Oblò [7] di Chiara Munda

© foto da Pinterest

MI HA ATTACCATA UN PITBULL

Anni fa mi ha attaccato un pitbull. Che come incipit spacca, ma non è molto onesto. Dicevo, mi ha attaccato un pitbull. Avevo fatto serata sul naviglio e dovevo riprendere il motorino in Darsena. I miei amici volevano accompagnarmi, ma ho detto «No, no figurati, saranno trecento metri, non ci sarà mica uno stupratore in trecento metri!» Che come frase non so se è più da scema o da iettatrice, ma l’ho pronunciata con aria spavaldissima da donna vissuta che esplora il mondo. E con la stessa aria spavaldissima da donna vissuta che esplora il mondo ho pensato di trasformare i trecento metri in due e cinquanta tagliando da via Codara. Perché girare da sola di notte in città su una via illuminata è troppo poco rischioso, meglio farlo in un vicolo buio che dopo una certa ora ricorda Caracas. Ché tanto se non può esserci uno stupratore in trecento metri, figurarsi in due e cinquanta, una logica ferrea. Mentre camminavo compiacendomi della mia razionalità, sigaretta in bocca e cuffie nelle orecchie, ho sentito un ansimare strano, troppo profondo per essere umano; mi sono girata e ho visto lui: un pitbull basso e tarchiato, denti digrignati e bava alla bocca, gli occhi così incazzati, ma così incazzati che non si possono descrivere. Era la cosa più incazzata che abbia mai visto ed era incazzato con me, guardava me, voleva me.
Mi sono guardata intorno e mi sono accorta di essere spalle al muro in un vicolo cieco. Con un pitbull che voleva farmi capire chi comanda. E quando sono così spaventata penso a qualcosa di particolarmente cretino e faccio considerazioni che mettono in crisi le teorie di Darwin. Ricordo di averne fatte tre: la prima era che quelle cuffiette facevano cagare perché non mi avevano isolato nella mia bolla musicale e mi avevano fatto sentire il rumore del cane; ho pensato che l’indomani ne avrei comprate un paio nuove. Poi ho guardato il cane e mi son detta «mi sa che no». La seconda era che avrei dovuto bere un’altra birra, non l’avevo fatto perché dovevo guidare e mi sono sentita stupida per questo. La terza era una domanda di carattere medico: quanto tempo impiega un pitbull a ucciderti? Perché non ho tutta ‘sta voglia di agonizzare ore e ore in una pozza di sangue, preferirei facesse in fretta.
Poi ho capito che queste considerazioni, seppur indiscutibilmente interessanti, non mi avrebbero salvato la vita, dovevo agire; quindi, con il senso dell’opportunità che mi caratterizza, mi sono lasciata scappare una risatina nervosa e ho fatto quello che mi viene meglio quando sono terrorizzata: ho frignato. Gli ho detto «No, dai, non farlo!» Perché lo sanno tutti i cinofili: in caso di attacco di un pitbull inferocito, piagnucolagli davanti, funziona sempre. Già che c’ero, potevo citargli Gandhi e spiegargli che non avrebbe risolto nulla con la violenza, avrebbe passato il resto della vita divorato dai sensi di colpa! Che usare il verbo divorare con un cane rabbioso ha anche quella sottile ironia che rende tutto più frizzantino.
Mi ha guardata negli occhi per un tempo indefinito, un secondo, un minuto o un’ora, non so. Forse per tutta la notte. Ho abbassato lo sguardo perché non ce la facevo. Ricordo che ridevo come se mi stesse raccontando una barzelletta. Aspettavo che flettesse le zampe e mi saltasse alla giugulare, non capivo perché aspettasse tanto, sembrava godere di quella tensione. E, in fondo, in un modo perverso, ne godevo anch’io, più rinviava il momento della mia esecuzione, meglio era. Ho pensato anche che ero stata fortunata ad averlo incontrato mentre fumavo, che non avrei potuto chiedere a un pitbull incazzato l’ultima sigaretta; ero stata fortunata perché la sigaretta era accesa, anche se ero così rigida che neanche la fumavo. Mi sono immaginata dall’esterno in questo scenario alternativo, spalle al muro in un vicolo cieco, cuffiette (scadenti) nelle orecchie, a dire «signor pitbull, da che mondo è mondo il condannato a morte ha diritto a un’ultima sigaretta, mi dia un attimo», tirare fuori dalla borsa cartine e tabacco e rollarne una. E mentre mi immaginavo a frugare in borsa a cercare l’accendino pur di interrompere il contatto visivo con lui, ho sentito urlare fortissimo. La voce era baritonale e incazzata, più incazzata del pitbull. Urlava forte, la sentivo avvicinarsi, urlava «Teo, torna qui!»; in pochi secondi durati tantissimo la voce si è trasformata in un ragazzo; era giovane, avrà avuto 35-40 anni, muscoloso, pelato e armato di bastone. E incazzato. Si è scagliato contro il cane prima che il cane si scagliasse contro di me.
Da qui in poi la memoria è confusa: ricordo di aver pianto -ché quando ho paura prima rido e solo dopo riesco a piangere- di aver visto, cosa che sapevo benissimo, che via Codara non è un vicolo cieco e se mi fossi girata a destra invece di paralizzarmi me ne sarei accorta. Non mi sarei mai messa a correre davanti a un pitbull incazzato, ma non ero in un vicolo cieco. Ricordo di aver realizzato solo dopo che l’attacco di un pitbull non si conclude per forza con la morte della vittima, potevo anche rimanere ferita e basta. Pochi minuti prima mi davo per spacciata. Ricordo di non essermi preoccupata per il padrone del cane; me ne sono andata e basta, non l’ho neanche ringraziato, per quello che ne so potrebbe averlo sbranato. È arrivato giusto in tempo, deus ex machina, una tempistica da copione, fosse arrivato un secondo dopo, ecco.
E non è colpa del cane, che è un cane, e neanche del padrone, che avrà perso il controllo per un secondo e ha corso per tutta Milano per riprenderlo, e neanche mia che dicevo cose cretine. Può succedere e basta.
Anni fa mi ha attaccata un pitbull. Che come incipit spacca, ma non è molto onesto perché il pitbull, tecnicamente, non mi ha attaccata, ha solo pensato di farlo. Ma se riesco a raccontarlo solo a distanza di anni e solo su Internet, ecco.
Ieri sono passata da via Codara, mi hanno portata in Latteria a fare un aperitivo. Ho bevuto uno spritz e fumato una sigaretta, ho pensato che avevo tutto il tempo per cercare il tabacco in borsa e rollarla con calma. Non è scontato.

© Chiara Munda, 2017

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