Lo specchio di Artemisia di Daniela Piegai

Daniela Piegai

è

Artemisia Gentileschi

(Pittrice)

Ho cominciato come tutti i bambini, credo: giocando con la luce, sorridendo sdentata all’arancia sospesa che tramontava nel cielo della sera, all’albicocca dalle guance rosa che spuntava al mattino.
Pare che mi trovassero sveglia, ogni volta, con gli occhi spalancati che seguivano il raggio di sole filtrato dalla fessura dell’impannata. E appena mi sfasciavano per cambiarmi, fagottello morbido odoroso di latte, con le manine cercavo di prendere la luce.
Cerco ancora di prendere la luce e ho scoperto che vive solo accanto a sua sorella la tenebra e che non posso avere l‘una senza l‘altra. Ma in realtà è lei che mi ha catturato: sono un frammento di specchio adesso, io che mi chiamavo Artemisia. Il nome di una pianta officinale che comincia per “arte”.
A volte riesco a credere al destino legato al nome, e a volte penso invece che sia il nome a indicare una strada la cui visione può essere così sfolgorante da oscurare tutto il resto. Insomma, forse credo che il nome che ci viene imposto alla nascita, sottilmente si travesta da Destino.

Per un attimo sono stata ancora intera: carne, sangue, ricordi, dolore, sentimenti. Poi sono morta. E in qualche modo sono rifluita nelle cose che avevo amato e che avevo avuto vicino. Un rivolo qua, uno là, come un ruscelletto di mercurio che poi si è cristallizzato in una patina appena percepibile, il fumo leggero del tempo sui colori brillanti dei quadri che avevo dipinto e che i restauratori a volte distrattamente cancellano, la curva del vetro di uno specchio tanto usato, che, come pensavano gli antichi, mi ha davvero catturato l‘anima, quando non sapevo che avrei abitato il futuro.

Io sono Artemisia Susanna spiata dai vecchi, abito in un palazzo tedesco, tra le collezioni Graf von Schonborn.
Io sono Artemisia Maddalena che si converte, nella galleria palatina di palazzo Pitti. Artemisia Maddalena penitente, a Los Angeles. Artemisia Maddalena malinconica, nella sala della cattedrale, a Siviglia.
Sono Artemisia Betsabea, a palazzo Pitti. Artemisia Minerva, a Firenze. Artemisia Clio musa della storia, a New York.
Sono la madre col bambino, all‘Escorial. La Venere dormiente, a Princeton. Danae dopo la pioggia d’oro, nel Missouri.
Sono Ester al Metropolitan, sono Giaele a Budapest, Lucrezia a Potsdam… io… sono… Artemisia?

Era semplice quando ero una bambina viva di quattro secoli fa: «Sei un maschio o una femmina?» mi chiedevano. E io sapevo la risposta.
«Femina deriva da fé minus, meno fede», dicevano i domenicani, domini canes, i cani del signore.
Così, dato che era poca e non potevo sprecarla, sono stata costretta ad avere fede solo in ciò che sapevo fare. Tra il rigido diritto canonico e le tenere storture umane, ho sempre scelto le linee morbide e spezzate, la luce che zampilla, scintilla e si frantuma, come le gocce di sangue rubino che escono dalla gola di Oloferne, e che io ho dipinto mentre muore, per sempre.

Sapevo dipingere: sì. I colori mi obbedivano quando ero viva.
«Io sono…» dicevo poi da ragazza.
«Figlia di chi? Moglie di chi? Amante di chi? Sorella di chi?»
Lo chiedevano tutti, come se la mia identità potesse esistere solo rapportata a un uomo. Ma io cercavo una definizione che mi contenesse e non ci riuscivo mai. Forse solo chi è morto può rientrare in una classificazione precisa: ecco, io adesso sono un pezzetto di specchio rimasto incastrato nel muro da quattrocecento anni. Non sono più figlia, moglie, sorella, amante di nessuno.

Vivo dall’alba al tramonto, poi mi oscuro piano e mi ridesto al mattino, al primo raggio di sole, così chiaro in quell’ora incerta, con appena un sentore del miele caldo del mezzogiorno.
Io sono la patina d’oro sulla superficie, proprio dove mi guardavo per capire se ero bella. E che lo fossi o meno, fino dal principio, quando ero una paperotta che aveva appena perduto i denti di latte, IO MI VEDEVO BELLA. La leggera peluria sulle braccia, come la buccia di una pesca appena colta, dorata dal sole, la curva del collo, la grana sottile della pelle, l’iride che cambiava a seconda della luce e che mi ipnotizzava con i suoi cerchi come un coniglio davanti al serpente, mi sembravano altrettanti miracoli di cui avrei voluto impadronirmi.
«Quella figliola è troppo vanitosa!» dicevano. «Le donne sono tutte uguali: dai loro uno specchio e diventano pavoni, intente solo a contemplarsi.»
Ma non era vanità, anche se sul momento non sapevo rispondere. (Solo da adulta, a volte, facevo osservare che Narciso era un maschio).

Qualcosa è rimasto di quell’osservare i rapporti numerici tra altezza del naso, distanza degli occhi, radice dei capelli… qualcosa di quella fatica per cercare di capire l’essenza dell’armonia.
E dopo tanto affannarsi a catturare segreti, adesso, in qualche modo, è stranamente dolce essere solo la superficie di uno specchio e riflettere senza pensare.

Ripeto il mio nome, a volte, per non dimenticarlo. Artemisia Gentileschi.
Ci hanno giocato, quando sono morta.
Arte mi sia gentil esca, hanno scritto, alludendo spietatamente alla mia fama di mangiauomini, e concludendo che ero diventata ormai un‘esca solo per i vermi.
Gli uomini non hanno misericordia.

Eppure quando dipingevo, mi prendevo le mie rivincite.

Io sono Artemisia Cleopatra, a Milano, tra le collezioni del seicento, (sale il rumore del traffico, dalla strada) e decido sulla mia vita e sulla mia morte. Per sempre.
Io sono Artemisia Giuditta, nel museo di Capodimonte, (voci di visitatori in una babele di lingue, intorno).
E nella mia tela Oloferne muore per sempre.
Io sono la madre col bambino, nella casita del principe, all’Escorial, contemplata dai turisti, copiata dagli studenti d’arte. E mio figlio vive. Per sempre.

Certe azioni possono essere così pesanti… ribellarsi, ad esempio: può gravare sull’intera esistenza. Un solo atto di ribellione è sempre seguito dalla sua corte di conseguenze; ser Pettegolezzo, madonna Vendetta e madonna Invidia, il cavalier Buon senso, la regina Stabilità delle regole, e la sua prima ancella: Supremazia maschile.
Chi ha cervello di vetro non vada/ a far battaglie di sassi per la strada, dice il proverbio. Ma io allora non sapevo di essere fragile.

Per riunire le parti disperse di me, servirebbe forse Arianna col suo magico filo: nasciamo tutte con una dotazione di sopravvivenza per non perdere troppo la direzione con tutti quelli che ci tirano di qua e di là ( «Bada ai fratelli, Artemisia!», «Cucina per tutti, Artemisia!», «Mescolami i colori, Artemisia!», «Posa per me, Artemisia!», «Sono caduto, Artemisia, aiutami!», «Sei bella, Artemisia: ho bisogno di te!»). Lei donò il suo a Teseo, e io col mio ci ho fatto giocare il gatto.

Oh, mi manca il rumore della vita adesso… Oggi il rumore di fondo è meccanico come quello degli automi di ferro che battono le ore nell‘orologio di San Marco, a Venezia. Automobili, radio, aspirapolvere, autobus, frigoriferi, treni, televisioni, camion, aerei che passano a bassa quota… e le voci dei bambini che corrono nelle strade, dove sono? E le donne che si dicono le ultime novità dalle finestre, dove sono? E dove sono i mercanti che raccontano i loro viaggi e parlano delle merci in arrivo dai paesi delle spezie? E i cantastorie, dove sono i cantastorie? La gente, proprio come fanno i ricordi quando si muore, è rifluita dentro le mura di case, laboratori, fabbriche, botteghe, uffici, (sparisce veloce come l’acqua del secchio quando lo rovesci, come un nido di topi sotto la zampata del gatto o le rondini inseguite dal temporale), e quando è fuori, è solo in transito tra mura diverse, nella breve attesa di ritirarsi nelle strette tane che si è costruita.

Avevo polvere di sole nelle dita, avevo zafferano nelle vesti, pepe nero sulla punta delle unghie, cinnamomo nei capelli, luna e stelle nei polmoni: respiravo incanti. E’ così che ci si sente a quindici anni, se si vive in una bottega di colori, tra forme che vanno componendosi sulle tele: novelle che prendono sostanza, narrazioni di mondi apparentemente irraggiungibili, di cui ci si impadronisce a carboncino. Formule magiche da recitare mentre si mescolano gli ingredienti: «Polvere di lapislazzuli, appena un pochino… chiara d’uovo deposto al mattino… marmo tritato del Colosseo… per la veste del filisteo…sanguinella, azzurrite e conchiglie… sminuzzate in tante poltiglie…olio e quarzo macinato… per il ricciolo dorato…» Ed ecco che giungevo con la mia pozione nella terra dove si uccide il bianco, sotto il vecchio noce di Benevento, a cavallo della mia scopa colorata: tele che altri avrebbero adoperato per fare lenzuoli, e che sarebbero vissute sempre uguali fino ad essere inservibili e diventare stracci, improvvisamente si coprivano di tinte ardenti che assicuravano loro l’eternità ( o quella che tra gli uomini passa per esserlo).

Ho sempre voluto prendere parte a questa danza incantata. E devo dire che mio padre Orazio non ha cercato di ostacolarmi: solo all’inizio, forse, un poco, ma quando ha cominciato a vedere le figure che prendevano vita dai miei pennelli, ne è stato fiero. Anche perché c’era sempre meno distanza tra ciò che facevo io e ciò che faceva lui: i putti che disegnavano i fratelli erano immobili bambole di cera. I miei erano vivi e balzavano nella luce pronti a giocare con i suoi.

Ricordo un gennaio: Roma era tutto intorno, regina decaduta piena di straccioni alteri, di rumorose carrozze con gli stemmi dipinti sugli sportelli e delle vesti rosse dei cardinali. Contadini selvatici conducevano pecore a brucare negli spiazzi pieni di rovine invase dall’erbaccia. Ogni maschio nascondeva un coltello alla cintura, ogni femmina faceva intravedere i seni come colombe sotto lo scialle. A ognuno le proprie armi, in un certo senso: la vita e la morte. Ma era la vita a scorrere prepotente. Il Tevere cantava, giallo fango, con la voce arrabbiata dell’inverno, e i raggi pallidi del sole, al massimo l’accendevano di un rame oleoso, qua e là: l’oro apparteneva ad altre stagioni. Eppure è di quel colore, pieno, luminoso, che tinsi l’abito del mio primo angelo, in una tela andata subito venduta.

Ho sempre pensato che fosse stato quello a conquistare Agostino, ma probabilmente era lo splendore dorato della prima giovinezza ad attirarlo, che emanava da me, effimero e molto più accecante della veste di un angelo. Era un pittore amico di mio padre e più o meno della sua stessa età, che da qualche tempo faceva in modo di trovarsi dove stavo io.

Da un lato ero lusingata dalla sua attenzione, e dall‘altro provavo un disagio inespresso che non ero sicura fosse giustificato. Declinavo un alfabeto di felicità rivolto al mondo, e Agostino Tassi (questo il suo nome), credo pensasse che fosse un invito per lui. Gli uomini tendono a vedersi al centro dell’universo, loro e solo loro causa prima di tutto ciò che avviene intorno: me ne resi conto molto più tardi, da sposata.

Sapevo che esistevano predatori, ogni ragazza lo sa, ma non li associavo a coloro che frequentavano la nostra casa.

E poi rapidamente fu primavera, e a maggio, il 6 maggio, successe qualcosa che oscurò le mie giornate.
Dopo, (ero giovane), fuggii a briglia sciolta dentro uno stupido sogno: era l’unico modo per non soffrire troppo. Cambiare ciò che era avvenuto non potevo, ma potevo rivederlo con una interpretazione diversa: Agostino non mi aveva brutalmente violentato, ma era innamorato di me e appena possibile avrebbe formato con me una famiglia.

Non l’avrei mai scelto come compagno: troppo simile a mio padre, troppo vecchio, troppo arrogante. Maestro di prospettiva, pretendeva di insegnarmi tenendomi per la vita, guidando con la sua mano la mia mano, toccandomi la curva dei seni per “farmi capire meglio” come dovevo disegnarli. Ma le circostanze ormai mi spingevano verso una sola direzione possibile.

Cercai di consolarmi pensando che avremmo dipinto insieme: in fondo non sarebbe cambiato molto: quello che facevo con mio padre, l’avrei continuato con lui… a diciassette anni la testa è un luogo arruffato anche per chi non ha i riccioli; i pensieri si rincorrono là dentro, insieme a incertezza, vergogna, impotenza, e soprattutto voglia di essere pari alle aspettative delle persone che contano nella propria vita. E io adoravo mio padre. E sapevo che si aspettava da me un matrimonio onorevole.

Sta calando la luce: so che quando l’ombra raggiungerà l’angolo della parete di fronte, io non riuscirò a riflettere più nulla… fino a domattina…

Penso alla musica, in questa alba bianca… al suono lieve di strumenti divorati dai tarli, diventati polvere, strumenti che non cantano più per nessuno… ricordo una pavana… un rondò incantato… oh era un tempo diverso… più giovane e impulsivo, feroce e pieno di contraddizioni, ma era il mio tempo…

Forse la mia fede era piccola, ma la mia rabbia era grande: non ci si può rifugiare nel sogno per sempre, soprattutto se è stupido. Agostino Tassi era già sposato e conviveva per di più con la sorella quattordicenne di sua moglie, anche se, contemporaneamente, continuava a cercarmi. Così quando raccontai tutto a mio padre e decisi di denunciarlo, fu la rabbia che mi sorresse. Anche questa ci è fornita in dotazione, e serve per tutte le volte che ci dicono: «Sei una femmina, non puoi uscire dopo il calare del sole. Non puoi giocare con i maschi, non puoi fare il soldato, il pittore, il prete, il medico, il notaio, il fabbro, il setaiolo, il mercante, il carrettiere, il papa, l’acquaiolo, il banchiere, ilcavadenti, il medico, il cavapietre, il muratore, il musicista, lo storico, lo scrittore, il poeta, l’avvocato, il giudice, l’ingegnere, il consigliere, l’astrologo, l’agrimensore, il filosofo, lo studioso… NON. PUOI. FARE».

È faticoso essere arrabbiate, così qualcuna baratta la sua dotazione con la rassegnazione. E dopo si vive più tranquille.
Io non l’ho fatto.
Ho filato la matassa di rabbia, l’ho ordinata in piccoli gomitoli rossi, blu, verdi, gialli, e me ne sono servita per tessere la mia vita a colori. E anche per sopportare lo stringidita che mi fracassò i pollici, quando volevano convincermi a ritirare la denuncia di stupro. Col terrore, dentro, di non riuscire più a reggere i pennelli.

Alle donne non era consentito l’accesso alla sfera del lavoro, un autonomo ruolo sociale, il possesso di sofisticati strumenti? E io mi ero fatta strumento: le mie mani erano quelle che adoperavo. E mi schiacciarono i pollici. Fascine per il fuoco della mia rabbia.

Ma ero giovane ed elastica, e mi ripresi in fretta.
Mio padre mi organizzò un matrimonio, un viaggio, una nuova città, un futuro committente per il mio lavoro.
Già, perché è vero che nel mio tempo alle donne erano praticamente proibite certe attività, (la scelta era tra moglie, vedova, baldracca o monaca, e qualcuna con manie di grandezza decideva di esagerare e diventare santa), ma se una era così tosta da impuntarsi, a un certo punto diventava quasi una celebrità. In negativo o in positivo, non saprei dire: forse un poco come il cavallo a due teste che servì agli astrologi per profetare sventure, e morì quasi subito dopo la nascita, quando avevo dieci anni. L’attrazione che si prova per le mostruosità e le cose contro natura.

Adesso invece, per quanto posso capire, dai discorsi che ho sentito, qui nel mio rifugio nel muro, alle donne si sono aperti tutti i mestieri; sono i risultati che vengono giudicati diversamente: si intuisce dai toni di voce e dalla scelta delle parole. Quando nominano un pittore e il suo lavoro c’è rispetto. Quando parlano di una pittrice usano un vocabolo che nel mio tempo non c’era: hobby. Gli uomini lavorano seriamente, le donne “si dilettano di pittura… scrittura… musica…”

La violenza si è travestita, ma è rimasta intatta. Uno sbaffo di neve bianca sopra la spazzatura, e basta un raggio di sole sincero per farla sciogliere e far affiorare i rifiuti prodotti da questi uomini-bambini che non vogliono fare a meno dei loro consolidati giocattoli di potere. Eppure, oggi come nel mio tempo, l’amore è un ponte tra due sponde. E le unisce.

Non si può dipingere qualcosa senza volerlo disperatamente. Volerlo così tanto da prenderne la forma e catturarne l‘anima. Altrimenti si disegna solo qualcosa di grazioso, certo, ma muto.

Le tele che dipingevo io, parlavano, come figli rutilanti di colori, che prima balbettano incerti e poi mormorano le prime frasi, e infine, nella pienezza della maturità, urlano i loro tormenti.

Figli… io, Artemisia Gentileschi, ne ho avuti cinque…

Ricordo le gambette tenere, piene di piccole pieghe, il sorriso avido quando prendevano il latte, lo schiocco della boccuccia sui seni, gli occhi che si perdevano nei miei… il dolore sconvolgente quando…

Solo due diventarono grandi: una legittima e una naturale, le definivano, come se il parto dell’una fosse stato meno naturale del parto dell’altra e non ci fosse stato il medesimo dolore, il medesimo sangue, la stessa identica felicità nel contemplarle, inermi, dolci, le testine che mi ricadevano sulla curva del braccio.

Figlie di padri diversi, ugualmente amate anche se forse non nel modo che avrebbero voluto: «Racconta una storia, mamma… una storia paurosa di magie…»
E io sapevo solo le magie del paese dove si uccide il bianco… malachite… sanguinella… azzurrite… guado… chiara d’uovo… giada…marmo tritato del colosseo…
Il resto era vita vera: storie paurose, sì, ma del tutto prive di incantesimi, in cui si uccideva per motivi stupidi, e i potenti avevano sempre ragione.

Certo, dal momento che producevo beni di lusso, noi, i potenti, li frequentavamo; avevamo cassapanche dove tenere panni di velluto, avevamo cibo sulla tavola tutti i giorni, e feste in nostro onore, a volte, e acconciatrici per i capelli, e oro alle dita, (anche se un certo periodo faticavamo a pagare anche il pane). Ma non ho saputo dare loro la spinta a vivere che avevo io, la felicità che mi inondava quando, stanca e con la schiena a pezzi, le dita informicolite e gli occhi che bruciavano, rimiravo un grande quadro completato.

Forse erano entrambe gelose di questi figli di tela che prendevano tanto del mio tempo… E non sono stata capace di far capire loro che si trattava di un amore diverso.

È l’alba: bianche dita di luce picchiettano la superficie dello specchio, come la voce dell‘acquaiolo, che ci destava quando ero ragazza. Ricordo…

Il matrimonio che mi aveva organizzato mio padre per un poco fu felice. Pierantonio rendeva l’amore un gioco leggero, senza carico di colpa. E io avevo sempre giocato poco, nei miei diciotto anni. Inoltre avevo pensato che mio padre mi sarebbe mancato da morire, andando a vivere a Firenze con Pierantonio, e in effetti, sì, mi mancava, (e mi mancavano i miei fratelli), ma c’era un vento di libertà, lontana da lui, che mi faceva quasi girare la testa da quanto soffiava forte. Per la prima volta da quando ero nata, non impostavo la giornata per compiacere qualcuno, per dovere, per obbligo. Non ero più “la figlia di Orazio” o “l‘amante segreta di Agostino“ o “la puttana che l’aveva denunciato”. Ero “la moglie di Pierantonio”, ed era incomparabilmente meno impegnativo.

Persino dipingere era più leggero, in un certo senso: mi prendeva come prima e non avrebbe potuto essere altrimenti, perché faceva parte di me in maniera inscindibile, ma alla fine di un quadro non c’era il giudizio severo di Orazio, ad attendermi. E Pierantonio era un pittore, certo, ma molto meno capace, e ammirava in ogni caso tutto quello che usciva dalle mie mani. E Agostino che usciva da dietro ogni angolo, avido, a ricordarmi che mi aveva preso, che ero “cosa sua”, era indietreggiato nel passato, finalmente.

Il periodo della mia prima gravidanza… placido come un campo sotto la neve. Un’attesa stranamente senza angoscia. Pierantonio era molto più spaventato di me.

«E se muori?» mi chiedeva, preoccupato per se stesso, in realtà. Lo capivo bene ma non ne ero offesa. Le correnti del mio sangue scorrevano prigramente, mi battevano nei polsi con un ritmo quasi solenne, e non permettevano che ne fossi dispiaciuta.

Be’, un sacco di donne muoiono di parto, ma io ero sicura che me la sarei cavata. Incoscienza, ottimismo, gioventù… non saprei: forse un miscuglio di tutte e tre: ero pratica di miscugli… (una parte di lapislazzuli, una parte di chiara d’uovo, marmo bianco macinato del Colosseo, sanguinella, azzurrite, conchiglie, olio, quarzo macinato) … E le voci di Firenze, intorno, così diverse da quelle romane, e simili alla parlata di mio padre… il ritmo delle frasi lungo il Tevere comincia alto e finisce in un borbottio, quello delle frasi lungo l’Arno si alza nel beffardo squillo finale. Lo spettacolo della vita era tutto intorno, sontuoso, ridondante e fugace, e la bellezza era una pioggia ristoratrice che bagnava tutto della sua luce… E io, che adesso sono uno specchio e che potrei contenere al mio interno qualsiasi cosa, assurdamente non riesco più a impadronirmene, confinata in un pezzo di muro, chiusa in una stanza in rovina dove da almeno quattro secoli non abita più nessuno, raggiunta solo dalle voci di coloro che passano da queste parti e che mi raccontano un mondo che non vedo, costretta da una cattiva magia a riflettere solo una parete scrostata, nelle ore in cui qui dentro si insinua un po‘ di chiaro.

Se potessi ancora una volta cogliere il sole tra i rami di un albero, come si coglie un fiore, se potessi afferrare il barbaglio accecante dell’acqua, il pulviscolo d’oro che rotea nell’aria, il sontuoso ricadere rosso di una veste di seta… oh, se potessi, credo che potrei anche svanire nel tutto senza rimpianti…

Si avvicinano voci alte e decise: «Questo è da abbattere. Domattina portate le ruspe per spianare tutto.»
«
Ci sono pietre d’epoca che potremmo recuperare…»
«
Penso che non valga la pena: la costruzione, se possiamo ancora chiamarla così, dato lo stato in cui versa, era di tipo popolare: questi sono sassi, non pietre lavorate.»
«
Ci saranno camini o stipiti all’interno?»
«Ma no: l’Architetto ha detto che è tutto da buttare.>>
«Ma se qui non ci ha mai messo piede!»
«Eh, nei loro studi hanno le carte…»
«
Sì: per giocare a briscola!»
«
Insomma, senti, vuoi lavorare o tornare in Albania?»
«Va bene, va bene. Non ho detto niente.»
«E poi, in ogni caso, se c’era qualcosa da recuperare, l’hanno portato via da un pezzo.»
«Cosa ci faranno in quest’area?»
«Credo un centro commerciale…»
«Io pensavo attrezzature sportive, tipo campi da tennis, piste per correre, o qualcosa del genere… Qui in mezzo alla campagna, un centro commerciale sarebbe uno sfregio.»
«E in mezzo alla campagna, credi che ci sia bisogno di piste, se qualcuno vuol fare una corsa? Costruiranno, come sempre, quello che può fare intascare più quattrini.»
«Che mondo sciupato che lasciamo ai nostri nipoti…»
«Non fare l’idealista. È inutile investire in un futuro senza certezze. Meglio il nutriente uovo oggi, che la nobile gallina domani, e gli sfregi, che tocchino pure ai nipoti, tanto noi la nostra campagna intatta l‘abbiamo vista, e ora è il momento di farla fruttare!»

Una botta gigantesca fa crollare il muro. Io volo in alto.
Il cielo è blu cobalto, blu lapislazzuli, blu Tirreno sotto la costa di Napoli.
La ruspa, una macchina di ferro dipinta di rosso carminio e di bianco ghiaccio, con una proboscide grigia, è contro un mucchio di pietre marroni che stanno ricadendo. La polvere si leva dorata come un’aureola, si allarga piano, a ombrello, con un effetto di cornice.
Gli uomini, cinque, sono raggruppati accanto a un albero, i muscoli che spiccano, annodati come altorilievi di carne dove scivola il sudore dell‘estate, gli occhi sono scuri, con appena un punto di bianco, i capelli appena mossi dal vento sono color castagna.
L’albero ha il tronco giallo ocra, appena due toni più scuro della pelle degli uomini, le foglie sono verde smeraldo e verde cinabro, con lampi di luce dove le attraversa il sole.
Le ombre delle figure, leggermente viola, si allungano sul terreno color terra di Siena. I pantaloni degli uomini sono azzurro stinto, con chiazze bianche di calce; uno ha una maglietta bianco latte con aloni come parentesi sotto le ascelle e una scritta giallo cromo sul petto, gli altri sono a torso nudo.
Vigneti sulla destra, che vanno dal verde erba al verde malachite al verde giada, ricadenti in un trionfo di molli linee curve.
L’acqua dell’Arno scintilla sullo sfondo: un nastro di seta liquida che riflette le sponde.
Il profilo di Firenze è un sogno di fumo, in lontananza.
E il sole è un’albicocca e un’arancia che catturo insieme all’albero, all’acqua, al cielo e agli uomini nel mio ultimo quadro. La felicità mi abbaglia per un lunghissimo attimo. Poi atterro davanti alla ruspa e divento polvere. Per sempre.

©Daniela Piegai

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