Max di Antonella Zanca

Mi chiamo Maurizio, ma tutti mi chiamano Max. Mi piace firmarmi Xam.

Ormai sono sei anni che non lavoro più. La mia vita ha assunto un ritmo piacevole. Vivo con mia mamma di novant’anni e la sua badante. Sarina. Bella, bellissima. Un fisico da pin up e un cervello da fisico nucleare. Piacere per il corpo e per la mente. Nelle pause, quando mamma si riposa e noi cerchiamo di rilassarci, arriviamo a discutere di equazioni e proporzioni. Il mio livello matematico è basso, ma faccio il possibile perché lei si accorga di me. Ogni tanto si interessa alla mia persona. E poi sto bene per settimane. Sono un tipo metodico. Mi arrabbio se gli altri non seguono le regole. Le regole sono tutto. E sono chiare. Non c’è bisogno di scriverle. Lo sanno tutti che le biro rosse vanno nel portamatite rosso e quelle blu in quello blu. Sono lì da vedere. Cosa dovrei dire? A chi mai verrebbe in mente di mettere una biro rossa nel barattolo blu? Per questo mi sono arrabbiato quando mamma l’ha fatto. Ma che testa ha? Perché le regole sono regole. Come quella volta che ho portato le lenzuola a stirare in tintoria. Le lenzuola sono rettangoli, le stiri e le pieghi, angolo contro angolo, bordo contro bordo. Ma come si permette, quella, di lasciar fuori ben due dita di stoffa, tutta storta, dalla linea retta del lenzuolo ben compattato? E poi si è offesa quando gliel’ho detto. Addirittura, la mia amica Nella, quando le ho portato a casa il lenzuolo per farle vedere quello scempio, si è messa a ridere. Sguaiatamente. Ma in che mondo sto vivendo?

E la settimana in cui ho chiamato gli imbianchini? Abdul Amin e Omar Matu, due egiziani amici del mio amico di Alessandria. D’Egitto, eh, mica quella piemontese. Dovevano spostare i mobili e dipingere dietro la credenza e la libreria. Non si preoccupi, signore, vuotiamo noi, spostiamo noi, puliamo noi. Lei può andare via, tornare la sera, tutto fatto. Mi sono fidato. Anzi, non mi sono fidato, tanto è vero che ho fotografato la libreria e la credenza. Ovvio, i bicchieri non erano più come prima. E nemmeno i libri. Qualcuno più su, qualche altro più giù. Uno un po’ più a destra, l’altro più vicino alle bottiglie. Che poi erano tutte sparpagliate. Non le grappe con le grappe e gli altri liquori in ordine alfabetico. Ma dovevo dirglielo? Era così chiaro! E invece, quando ho fatto le mie rimostranze, quelli si sono arrabbiati. Non ho capito bene cosa hanno detto, probabile parlassero nella loro lingua, ma certo gli sguardi dicevano molto. Avrebbero fatto meglio a captare i miei, di sguardi. Però non ho fatto storie e li ho pagati. Non volevo che poi la mamma si preoccupasse. In fondo erano tutti e due molto più giovani di me e decisamente più alti. E grossi.

Oggi mi ha chiamato l’ospedale. Domani mattina devo entrare, e mi operano subito. Ma non potevo dire di sì. Come hanno fatto a non capire che avrebbero dovuto chiamarmi con almeno una settimana d’anticipo? E poi, farsi operare di venerdì. Nessuno opera il venerdì, è una regola. No, rimandiamo. E che non mi dicano che lo fanno per la mia salute, la conosco io la mia salute. Alla prossima. Ormai avranno capito che mi devono avvisare prima, no?

©Antonella Zanca, 2020

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