa che non conoscevano.

Quella notte tornai a casa in macchina insieme a Tanuzzo, che già teneva la patente pure se non aveva fatto i diciotto anni, e coi miei che dormivano sognai la ragazza con l’apparecchio. Nuotavamo ancora insieme. Dopo un po’ lei uscì e raggiunse la spiaggia dov’era il suo tanghero che stava pescando. Lo abbracciava cingendogli il petto e lui guardava il mare per vedere se i pesci abboccavano. Mi sedetti su una panchina proprio dietro a loro. Mi misi a fumare. Lei ogni tanto si voltava a guardarmi e continuava ad abbracciare lo scemo. Dopo un po’ il bestione raccolse l’armamentario e si avviò a piedi. La vidi dirgli qualcosa e poco dopo, a piccoli balzi, raggiunse la mia panchina: «Devo andare con lui» disse. «Ha bisogno di me».
«E io?» Le chiesi affranto.
«Ma tu hai già quella», disse indicando la Peroni accanto a me e voltandosi si mise a correre per raggiungerlo. Da quel sogno non la rividi più.

(Continua…)

©Alessandro Angeli, 2019

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