No Fake [1] di Alessandro Morbidelli

Ne bis in idem
La vera storia di Emmett “Bobo” Till

È il 1955 e siamo a Money, Mississipi. Money è una cittadina come ce ne sono tante, nel sud degli Stati Uniti, e a dispetto del nome non gira tutto intorno al denaro. Money è una cittadina divisa. Dalle idee, dalla paura, dall’ignoranza. Da una parte i bianchi, dall’altra i neri. Da una parte i discendenti di chi, anni prima, era proprietario delle piantagioni di cotone, dall’altra i figli di chi in quelle piantagioni aveva trovato dolore, prevaricazione, sfruttamento.

È il 1955 e a Money arriva “Bobo”, così lo chiamano gli amici, due sillabe che non inciampano sulla lingua come l’allitterazione di Emmett Till, il suo vero nome.

Bobo è un bambino. E quando dico bambino, penso ai vostri figli. Penso alle necessità, ai sogni, ai pensieri, alle paure, al tempo che scorre e che non sembra importante, al periodo che è lontano, ma al tempo stesso vicino, perché i bambini sono sempre bambini, anche quando si scuoiano i polpastrelli a tirar fuori pietre preziose con le mani nude, in Africa. Ricordiamocelo, come sono i bambini. Come sono i vostri figli.

Bobo ha quattordici anni e viene da Chicago, è di colore. La madre, Mamie, vorrebbe che seguisse le orme dello zio Moses, gran lavoratore, uomo di sani principi, mica come Luis, il padre di Bobo, impiccato nel ’45 da un tribunale militare.

Bobo conosce a Money altri ragazzi della sua stessa età. Lavora con loro come mezzadro. Con loro si confida e racconta di quella città, Chicago, dove le cose iniziano a cambiare, i diritti si solidificano, la segregazione razziale vacilla e si frantuma. Lui, addirittura, qualche volta esce con una ragazza bianca. Gli altri sono esterrefatti. Non credono a quello che sentono. Non credono a Emmett Till, al ragazzo che si permette non solo di parlare con una ragazza bianca, ma addirittura di uscirci insieme.

È il 1955 e siamo a Money, Mississipi. Bobo e i suoi amici entrano nell’emporio di Roy e Carolyn Bryant, marito e moglie poco più che ventenni. Roy è fuori per affari, c’è solo Carolyn.

Dopo aver comprato dolciumi e aranciata, il gruppo di amici sta per andarsene, ma Bobo deve dimostrare a tutti che lui non ha paura. Prima di uscire, si rivolge alla ragazza con un sorriso e con un “Bye baby”. Carolyn Bryant scappa via, terrorizzata da tale insolenza. Avrà pensato che se un bambino nero di quattordici anni ti rivolge la parola in quel modo, può essere capace di tutto.

Così fugge dai vicini di negozio e si chiude dentro.

Quando, qualche giorno dopo, Roy torna a Money, la vicenda ha già fatto in tempo a passare di bocca in bocca, e così un “Bye baby” è diventato un oltraggio alla reputazione, una mano che afferra un fianco, una “white bitch” sussurrata in un orecchio.

Roy non può sopportare un affronto del genere, così chiama il fratellatro maggiore, J. W.

Vedete, io ci tengo a sottolineare l’età di questi interpreti, perché è giusto che ci si immagini da una parte un bambino, quattordici anni, e dall’altra due adulti, ventiquattro il primo e trentasei il secondo.

È il 1955 e siamo a Money, Mississipi. Roy e J.W. fanno salire Bobo sul loro furgone con un espediente e lo portano in un capanno. Lo picchiano, calci, pugni. Vogliono costringerlo ad avere paura di loro. Ma Bobo viene da Chicago e non ha paura. È un bambino, ma non gliela dà vinta. Ribatte con sarcasmo, incassa i colpi, resiste.

È il 1955 e siamo a Money, Mississipi, cittadina dove due adulti di ventiquattro e trentasei anni decidono di cavare un occhio a un bambino con un coltello, di stringerlo con del filo spinato, di legare a questo filo la pala di un macchinario per la lavorazione del cotone e di buttarlo nel fiume Tallahatchie dopo avergli sparato in testa.

È il 1955 e siamo a Money, Mississipi, quando una donna sola arriva da Chicago dopo giorni di apprensione. Le hanno detto che suo figlio è scomparso, le hanno detto che due uomini hanno ripescato dal fiume un corpo che non si sa più se appartenga a un bambino di quattordici anni.

Mamie riconosce nello scempio l’anello di suo figlio Bobo. Mamie perde l’anima e il cuore, Mamie aveva un bambino di quattordici anni, adesso ha solo un corpo sfigurato.

È il 1955 e siamo intorno a una bara di legno lasciata aperta. Perché Mamie decide che il mondo deve vedere come hanno ridotto suo figlio. Consente che il cadavere del suo bambino venga fotografato. Le foto finiscono sulle più importanti riviste del tempo. Diventano il simbolo della lotta alla segregazione razziale.

Roy e J.W. vengono accusati dal Grand Jury il giorno in cui Bobo viene sepolto. A settembre, una giuria composta da dodici maschi bianchi assolve gli imputati dopo un dibattimento di sessantasette minuti.

È il 1956 e siamo intorno a un tavolo. Con noi ci sono Roy Bryant, J.W. Milam e un giornalista della rivista Look. I due ammettono di aver ucciso Bobo. L’intervista frutta loro qualche migliaio di dollari. Sono tranquilli perché negli Stati Uniti, così come in Canada, Messico, Argentina e India, è principio costituzionale il Ne bis in idem, locuzione latina che significa “non due volte per la stessa cosa”. Nel momento in cui sei stato giudicato innocente da un’accusa, puoi anche ammettere di essere colpevole. Non ti succederà più niente.

È il 2004 e Carolyn Bryant, ottantaquattro anni, unica sopravvissuta della vicenda, ammette a un giornalista che quel giorno del 1955, a Money, Mississipi, nel suo emporio, Emmett “Bobo” Till la salutò con un “Bye baby”.

Nessuna mano sui fianchi.
Nessun “white bitch”.

È il 2018 e io vi invito a cercare su Google le foto di Emmett “Bobo” Till, il giorno del suo funerale. A me, oggi, basta avervi raccontato la storia, vera, di un bambino.

Qui il racconto letto da Alessandro Morbidelli. Gary B.B. Coleman canta: The sky is crying

 

©Alessandro Morbidelli, 2018

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