Lev Tolstoj, nuotatore di Valentina Fortichiari

Al dodicesimo Congresso medico mondiale del 1897, che si teneva nel Gran Teatro di Mosca, erano affluiti da ogni parte oltre settemila relatori di fama. Fra questi, lo psichiatra italiano Enrico Morselli, e Cesare Lombroso che vi aveva seguito, all’inizio, un simposio di anatomia e di antropologia, e per la domenica, 22 agosto, lo attendeva il compito di presiedere la sezione dedicata alle malattie mentali. Felice di trovarsi in Russia e certo che sarebbero stati i giorni più belli della sua vita, mentre uno psichiatra francese di Nancy veniva illustrando le implicazioni dell’ipnotismo nel campo della medicina legale, la mente di Lombroso divagava: ripassava le parole del telegramma appena inviato a Tolstoj, domandandosi se sarebbero riuscite effettivamente persuasive. Le aveva scritte di getto in margine agli appunti sui quali avrebbe basato la prolusione alla sessione finale. L’idea di fare visita a quel genio della letteratura e osservarlo nella sua tenuta, tra i familiari, nelle quotidiane attività, gli era venuta repentinamente, non premeditata, ma la vicinanza di Jasnaja Poljana e l’occasione che mai più si sarebbe ripresentata l’avevano messo in agitazione. Avrebbe potuto studiare da vicino, in quel viso dai tratti marcati, dagli occhi fiammeggianti, magnetici, i segni indubbi di una degenerazione esaltata, alienata. 
La risposta era arrivata, insperata, subito e il giorno seguente, molto presto, prendendosi una pausa dal Congresso, Lombroso era già in viaggio, con scarso bagaglio, su un treno diretto a Tula. Dopo i 193 chilometri del previsto primo tratto, durante i quali la lettura non gli aveva mai fatto alzare lo sguardo sui finestrini, i rimanenti quattordici chilometri li aveva affrontati in una piccola carrozza traballante.
Col cuore in gola, e il passo di un sessantenne, prese a percorrere il lungo viale di betulle che portava alla dimora sulla cima di una collinetta verde; il paesaggio intorno lo calmò, rallentò il passo ancor più per godersi la vista dei vasti coltivi e dei boschi di querce, tigli, aceri, frassini gareggianti per catturare lo sguardo. Un parco immenso era il luogo scelto da Tolstoj, e prima ancora dai suoi avi, per vivere una vita tranquilla nella natura, almeno durante le stagioni non fredde, e poter godere di cavalcate, escursioni a piedi o in bicicletta, gare di tennis, rilassarsi tagliando legna o fabbricando stivali, prima di chiudersi nello studiolo a lavorare di fantasia.
Un uomo prestante sulla settantina, vestito di una tunica ampia color ambra e stivali morbidi di pelle scura, gli veniva incontro a mano tesa, una mano massiccia, nodosa. Furono i suoi occhi i primi a imporsi, color grigio sfumato di blu, talmente penetranti da fermare il passo ora baldanzoso di Lombroso: occhi emergenti da un groviglio, bianco e folto, di sopraccigli, baffi, barba. Era lui, impossibile sbagliarsi, quella fisionomia Lombroso l’aveva tenuta lungamente sotto il naso nelle immagini che lo avevano portato a convincersi che si trattasse di una testa matta. Matta ma geniale. I solchi sulla fronte, tre, gli facevano presagire conversazioni non placide, ma era preparato alla sfida: sapeva a priori che non si sarebbero trovati d’accordo in materia di crimini, leggi, carceri.
Dopo frettolosi saluti, Lev Tolstoj affidò l’ospite a sua moglie, per il tempo che lui avrebbe giocato a tennis con le figlie. Lombroso ebbe così modo di farsi un’idea dell’energia straordinaria di quell’uomo non giovane, della resistenza inesauribile che gli consentiva di saltare e correre sulle gambe agilissime. 
La contessa Sofia lo guardava di sottecchi. Faticava a comprendere il francese decisamente stentato del medico italiano, ma dal momento che lei era di modi gentili, sorvolava sui punti di più ardua interpretazione del suo dire. Quando notò che il marito, a fine partita, per niente affaticato, montava a cavallo, provò sollievo dalla noia. Le questioni toccate da Lombroso erano per lei di poco o nessun interesse, e cercava di non profondersi in dettagli a ogni domanda relativa alla vita, alle abitudini di suo marito.
Tolstoj, in sella, reggendo le redini di un cavallo dalla struttura agile e armoniosa e dal manto lucido color castagna, offrì a Lombroso di montargli in groppa, proponendo di raggiungere le rive del fiume Voronka, non distante, per trovare ristoro dalla calura agostana che veniva aumentando d’intensità nelle ore centrali del giorno. Lombroso acconsentì volentieri, dato che il caldo lo aveva tormentato per tutto il viaggio, e la bibita che aveva sorbito, dal vago sapore di menta, non era valsa a mitigare la temperatura del suo corpo, appesantito da un abbigliamento inadatto. Arrivati al fiume e assicurati i cavalli, spogliatisi entrambi, Tolstoj si gettò per primo in acqua con irruenza. Le sue bracciate potenti di esperto nuotatore lo avevano portato subito lontano, e Lombroso stentava a raggiungerlo, anzi annaspava, senza pronunciare parola ma respirando affannosamente. Appena Tolstoj se ne avvide, tornò indietro a tutta velocità e, afferrato il medico per i capelli, lo trascinò a riva. Un sorriso neppure tanto nascosto gli faceva stringere gli occhi riducendoli a due fessure, anzi due punte di spilli, che fissavano l’italiano con una specie di trionfante superiorità: certamente lo scrittore russo aveva segnato un punto a suo favore nella disputa che li avrebbe contrapposti, quando avessero affrontato le questioni serie per le quali Cesare Lombroso si era fatto tutti quei chilometri da Mosca.
A pranzo, quantunque Tolstoj fosse rigidamente vegetariano, vennero offerti all’ospite cosciotti di selvaggina arrostiti con patate. L’avventuroso confronto con l’acqua del fiume, e lo spavento, avevano messo fame al povero Lombroso che, per risparmiare fiato e gustare le prelibatezze, inanellava domande alle quali era certo che il padrone di casa avrebbe risposto dilungandosi. Non si sbagliava: Tolstoj si lasciò andare ai ricordi, grato di poter evocare una stagione gioiosa, vissuta accanto a Tatjana, che chiamava zia, e al fratello maggiore Nikòlenjka, persone dotate di straordinarie qualità morali (come sua madre, della quale, precisò, si era fatto un’idea netta leggendo le sue lettere, essendo lei venuta a mancare quando lui aveva solo un anno) che non giudicavano mai nessuno – tratto nobile questo – e coltivavano una felicità mai chiassosa, una sensibilità fine per l’arte, una immaginazione fervida, immune da vanità, dalla vanagloria. I due fratelli erano molto legati – e i piccoli occhi tondi di Tolstoj si inumidirono mentre raccontava infervorato. Nikòlenjka gli aveva confidato un segreto, scritto su una bacchetta verde, sotterrata ai margini della vecchia foresta. Proprio lì, nel luogo della bacchetta verde, nella tenuta di Jasnaja Poljana, Lev Tolstoj si augurava di essere seppellito, per ricongiungersi al fratello.
“In che cosa consisteva il segreto?”, chiese alla fine Lombroso allontanando da sé il piatto e tergendosi la bocca. Il segreto, spiegò il vecchio scrittore, stava nella capacità delle persone buone di distogliere da sé ogni intrigo, ogni cupezza, ogni litigio, soprattutto di tener lontano ogni sentimento d’ira, per abbracciare invece una felicità semplice.

© Valentina Fortichiari, 2021

 

Valentina Fortichiari

Valentina Fortichiari
Scrittrice, curatrice delle opere di G.Morselli e di C.Zavattini, ha lavorato nel settore editoriale nell’ambito della comunicazione. Ha esordito nella narrativa con il romanzo Lezione di nuoto. Colette e Bertrand, estate 1920 (Guanda 2009) e da allora ha sempre occupato una propria ‘nicchia acquatica’: Non ha mai quiete, romanzo su Leonardo e l’acqua (Sedizioni 2015), La cerimonia del nuoto, racconti (Bompiani 2018).

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