Anita [Nemiche] di Barbara Garlaschelli

Io sono l’ultima frontiera.

 

 

Sa esattamente quando è cominciata. Una sera di maggio del 1991. Tutto era accaduto in fretta e quando aveva guardato le schegge di specchio sparse sul pavimento della camera da letto era troppo tardi per rimediare.
Così era andata in sala, aveva aperto l’anta del mobile bar, afferrato una bottiglia di Jack Daniels nuova, l’aveva aperta e aveva cominciato a bere a canna. Alla terza sorsata lo stomaco aveva avuto una violenta contrazione e il pranzo di mezzogiorno le era salito in gola. Anita aveva chiuso gli occhi senza allontanare le labbra dalla bottiglia e ricacciando giù tutto con un’altra sorsata.
Quando aveva riaperto gli occhi, il wysky riempiva solo metà della bottiglia, la stanza fluttuava e lei non aveva fatto in tempo ad appoggiarsi al mobile. Era franata a terra trascinandosi dietro alcuni soprammobili e il tavolino. Ma non aveva mollato la bottiglia.
Aveva acceso la segreteria telefonica, si era sdraiata sul letto, alzandosi solo per andare a prendere da bere. Il Jack Daniel era durato poco e il suo bar personale non offriva granché. Né lei né Gianni bevevano e i liquori venivano acquistati solo per gli amici. Per fortuna le feste di Natale erano vicine e il bar era più rifornito. Comunque, alla terza bottiglia, aveva smesso di sentire il sapore di ciò che beveva. Da quel pomeriggio non aveva più smesso di bere.
Da allora è trascorso molto, molto tempo. Adesso Anita è una donna alta, magra, cammina lenta, con la schiena dritta e posa i piedi sulla terra con leggerezza di carta velina. Dello specchio mandato in frantumi che ha segnato l’inizio della sua fine ha un ricordo vago, mentre ne ha uno molto preciso di alcuni minuti prima che lo specchio esplodesse in cento schegge. Ed è quel ricordo che vorrebbe cancellare; invece ha fallito anche lì, perché l’alcol è riuscito a sommergere tutto, tranne quello.
Litri di alcol hanno sommerso una bambina in tutù bianco che danzava su un palcoscenico illuminato come un albero di Natale e gli applausi di centinaia di persone sprofondate nel buio caldo della platea, con i visi splendenti di sorrisi per quella piccola promessa, simile a un fiore bianco appena sbocciato, che si muoveva con la grazia e la sinuosità della fiammella di una candela.
Hanno sommerso anni di disciplina e sudore e lacrime e risate liberatrici e corse sui treni e voli in aereo da una nazione all’altra e chilometri macinati da un teatro all’altro e attese nei camerini e il vociare confuso del pubblico e il suo silenzio carico di ammirazione.
L’alcol si è portato via tutto. Ha trascinato verso il fondo le cose migliori della sua vita lasciandole solo rimorsi e ricordi sbiaditi.
L’unica eredità rimasta è quel modo di muoversi aristocratico: schiena eretta, testa alta e mento leggermente sollevato. I grandi occhi neri di Anita scivolano con distacco sulla vita e anche quando la vista si annebbia e le gambe non riescono più a reggerla, lo sguardo resta altezzoso, come quello di un generale che di fronte a montagne di soldati morti non riesce ad accettare la disfatta.
Le guerre non si vincono mai, le ripeteva un suo amico, siamo fortunati se riusciamo a vincere qualche battaglia e ad arrivare alla fine con onore.
L’onore, lei, ha cominciato a berselo un pomeriggio, dopo aver spaccato uno specchio sulla testa del suo fidanzato e tentato di sfregiare con una scheggia il viso perfetto della sua migliore amica, infilata nel loro letto matrimoniale con un sorriso terrorizzato sulle labbra e niente addosso.
L’onore comincia a consumarlo ogni mattina alle otto quando entra nel bar sotto casa, si dirige con passo lento e calmo al banco, si sistema sull’alto sgabello nero, accavalla le lunghe gambe magre e aspetta che il barista le rivolga la solita domanda per rispondere con il solito leggero movimento del capo. Afferra con mano tremante il primo bicchiere di vino bianco e inizia a bere un sorso dietro l’altro, senza mai staccare le labbra dal bordo del bicchiere e senza prendere fiato. Quando lo posa vuoto sul tavolo, la mano trema meno e quando esce dal locale, il suo corpo si muove flessuoso e, per alcuni momenti, riesce a sentirsi libera, lontana da sé.
Ma quanto dovrà bere per dimenticare ciò che è accaduto la sera prima?
Si rivede mentre, davanti allo specchio, tenta di coprire le rughe attorno agli occhi con un abbondante strato di fondotinta e passa il rossetto sulle labbra sottili e pensa no, non ci voglio andare. Perché dover incontrare vecchi compagni di scuola che non avrebbe riconosciuto più e che, soprattutto, non l’avrebbero riconosciuta? Perché mettere in mostra il disastro che era diventata?
Ancora adesso non riesce a darsi una risposta, ma ci era andata in quel ristorante, giusto il tempo per sbalordire i pochi che non tentavano nemmeno di nascondere lo stupore nel vederla così sciupata.
«Anita, ma sei tu?» le aveva chiesto una donna dai capelli color paglia e dal corpo rotondo.
«Sì» aveva risposto sentendosi quasi in colpa.
«Sono Elisa…»
«Oh, sì. Rossi Elisa…»
«Già. Come stai?»
«Non c’è male» aveva risposto Anita tentando disperatamente di individuare il tavolo dove servivano gli aperitivi. Aveva sentito avvicinarsi il panico come una belva inferocita e non riusciva più a controllare il tremore alle mani. L’apparizione di un uomo in doppiopetto grigio e con un sorriso stampato sulla faccia l’aveva salvata.
«Elisa!»
Anita li aveva guardati abbracciarsi ed era scivolata lontana, approdando al banco del bar come un naufrago. Non aveva assolutamente idea di chi potesse essere quel tizio e non le importava.
«Una vodka liscia, per favore…»
«Due…»
Quando aveva voltato la testa i suoi occhi avevano incontrato quelli chiarissimi di un uomo. Non era molto alto e il corpo massiccio le trasmetteva una sorta di sicurezza. Per un secondo aveva pensato che le sarebbe piaciuto essere accolta tra quelle braccia.
«Tu sei Anita, vero?»
«Sì e tu chi sei?» Non aveva nemmeno tentato di fingere. Si era sentita un’idiota integrale e l’unico desiderio era stato quello di ingurgitare qualcosa di forte che trasportasse la sua mente lontana dal suo corpo.
«Alberto e non mi dire che non sono cambiato per niente.» Le aveva sorriso e Anita era scoppiata a ridere per la prima volta da… quanto? due anni? Due anni che non scoppiava a ridere di gusto.
«Sei cambiato terribilmente e non ti avrei mai riconosciuto.» Si era portata il bicchiere alle labbra e il contatto con il vetro ghiacciato le aveva provocato un brivido. Dopo un attimo, il liquido aveva acceso una vampata di calore nel suo stomaco.
«Io, invece, ti avrei riconosciuta ovunque. Sei sempre bellissima.»
Anita lo aveva fissato a lungo, più che sorpresa, soprattutto perché aveva capito che Alberto stava parlando seriamente.
«Grazie» era riuscita a balbettare portandosi il bicchiere alla bocca e impedendosi di bere in un colpo solo ciò che era rimasto.
Nessuno dei due aveva aggiunto una parola. Anita aveva apprezzato quel silenzio e aveva ringraziato Alberto con il pensiero perché le risparmiava le domande sulla sua carriera di ballerina, sul suo passato e sul suo futuro. In quel silenzio c’era tutta la comprensione del mondo.
All’improvviso, Alberto aveva mormorato “Cristo” e lei aveva seguito la linea del suo sguardo.
Sulla porta della sala, un uomo alto e magrissimo stava guardandosi attorno, come se stesse facendo una lenta panoramica sui presenti. Indossava un cappotto liso e abbondante che sembrava bagnato. I capelli lunghi scendevano a ciocche sulle spalle e quando si era voltato verso di lei, si era accorta che gli occhi dell’uomo erano lucidi di lacrime.
Nella sala da pranzo pareva che qualcuno avesse bloccato il fotogramma di un film e le persone si erano immobilizzate in un silenzio imbarazzato.
L’attenzione di Anita si era focalizzata di nuovo sul viso dell’uomo che sorrideva appena.
Alberto aveva sussurrato qualcosa che Anita non era riuscita a cogliere.
Stava tentando di ricordare il nome dell’uomo con il cappotto liso. Era sicura che fosse anche lui un vecchio compagno di classe. Era scesa dallo sgabello per avvicinarsi e un acre odore di benzina l’aveva bloccata. Solo in quel momento si era accorta che lui reggeva in mano una tanica.
«No!» La consapevolezza di ciò che stava per succedere le si era accesa nel cervello d’improvviso e d’improvviso anche l’uomo con il cappotto liso si era acceso.
Cosa è accaduto dopo non riesce a ricordarlo. Non ora che il sapore della vodka non è più nemmeno un sapore ma un fuoco che le brucia la bocca.
Qualcuno l’ha riportata a casa. Non ricorda bene chi. Alessio? Alberto? Qualcuno che l’ha distesa vestita sul letti e se n’è andato.
Come tutti gli altri.

©Barbara Garlaschelli, 2019

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