Lettera di Letizia Dimartino

“Io me li ricordo i tuoi occhi velati. Erano giovani ma avevano dentro il tempo trascorso. Un tempo infinito che non corrispondeva a quello reale e ancora breve. E avevi pure il sorriso di chi non teme nulla. Abbiamo trascorso troppi anni divisi. Senza dimenticarci ma anche senza più pensarci. Tu portavi un abito azzurro con fiori sparsi e ruches al collo, e anche uno nero scollato sulla pelle colore delle spighe. Attraversavi la città e io non sapevo immaginarti. O stavi affacciata al balcone con i capelli scesi sugli occhi. Accavallavi la gamba, non ti accorgevi che la gonna si sollevava e lasciava scoperto ciò che un tempo non andava visto. Mi dicevi che quando venivi a trovarmi il vento, sulla strada, sbatteva le pieghe dell’abito: dovevi trattenerle con le mani con gesti rapidi, in lotta con un febbraio infuriato e poi con la primavera che ti faceva starnutire. I tuoi occhi allora lacrimavano e il rimmel si scioglieva lasciando un rigo nero sulle palpebre. Ne ridevamo. Tu non piangevi mai, ma poi dicesti che ti successe troppe e troppe volte. Solo che non volevi ricordare, mi guardavi con lo sguardo tuo penetrante che non credevi di avere. Avrei dovuto amare di te molte più parti del tuo corpo, invece tutto era veloce fra noi, e a me restava poco e poi, poi, non sapevo cogliere nulla perché eri qualcosa che doveva finire. Bisognava amarti diversamente, e non era possibile. Eri anche giovane e vivace, ti muovevi di continuo, ti dicevo che somigliavi ad un personaggio visto in un film di Visconti, una ragazza dal fascino mobile e mai nascosto. Ne sorridevi. Ho dimenticato tutto adesso, tu mi sai parlare delle nostre sere di allora, delle attese e del desiderio che ci era negato. Vivevi come sollevata da terra, senza mai raccontare di te, mostrando un sorriso eccessivo, una voglia di vita che mai avresti immaginato di dover perdere. Oggi ti attendo ai confini delle mie giornate, nelle albe, in quei momenti che non sono nostri ma dei sogni, nelle passeggiate solitarie quando mi interrogo e poche risposte arrivano. Ti ho ritrovata nella voce e nelle parole ancora giovani, nel dolore mio e in quello tuo, perché niente ci è stato risparmiato. Mi chiedi cosa io amo di te e ti rispondo: tutto. E tu sconosci questo tutto. Perché noi non siamo stati e non saremo mai nulla.”

Paolo sussulta al tonfo della finestra che sbatte. Il temporale è ampio e forte.
La tenda, nel vortice del vento, si allunga fino al letto. Chiude l’infisso e guarda, al riparo ormai, il turbine che mulinella sugli alberi. Un brivido lo percorre, il crepuscolo, cessata la tempesta del cielo, apparirà per mettere calma nel corpo tremante. E sarà una melodia, sì, Paolo vuole che sia come una melodia.

©Letizia Dimartino, 2020

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