Nessun paradiso di Raffaele Rutigliano

Partendo dalla suggestione del film Rashomon di Akira Kurosawa abbiamo preso una fotografia scattata da Viviana Gabrini e alcuni  Sviaggiatori hanno raccontato una storia interpretando l’immagine a modo proprio.

Il risultato è sorprendente. Perché ogni cosa è vista con i propri occhi e ciascuno di noi ha una sua narrazione della vita e di ciò che vede, anche se l’immagine è la stessa.

***

Poi dicono che i bambini finiscono in paradiso. 

Ricordo la fuga quando hanno annunciato della guerra. Eravamo in tanti, eravamo quelli ai quali era permesso di andar via. Con i propri famigliari, con i parenti più stretti.

Figlia di diplomatici avevo le carte d’imbarco prima ancora che si verificasse la necessità della fuga.

Di quella guerra se ne è parlato a lungo, un paese distrutto, dilaniato, che oggi non esiste più.

Ho visto a distanza di tanti anni ciò che era il mio Paese: dicono fosse la finestra sul Medio Oriente. Io ci vedo solo una finestra murata. 

Ricordo la mia casa, quando il sole calava, il rosso dominava sui muri interni. Il richiamo dei bambini che mi invitavano a giocare in cortile. Erano i figli dei domestici, ma erano i miei amici più stretti. Ci nascondevamo in cucina quando era ora di rincasare. I profumi, i vapori dai pentoloni, mentre tutti erano impegnati nella preparazione della cena.

Quella guerra ci voleva divisi, ci voleva diversi, con fisionomie diverse, sangue diverso.

Rashid, Adbul, Suzan, erano loro a rendermi felice, non avevo bisogno di altro.

Quella partenza in un giorno normale, quando la gente era ancora impegnata nei mercati di strada. Arrivammo a Londra. Ricordo che il sole faticava a uscire dalle nubi. Ricordo il freddo.

Ci portarono prima in un consolato amico e poi in quella che nel tempo sarebbe diventata la nostra casa.

Ho faticato ad ambientarmi in questo nuovo Paese, la gente è sì molto ospitale e gentile, ma mi mancava il mio di Paese con i suoi colori, l’atmosfera, l’aria.

A distanza di poco tempo arrivarono i primi cingolati e gli aerei a sganciare bombe sugli edifici. I civili furono trasportati in zone a basso rischio; l’acqua e il cibo divennero difficili da reperire; le scorte dovevano servire una popolazione di oltre duecentomila abitanti. Dicevano che il vecchio sovrano si fosse arreso al nemico consegnandogli il Paese. Di lui non si seppe più nulla. Il nemico sbandierava carte che dichiaravano l’ufficialità dell’annessione del territorio nazionale al Paese nemico. E chi si fosse opposto avrebbe meritato l’intervento armato. 

Oggi rivedendo la bambina in questa fotografia che vira al viola, in mezzo ai suoi genitori, rivedo me stessa senza un passato costretta a buttarsi tutto alle spalle senza poter immaginarsi un futuro. Quella ragazzina ha cercato di voltarsi e guardare cosa avrebbe lasciato di lì a poco, ma non potrà mai più farlo, perché laddove sorgevano palazzi ci sono solo macerie; laddove c’erano bambini a giocare ora c’è il vuoto; laddove c’erano famiglie con le proprie storie, non ci saranno più libri da scrivere per raccontare come si viveva lì in quegli anni.

È straziante, come il gioco del destino decida sempre contro un qualcosa che appartiene alla nostra quotidiana realtà e senza il nostro permesso.

Inizio a pensare sul serio che sia una grande bugia che i bambini finiscono sempre in paradiso.

©Raffaele Rutigliano, 2019

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