Non sono qui di Ygor Varieschi

Roger arriva puntuale. L’intervistatore, quando lo vede, si lascia quasi sfuggire il taccuino che ha in mano per la sorpresa. Gli hanno detto che è un po’ strano, che a volte si dimentica gli appuntamenti, da un momento all’altro si distrae e piomba in un altro mondo. Però questa volta è presente, lo sguardo è attento, e quando lo osserva in faccia vede accendersi un lieve rossore sulle guance. Sulla sommità del viso ha un intreccio scolpito di ricci scuri. È il 1980, ma lui veste ancora come dieci anni prima. Il tempo per lui si è fermato in un armadio.

Roger è Syd. Cioè, è anche Syd. Non sa perché, ma quel nome gli è sempre piaciuto e in un certo senso lo inquieta. Dice che è come un amico immaginario che ha fatto un sacco di errori e glieli ha raccontati quasi tutti, perché tra amici è bene che rimanga qualche segreto. Quelli che ha sentito bastano a fargli capire qual è la strada da prendere, e quali siano tutti i sentieri da scartare.

«Bene, signor Barrett. Mi chiamo Bobby Cooper e lavoro per il Guardian. Faremo una breve intervista, nulla di noioso o invasivo. Vorrei che lei parlasse un po’ di sé, della sua arte, di quello che la ispira, del suo mondo interiore.»

Roger fa sì con la testa più volte. D’improvviso è diventato nervoso. Bobby gli ricorda qualcuno, anche se non sa chi. Forse un compagno di studi fissato per la psichedelia e gli acidi, magro e pallido, con quei capelli biondi slavati e una peluria eterea sul mento; oppure un tizio che si era messo a fissarlo sul palcoscenico molti anni prima, quando suonava e cantava. Lo aveva fissato così a lungo che lui non era riuscito più a proseguire. No, non è lui, dice tra sé Roger. E nemmeno l’altro. Il fantasma resta senza un nome.

«Quando ha deciso di dedicarsi alla pittura?»

La domanda è come un lazo che acchiappa l’attenzione di Roger e la riporta sull’interlocutore. Si vede quando Roger è distratto. Ti fissa negli occhi e a te sembra di guardare dentro una stanza vuota. Poi però si accende una luce da qualche parte, e la stanza si illumina e si riempie. A volte è straniante, a volte è un problema. Ma non per Roger.

«Mi è sempre piaciuto, sin da bambino. Alla fine è il modo più adatto a me per lasciare un segno, qualunque esso sia.» Fa un gesto con la mano nell’aria, e le dita, chissà come, impostano un accordo su una chitarra immaginaria. Quasi se ne vergogna, come se si vergognasse di una vecchia foto di quando era ragazzo. «Non sempre ci si riesce, ma il segreto è provarci.»

«Certo» dice l’intervistatore. Gli hanno detto di non parlare mai di quando era un musicista. Dicono che sia durata poco, che quello bravo era il fratello ma che si è perso troppo presto, lungo uno di quei sentieri che l’amico immaginario Syd gli ha mostrato. E così scivola oltre. Si affida alla scaletta che ha preparato.

«Lei dipinge molti soggetti onirici. Voglio dire, è come se cercasse di dare una forma ai sogni. Ci è riuscito?»

Roger guarda fuori dalla finestra. Una mosca è immobile sul vetro, mentre si liscia le antenne. Pensa che sia così folle il desiderio di entrare in una stanza quando fuori c’è tutto quello spazio a disposizione. «Cerco solo di trovare un po’ di pace. La mia arte, se si può chiamare così, è solo un disperato tentativo di afferrare quello che è inafferrabile. Un sogno. Oppure un incubo.»

A Roger non piacciono né i sogni né gli incubi. Non gli piacciono gli psichiatri, nessuno di quelli da cui è stato, e nemmeno le interviste. Poi fa spallucce, come per scusarsi. Ma nella stanza sembra calare la luce. Forse è andato via il sole. Bobby lo cerca con lo sguardo, ma trova solo delle ombre.

«Signor Barrett… a cosa sta pensando?»

Una volta Syd, l’amico immaginario, gli ha raccontato uno dei suoi incubi ricorrenti. E Roger ha finito per assimilare quell’incubo dentro di sé. È lì adesso, Roger. Nella bolla scura di un incubo da cui la voce di Bobby lo tira fuori appena, solo con la testa.

«Beh, lei mi ha parlato di incubi e me n’è venuto in mente uno. Che non è neanche completamente mio.»

«Non completamente?»

«Ecco, riguarda i miei amici. David e Roger. Sì, uno dei due si chiama proprio come me» fa, mentre passa una mano sul tessuto dei pantaloni. Lisciare il velluto lo calma, almeno in parte. «Una volta ho sognato che li incontravo da Harrods. Non ricordo dove, probabilmente a Londra, quando ancora ci frequentavamo. Ci troviamo alla cassa, e loro si voltano verso di me e io li riconosco, anche se sono cambiati. Sono così ingrassati che sembrano riflessi da uno specchio deformante. Ci guardiamo per qualche secondo, io con il mio sacchetto in mano, e loro che mi squadrano cercando qualcosa che hanno perduto da qualche parte, o che forse ho perduto io. Poi, quando sto per chiamarli, loro mi voltano le spalle e se ne vanno via senza salutare. Come se avessero capito che non sono quello che cercano, o che loro non sono quello che cerco io.» Roger affiora dal buio, e guarda negli occhi l’intervistatore. «Io ho paura di questo. Di perdere quello che mi consente di essere riconosciuto. O se lo sono, di non accorgermi di quello che mi accade intorno. Di questo ho paura» dice. E senza accorgersene, si alza in piedi. Perché quando arrivano le paure, non si può restare seduti. E Roger invidia la libertà della mosca, l’indifferenza del tempo. La pazienza dei diamanti.

Questa storia è ispirata a Roger Keith Barrett, conosciuto come “Syd” Barrett, membro fondatore dei Pink Floyd da cui si separò a seguito di gravi problemi psichici nel 1968. È una storia che si svolge in una dimensione parallela, dove la sua mente non è risultata gravemente compromessa come in questa.
© Ygor Varieschi, 2021

 

Ygor Varieschi

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