NOF4

«Sono Nannetti Oreste, ingegnere spaziale, esploratore galattico» aveva bisbigliato.
«Bene, signor Nannetti, si accomodi e scopra la schiena». Il nuovo medico non aveva battuto ciglio alla declamazione dell’autobiografia dell’internato. Lo avevano preparato a quell’incontro.
Il paziente lo guardò come a volerlo mettere a fuoco, poi si convinse. Era autunno e gli alberi intorno al manicomio di Volterra stavano perdendo le foglie. Il loro colore non era così diverso da quello di alcuni tipi di alabastro che i venditori ambulanti mettevano in fila nelle loro bancarelle a uso e consumo di turisti domenicali e gite scolastiche.
Oreste si accomodò assumendo la posizione decisamente storta che le sue vertebre consentivano.
«Cos’ha la mia schiena, dottore?»
«Perché, lei pensa di avere qualcosa fuori posto?» chiese il medico tastando le vertebre lombari deformate dalla spondilite.
«No, io penso che sia tutto normale. Sul pianeta da cui provengo, tutti hanno la schiena come la mia. Però ho visto che lei era interessato e mi sono detto, stai a vedere che sto guarendo. E questo sarebbe un guaio.»
Il medico alzò un sopracciglio e rimase in silenzio.
«Se guarisco, non posso più comunicare con mio pianeta. Quelli con la schiena dritta, lassù vengono emarginati». E  puntò l’ indice verso il soffitto dell’infermeria. Allora il dottore si avvide della mano destra, quasi completamente consumata alle estremità.
«Nannetti, cosa ha fatto alla mano?». A questo non era preparato.
«Ingegner Nannetti, prego.»
«Sì, certo, mi scusi, ingegnere.»
«Può chiamarmi anche NOF4, se preferisce.»
«Ingegner Nannetti andrà benissimo»  sorrise il dottore.
«Dicevamo della mia mano». Se la guardò serio come se la vedesse per la prima volta. «In effetti non sta messa bene.»
«Sul suo pianeta le mani sono tutte così?» chiese il medico conciliante.
«Ma no, Le pare! Sul mio pianeta le mani non esistono. A me sono cresciute solo per poterle consumare. Consumare per ricevere messaggi dai miei parenti. E per cercare di comunicare, anche. Ho provato con le cartoline ma non arrivano, tornano tutte indietro. Ho deciso allora di scriverle in un altro modo. Il sole le cattura e le porta a destinazione. E nelle belle giornate, quando mi espongo ai raggi, mi tornano indietro i messaggi dal pianeta.»
«E chi le scrive?»
«La mia famiglia. Purtroppo non so se la rivedrò più. Per adesso non ce la fanno a venirmi a prendere, io mi sono perso e non è colpa di nessuno, ormai sono qui. Però mi fa piacere continuare a parlare con loro, non perdere i contatti. È brutto quando nelle famiglie ci si lascia e non si parla più. Ma sono sicuro che un giorno o l’altro me ne andrò e tornerò a casa.»
Il medico annuiva e guardava il moncherino senza unghie, la pelle macilenta e sottile, il rossore del sangue che affiorava. Era evidente che non capiva, aveva stampata in faccia un’espressione dubbiosa. Oreste Nannetti percepì al volo la sua perplessità e si accostò alla finestra.
«Ehhh … si vede che lei è nuovo di qui. Guardi.» E gli indicò un muro che delimitava il cortile.
Certo che era nuovo. Aveva accettato quell’incarico per togliersi dai piedi. Via dalla propria piccola città, via dai sorrisi di circostanza della gente per cui lui era diventato improvvisamente – a seconda della benevolenza – il cornuto o l’abbandonato. Comunque un uomo solo.
Il medico prese il piccolo binocolo che aveva acquistato per osservare senza essere visto i malati durante le loro ore d’aria, mise a fuoco e scorse i graffiti. Metri e metri di razzi, esplosioni, parole incomprensibili e formule matematiche.
«Vede? Questi sono i messaggi che mi mandano i miei parenti. Quando mi arrivano nel cervello io li metto sul muro, così non mi sento solo. E poi rispondo.»
«Ma li fa con le mani?!»
«No, no. Qualche volta soltanto, quando mi tolgono la fibbia del panciotto o il cucchiaio. Allora uso le unghie. In fondo servono a questo, altrimenti sarebbe un guaio, avere un attrezzo e non usarlo. Un astronautico ingegnere minerario come me non può trovarsi in difficoltà per mancanza di attrezzi, lei mi capisce.»
«Sì che la capisco. Ah, ma vedo che sta per incontrare un ostacolo, come farà con la panchina? Ci sono delle persone sedute lì sopra e credo che ci resteranno per un bel pezzo.»
I tre catatonici, sistemati dagli infermieri al sole del primo pomeriggio sulla panchina che confinava con la parte finale del graffito, avevano la stessa consistenza del ferro su cui sedevano. Le bocche aperte e un filo di saliva agli angoli di ognuna.
Nannetti Oreste sorrise e passò al medico un biglietto unto e sudicio, nel quale con grafia tremante aveva scritte le proprie credenziali.
NOF4 – Nannetaicus Meccanicus- Colonnello astrale, scassinatore nucleare, santo della cellula fotoelettrica.
«Vede, dottore. È che ai problemi, quando non si possono risolvere, bisogna girarci intorno. E poi lasciarseli dietro.»
Il medico non rispose niente ma emise un lungo sospiro. E il paziente che aveva appena visitato se ne andò senza aggiungere altro, con la sua schiena storta, i suoi dolori, il suo abbandono, i suoi calcoli astrali. Le sue missioni da compiere su altri pianeti.
Fernando Nannetti nacque a Roma il 31/12/1927, figlio di ragazza madre. Non sappiamo niente della sua giovinezza, se non che a 7 anni si trovava in un istituto di carità per minori abbandonati. Nel 1948, arrestato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, venne dichiarato schizofrenico e recluso nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma. Dal 1958 rimase internato nella sezione giudiziaria del manicomio di Volterra, dove rimase fino all’entrata in vigore della Legge Basaglia. Là lavorò ininterrottamente alla sua opera di graffito (circa 180 metri di muro e 102 di corrimano in cemento, con scrittura che procedeva da sinistra a destra in lettere cuneiformi, che nella riga sottostante si invertivano, disegni di astronavi e formule matematiche) su cui descrisse conquiste e storie di stati immaginari, armi supertecnologiche, individui alieni, viaggi spaziali, magia e alchimia dei metalli. È considerato uno dei massimi esponenti dell’Art Brut e pertanto inserito a Losanna nel museo che celebra questa forma di arte.
NOF4 disse di sé: “Come una farfalla libera son io” e dei suoi compagni morti reclusi: “10%  deceduto per percosse magnetico catodiche,  40% per malattie trasmesse, 50% per odio, mancanza di amore e affetto.”  

Di lui si occupò Tabucchi in un bellissimo articolo su L’Espresso il 19/09/1996

Qui potete incontrarlo e anche vederlo, per alcuni preziosi istanti:
https://manicomiodivolterra.it/oreste-fernando-nannetti-nof4/

© Roberta Lepri, 2021

Roberta Lepri

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