Musical chairs

Musical chairs
di Nicoletta Vallorani

Sono italiana, si sa. Insegno inglese, e senza che questa sia la mai lingua madre, mi accorgo di usarla quando non è necessario per esprimere concetti o parlare di cose che mi imbarazzano. 
E quella che vado a raccontarvi è una cosa che mi imbarazza. 
Come molti dei miei imbarazzi da qualche anno a questa parte, anche stavolta la faccenda ha una origine etica, anche se sempre più spesso mi chiedo se la mia etica di riferimento non sia un frutto della mia fertile fantasia, ed esista solo a Mordor, Camelot e sul pianeta Tralfamadore. 
Ma veniamo al punto: il gioco delle “musical chairs”. Nei primi anni di liceo, ormai mille anni fa (mille percepiti; nei fatti son di meno), avevo il terrore delle feste. Facevo da tappezzeria alla grandissima, ma c’era un momento in cui non potevo rendermi invisibile. Quando si arrivava cioè al momento del Gioco delle sedie (a volte sostituito, in anni più disinvolti, dal Gioco della bottiglia), io affrontavo il mio patibolo partecipando a questa riffa atletica che prevedeva che vi fossero, poniamo, 10 partecipanti, 9 sedie e una musica. Quando la musica si interrompeva, i 10 partecipanti dovevano sedersi sulle 9 sedie. Uno rimaneva fuori, e faceva penitenza. Il gioco era usato per concupire il ragazzo o la ragazza del tuo cuore, e le penitenze erano pensate dai vari chaperons assortiti per assecondare lo scopo. Ma siccome ero timida, non mi concupivano e non concupivo; e siccome ero lenta, rimanevo spesso in piedi, e questo aggravava la mia perenne sensazione di essere di troppo nel mondo. E mi peccavo delle penitenze orribili.
A parte la mia personale percezione, disturbata, della realtà, il gioco era basato sul fatto che tutti volessero una sedia, ma di sedie non ce n’era per tutti. Il che, mi sono accorta, è un interessante metafora non solo delle relazioni accademiche (che conosco ma delle quali non parlerò ora), ma anche delle raffinate strategie politiche in atto in questo momento sul territorio italiano, nel grande e nel piccolo, con equanime distribuzione.
Come si vuole in una didattica ben fatta, procederò per casi di studio.

Caso n. 1: un Partito bonsai capitanato da un politico di professione (che di per se stessa non è mai una condizione promettente) sta cercando di far cadere un governo che già traballa di suo. La situazione è molto pericolosa e probabilmente la si risolverà con un “rimpasto”, termine gastronomico che sostanzialmente allude a una strategia in tre parti: io ti chiedo cose impossibili (tipo il ponte sullo stretto in piena pandemia), sapendo che me la negherai; tu mi dici che non puoi darmela, ma che puoi darmi un’altra cosa; io rilancio; tu implementi; io rilancio ancora … e così via, come al Souq. La pezza a colori che ne risulta è un governo nuovo fatto ricombinando i pezzi spaiati del precendente.

 

Caso n. 2: un assessore al Welfare che alla fine, cumulando un danno dopo l’altro nel settore Sanità e nel pieno di una pandemia, ne ha fatta una di troppo, viene esonerato dalla sua funzione per essere sostituito da un “tecnico di alto profilo” (che risulta essere una politica di 71 anni, ex presidente RAI, ex sindaco di Milano e attualmente anche vicepresidente della Regione).  Desolato, l’ormai ex-assessore parrebbe non rassegnarsi alla perdita e per tutta la durata delle trattative si mette di traverso fino a costringere i contendenti a formulare varie ipotesi di salvataggio, una delle quale parrebbe essere una delega per così dire “olimpionica”: una sedia atletica e conforme alle doti del personaggio e alle caratteristiche del gioco.

 

Caso n. 3 (che cronologicamente sarebbe il n. 1, ma per ragioni metodologiche subisce uno slittamento al terzo posto, e speriamo che non protesti anche lui): una intellettuale che stimo, dotata di grande intuito, intelligenza indiscutibile e notevole determinazione, rispondendo a una domanda sulla possibile caduta del nostro governo, diceva cristallina che non aveva preoccupazioni e che sarebbe stato sufficiente un giro di poltrone per tacitare le critiche. A sentirlo dire in un programma televisivo di prima serata, e neanche dei più stupidi, sono rimasta, lo confesso, a bocca aperta. Si trattava di una verità evidente, intendiamoci, ma dichiararla senza scandalo come la soluzione di ogni problema implicava – e implica – naturalmente che essa fosse procedura legittima ed eticamente corretta. Liberiamo una sedia e cediamola a chi protesta, sapendo che il manifestante sa bene di non volere quello che rivendica, ma solo una sedia sulla quale poggiare il sedere.

Ora, davanti a tutto questo, io penso due cose. Non sono una ragazzina, anche se non appartengo al genere di persone che dicono “Quel che è fatto è fatto, e ora non è più affar mio”,  quindi continuerò a scrivere questi pezzi fino a 90 anni o a 65, a seconda di dove arrivo. Però appunto sono consapevole di non avere una vita davanti, perciò il mondo non è il mio futuro e in teoria potrei non avere la responsabilità di cambiarlo. La seconda cosa, decisamente più preoccupante e corollario della prima,  è: davvero l’eredità che intendiamo lasciare in questo paese è l’etica delle “musical chairs”?
No, pensiamoci, e se decidiamo questo, beh, ecco, vi confesso che io preferisco rimanere in piedi.

© Nicoletta Vallorani, 2020
© foto di copertina di Raffaele Rutigliano


 

Nicoletta Vallorani

Leave a Comment.

Rubriche
Instagram
Instagram did not return a 200.
Seguici