Lettere dall’orlo del mondo di Barbara Garlaschelli


ARKADIA Editore

Questo è un estratto da Lettere dall’orlo del mondo, di Barbara Garlaschelli, nella nuova edizione appena pubblicata da Arkadia editore. È una storia struggente e bellissima, che tocca le nostre corde più profonde. Racconta il dolore e la solitudine e ne trae il fiore discreto di una speranza che non si arrende.

XI

Mondo, 20**

Caro Y.,
dimmi, se lo sai, come ci si salva dall’assalto dei ricordi?
Come ci si salva dalla costruzione del dolore che noi stessi ci dedichiamo? Altari perfetti di immagini e odori e sapori che ci rimandano nei vicoli e nelle piazze e nei prati dove siamo stati felici e dove ritorniamo sapendo che non lo saremo più. E quando abbiamo ricreato l’esatto dolore, la malinconia che graffia, cerchiamo di allontanarci per percorrere strade nuove, consapevoli che sarà tutto diverso. Per sempre.

Dimmi, se lo sai, come ci si salva da se stessi, dall’assedio continuo, dalla tregua che non ci concediamo, dall’egoismo che ci inchioda convinti come siamo che il nostro dolore sia unico e irripetibile e forse è così, se non fosse che ce ne sono miliardi di dolori unici e irripetibili.

Dimmi, se lo sai, della felicità, dell’aria che accarezza gli occhi e li fa piangere e dei colori che strappano sorrisi. Orizzonti che si aprono  e offrono nuove e inaspettate possibilità.

Dimmi, se lo sai, che ne è dei corpi che si sfiorano sui tram, nelle strade, nei letti, nelle case; corpi sconosciuti e amati, esili e ingombranti che ci lasciano addosso impercettibili tracce di sé. Che ne è di tutte e parole che pronunciamo in una vita, vocaboli che si ripetono per la nostra poca conoscenza e per la vastità dei nomi, dei verbi, degli aggettivi, dei sostantivi. Continuiamo a ripetere gli stessi concetti che si depositano dove? Dentro di noi? In chi ci ascolta? E se ci ascoltassimo davvero perché continuare a ripetere le stesse parole all’infinito?

Dimmi, se sai di tutto questo andare e tornare e nascondersi e ripartire.

Dimmi perché il cielo grigio mi schiaccia come una mano che preme, inesorabile e fortissima e mi fa male; un dolore mai avvertito prima che non ha nulla di corporeo ma che s’insinua in ogni pensiero. Una mano che mi costringe a riabbassare la testa a ogni tentativo di ribellione. È forse un invito a cedere?  Come scriveva Bradbury in Addio all’estate: “Imparare a ‘cedere’ qualcosa dovrebbe venire prima che imparare a ‘stringerla’. La vita deve essere toccata, non strangolata. Qualche volta bisogna rilassarsi, lasciarla andare; in altri momenti bisogna avanzare con lei. Come con le barche: tu tieni il motore acceso e manovri con la corrente, poi a un certo punto senti avvicinarsi il rombo di una cascata. Allora non ti resta che rassettare la barca, metterti il cappello e la cravatta migliori e fumare un sigaro fino al momento del gran salto. Il vero trionfo è questo: non si discute con la cascata.”?
Forse è questo che non mi  sono mai concessa? Cedere… Perché non si discute con la cascata.

Dimmi, dimmi, dimmi.

tua J.

XII

S.D., 20**

J., mia cara,
oggi ho fotografato dei sassi sulla sabbia. Qualcuno li ha usati per disegnarci una strana figura che non sono riuscito a interpretare ma che mi è piaciuta. Più passa il tempo più mi rendo conto che le cose che mi fanno stare bene sono quelle che non capisco. Mi dà piacere il fatto di non avere nessuna voglia di sforzarmi a comprenderle. Le guardo, le ammiro, ne subisco il fascino, le lascio alle mie spalle.

Forse avrei dovuto fare così anche con te, ma hai sempre avuto una tale forza dentro, una tale disperata voglia di essere altrove, da rendere impossibile qualunque resa. Riuscivo solo a volerti, nient’altro. Tenerti stretta. 

È così che ti ho persa.

Ma non ho rimpianti. Ho solo sbagliato strada. Capita di continuo, no? Spesso ce ne rendiamo pure conto: sappiamo che non è da quella parte che dovremmo andare, non è quello il gesto che dovremmo compiere, la parola che dovremmo pronunciare, ma lo facciamo lo stesso. E perdiamo. Sempre. Perdiamo sempre e restiamo a contemplare le spalle dell’altro che  si allontanano. Sai perché accade? Perché mentiamo. A noi stessi; all’altro; al mondo. Ci raccontiamo centinaia di storie che non hanno nulla a che fare con ciò che vorremmo dire davvero; nulla a che fare con la nostra verità che è l’unica che conta, non per arroganza ma perché è l’unica che conosciamo; l’unica di cui possiamo rispondere con lealtà. Preferiamo inventarci e raccontare bugie piuttosto che mostraci nudi, esposti, indifesi. Mentiamo sperando che questo ci renda invulnerabili.
Avrei dovuto dirti la verità. Forse non ti avrei persa. Forse. 

Tuo Y.

XIII

Mondo, 20**

Caro Y.,
questa mattina, svegliandomi, ho sentito dentro di me qualcosa sciogliersi. Ricordi cosa diceva sempre E.? Ho imparato che nella vita ci sono problemi che si risolvono, altri che si sciolgono. Aveva ragione, sai? D’improvviso, quel nodo di pensieri e angosce che mi teneva allacciata a me stessa, aggrovigliata in un malumore senza vie d’uscita, sì è sciolto.
Non so come sia accaduto. I miei gesti sono stati quelli di sempre; gli orizzonti degli ultimi giorni uguali (dalla finestra della locanda di F. si vedono colline trapunte di viti, di alberi,  immensi quadrati verdi e gialli, e sopra un cielo che si trasforma e scolora nel nero di notte e si rischiara all’alba). Le persone che incontro sono le stesse: F. l’albergatore, sempre gentile che aspetta la  mia partenza, lo so,  temendola. Cane che mi segue ovunque, ormai. L., la proprietaria dell’unica bottega stipata di migliaia di cose e polvere che qualche volta esce dal suo bugigattolo e si ferma a chiacchierare con me.

Viveva a D., una volta. Era chirurgo, aveva una famiglia, tre figli, un marito editore. Un giorno si è innamorata di un amico di vent’anni più vecchio di lei. Dopo due anni di amore segreto gli ha detto: «Andiamocene. Voglio vivere il resto della mia via con te». Indovina un po’? Il suo amante prima ha snocciolato il rosario del «e i tuoi figli, e i miei figli, e la differenza d’età, e io sono troppo vecchio, e tu sei troppo giovane, e non posso darti niente…», poi ha finalmente ha ammesso la verità: «Non voglio andarmene con te né con nessuna». L. me l’ha raccontato con occhi e  cuore asciutti, scrutando le colline mentre parlava.
«Così me ne sono andata io», ha concluso. Poi mi ha guardata e mi ha chiesto: «Ti faccio schifo?»
«Perché dovresti?»
«Perché sono scappata.»
L’ho abbracciata, forte, senza dire niente. E lei ha contraccambiato con un abbraccio da naufraga.
Credo abbia compreso in quel momento: tra fuggitive non ci si giudica.
Ciascuno ha i propri motivi per fuggire, e i propri modi.
Nessuno può giudicare nessuno, pure se lo facciamo di continuo, forse per dare una misura all’altrui fallimento e illuderci che sia più corta della nostra.

Penso partirò domani.
Penso seguirò questa sensazione di scioltezza, di liquida serenità.
Non so dove approderò, come sempre.

Tua J.  

XIV

S.D., 20**

Ho deciso, da oggi scriverò il tuo nome: Miranda. Il tuo nome vero.
Miranda Miranda Miranda.
Mi gira nella testa e mi rotola nella bocca.
Mentre osservo il mare e cerco di fotografare il gesto di un bambino che raccoglie qualcosa sulla spiaggia, sento il tuo nome nella testa, e continuo a chiamarti a voce alta come fanno i pazzi che parlano da soli. O i bambini. O i vecchi.

Come ho pensato di poter aggirare il tuo nome?
Come ho potuto pensare di salvarmi racchiudendoti in una lettera fasulla? J. Perché ho assecondato il tuo gioco, come sempre. Nell’illusione di fermarti. Come se si potesse fermare il vento, il mare, un terremoto, un temporale, una nuvola.

J. non esiste.
Esiste Miranda.
Che non mi dà tregua.
Che scalcia e si divincola nei miei pensieri.
Che non smette di pormi domande, di sfogliare libri, di disegnare, di impormi i suoi silenzi. Di scoppiare a ridere all’improvviso o a piangere mentre guarda un film e scuote la testa mormorando: «Quanto sono scema…» per poi  sorridere mentre la abbraccio e la bacio.
La paura di averti perduta è niente rispetto al suono del tuo nome in una casa vuota di te.

tuo Y.

© Barbara Garlaschelli, 2021


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