Lei, mia madre di Barbara Garlaschelli

«Ingegner Damici! L’abbiamo cercata dappertutto! Continuava a chiedere di lei. Non sapevamo più cosa fare per tranquilizzarla. Il dottore è stato costretto a somministrarle dei calmanti» mi dice l’infermiera appena entro nella stanza. Poi si alza e mi lascia solo con lei.
Mi siedo accanto al letto e le sfioro una mano.
La guardo dormire.
Ha gli occhi chiusi e le palpebre si muovono come se gli occhi, sotto, si agitassero, correndo di qua e di là. Come fossero biglie.
Mi piacciono le biglie. Ci giocavo da piccolo. Costruivo piste nella sabbia lunghe decine e decine di metri. Mi insinuavo sotto gli ombrelloni dei vicini, tra le loro gambe, gli asciugamani e le sdraio. Dopo poco arrivava sempre qualche amichetto che si univa alla costruzione.
Lei mi stava a osservare dalla riva, chiacchierava con le amiche ma non mi perdeva di vista.
Gli occhi di mia madre.
Non mi hanno perso di vista mai.
All’alba dei cinquant’anni – miei – e dei settantacinque – suoi – non mi hanno perso  di vista mai.
Mi hanno seguito quando ero piccolo, e poi ragazzo e poi uomo. Scuola, università, lavoro. Molto lavoro. Molti viaggi.
E i suoi occhi mi hanno sempre aspettato.
Tornavo dai miei mille impegni, e lei era lì. Lei i suoi occhi chiari, dall’espressione divertita. Il suo sorriso.


La guardo dormire.
Ascolto i suoi i respiri. Rallentati. Lievi.
La vedo dormire tranquilla, arresa al tempo.
E sento la paura di perderla che mi afferra lo stomaco e stringe. Qualcosa che non ho mai provato prima.
Mia madre c’è sempre stata, anche quando  ero lontano.
Non mi ha mai detto: “Resta” . Anche se forse lo avrebbe voluto.
Mi ha cresciuto da sola, senza marito, morto quando io avevo un anno e lei ventisei. Donna esile, dalla struttura ossea sottile eppure resistente come fosse fatta d’acciaio.
Io sono sempre stato l’unica preoccupazione della sua vita.
Io sono stato la sua vita.
Eppure, sin da quando avevo vent’anni ho cominciato ad andare per il mondo con il desiderio di non fermarmi…
Mia madre diceva: “Fai bene.” Sapeva che nessuno avrebbe potuto impedirmi di viaggiare, di conoscere.
Andavo e tornavo.

«Ingegnere?» la voce mi strappa dai pensieri. Mi volto di scatto. Il dottore è lì, stagliato sulla porta, nel suo camice abbacinante. Mi guarda e sorride un sorriso di circostanza. Non gli piaccio, penso. Non so nemmeno perché l’ho pensato. Che importanza ha piacergli? Voglio la sua approvazione, perché? E di nuovo avverto quella paura. Una paura egoistica, come lo è sempre la paura. Un brutta bestia che ti svuota e ti sventola come uno straccio vecchio. Che ti fa venire voglia di stare fermo, immobile, sperando che scivoli via e si dimentichi di te.
Mi alzo e mi avvicino a lui, che retrocede un poco. Ora siamo in corridoio. Nemmeno in questa clinica di lusso l’odore di malattia è attenuato. Lo sento nelle narici. Odore di alcol, misto a medicine, misto a dolore.
E il rumore di sottofondo degli ospedali… un brusìo continuo. Voci basse o alte, porte che si aprono e si chiudono, cigolii passi sospiri lamenti.
«Ingegnere» dice di nuovo, ma questa volta la voce non ha l’inflessione di una domanda. Sta per dirmi qualcosa di grave, lo so, e non ho nessuna voglia di stare a sentirlo.
«La situazione di sua madre è peggiorata. Il cuore è molto malconcio… Non riconosce più nessuno. La stiamo sottoponendo a una cura di antibiotici per la polmonite…»
«Polmonite?»
«Sì. È da tre giorni che sta così.»  Mi fissa senza dire altro, ma il messaggio è chiaro: “Tua madre sta morendo e tu dov’eri?”
Mi vergogno, vorrei sprofondare e vorrei non sentire, ma non abbasso gli occhi. Aspetto che continui.
«Stiamo facendo tutto il possibile ma non credo…» smette di colpo di parlare. Un’infermiera passa accanto a noi reggendo una bacinella d’acciaio piena di un liquido scuro.
Non voglio pensare.
Non voglio vedere. La donna si allontana dondolando le anche come stesse camminando sul ponte di una nave. La seguo con gli occhi sino a quando scompare al di là di un porta.
«… sarebbe meglio che non si allontanasse nei prossimi giorni» conclude il medico.
Annuisco e gli volto le spalle senza dire una parola. Non voglio dargli la soddisfazione di sentire la mia voce tremare.

Rientro  e torno a sedermi accanto a mia madre. Le sfioro la mano con la mia. La sua è piccola, le ossa che sembrano potersi spezzare al solo guardarle, la pelle sottile piena di macchie scure che si allargano come fiori seccati e vecchissimi.
Cerco di immaginare i suoi pensieri, se ne ha ancora.
Frammentati. Circolari. Ossessivi.
Mi perdo con lei nel labirinto delle immagini che si sovrappongono, dei ricordi di fatti che non so più distinguere se sono accaduti davvero e in quel modo lì, o se l’impasto delle parole, dei giorni, della memoria ha cambiato loro forma.
Risento le parole che mi diceva quando ero piccolo e chiedevo di papà. «È partito per un lungo viaggio»
«Un viaggio dove?»
«Oh, per il mondo…»
«E quando torna?»
«Quando avrà trovato la pietra dei desideri.»
Una conversazione che si è ripetuta a intervalli regolari, fino a quando ho capito che non esisteva nessuna pietra dei desideri e che non ci sarebbe stato nessun ritorno.

C’è un’altra paziente in questa piccola stanza linda e pulita. Una donna che mi pare potrebbe avere cento anni. Apre di colpo gli occhi, volta la testa e mi fissa. Mi muovo a disagio sulla sedia e riporto lo sguardo su mia madre anche se sento gli occhi della vecchia che non mi abbandonano.
Mi sento tradito perché mia madre non è più quella di sempre.
Persino le montagne si trasformano, ma lei no.
Non può.
Non deve.
Mi vergogno anche di questo pensiero, come di tutti quelli che ho avuto sino adesso.


Quando avevo dieci anni mia madre mi ha portato al planetario. Non ci ero mai stato prima. Mi aveva detto prima di uscire: «Ti va di vedere le stelle?»
L’avevo guardata perplesso e poi avevo lanciato un’occhiata fuori dalla finestra. Erano le quattro di pomeriggio di un ottobre assolato e luminoso come solo i pomeriggi d’autunno possono essere, con quella luce chiara ma non violenta, che accarezza le case, gli alberi, le persone. Una luce che si deposita, con dolcezza, sulla superficie del mondo.
«Le stelle non smettono mai di brillare» aveva aggiunto lei osservando la mia perplessità.
Eravamo usciti. Lei vestita elegante, con i capelli raccolti in uno chignon che la faceva sembrare un’attrice d’altri tempi, e io al suo fianco, orgoglioso della sua bellezza. Vedevo gli occhi degli uomini scivolarle addosso e sentivo la gelosia bruciarmi nella pancia. Questa è mia madre, avrei voluto urlare loro in faccia. Mi confortava la sua totale indifferenza per questi uomini, per chiunque non fossi io.
Siamo entrati nel planetario e dopo un secondo  ero del tutto rapito. Seduto con la testa appoggiata alla poltrona fissavo la volta celeste. In un primo momento il buio, poi d’improvviso, centinaia di puntini luminosi erano comparsi tutti insieme. La voce di un uomo aveva cominciato a raccontarle, le stelle. Le costellazioni, la Via Lattea, la stella polare.
Ricordo che ero uscito da quel posto in uno stato di estasi assoluta.
«Bello, vero?» Aveva detto mia madre.
Bello non era l’aggettivo giusto, ma non riuscivo a trovarne uno adatto. Non avevo parole.


Anche adesso sento le parole mancare.
La osservo mentre sta lì, sdraiata, silenziosa. Osservo le rughe attorno ai suoi occhi e alla bocca, i capelli corti e bianchissimi, il naso piccolo e perfetto.
Più lei avanza nel tempo, più io mi sento in bilico, diviso tra ciò che è e ciò che vorrei fosse: ciò che era.
E invece il tempo scivola via, scivola via.
Lo vedo danzare davanti a me e allontanarsi con grazia, come fosse una bella donna che ti si concede per lasciarti subito dopo.
Non capisco. Non capisco come si possa trovare bellissimo il tempo che passa.
E provo un amore così totale da non riuscire a contenerlo.
Stringo la sua mano e vorrei che si svegliasse e mi parlasse ancora e ancora. Come ha sempre fatto, raccontandomi tutto quello che succedeva attorno a lei con un’attenzione e una profondità che non ho mai più trovato in nessun altro. In qualche libro, forse.
Mia madre sa far vivere il mondo.

Una sera di un anno fa mi aveva fatto leggere una lettera, l’unica che aveva scritto a mio padre.
“Ricordi quelle sere davanti al mare scuro come petrolio di cui intuivamo la forma immensa ascoltandone solo il rumore? Quel ritmico e lento sciabordio che ci ipnotizzava e rendeva liquido anche il silenzio? Eravamo vicini, vicinissimi eppure lontani, chiusi in un nucleo di parole non dette, pensieri non condivisi.
Una distanza incolmabile e necessaria. Proprio come lo sono talune distanze. Necessarie per ritrovare l’essenza, i pezzi sparsi della vita.
Avresti voluto possedermi come fossi stata il mare, dicevi.
Non capivo le tue parole, non capivo se le pronunciavi per fare colpo sulla mia immaginazione, dal momento che sapevi che da lì, dalla mia mente, iniziava la conquista. Non le capivo, ma mi piacevano. Comunque fosse, false o vere, erano per me.
Sapevi che nella mia mente ti vestivo di abiti che forse non ti appartenevano ma è così che ti facevo diventare mio. Forse è così che facciamo tutti quando ci innamoriamo: trasformiamo, plasmiamo, inventiamo.
Non ciò che è, ma ciò che si vorrebbe che fosse.
Era così anche per noi? Seduti con le ginocchia raccolte sotto il mento e le braccia a stringerle, separati da una scheggia di sabbia, eppure lontanissimi?
Cosa amavo di te?
Il tuo scivolare nel tempo, come si fosse trattato di una danza e non di una questione di vita e di morte.
Perché è questa l’essenza del tempo: vita e morte.
Cosa amavi di me?
L’entusiasmo, dicevi. E la tenacia.
Perché ci innamoriamo?
Per non morire.
E tu? Sei vivo o morto ora? Che era un modo per chiederti se mi amavi. Le donne fanno spesso di queste domande, e si stupiscono che gli uomini siano così scarni di parole. Non parlano molto dell’amore, gli uomini. Forse è per questo che quando succede sono poeti.
Preferiscono farlo. Dicevi, prendendomi in giro. Ma lo credevi davvero.
È questo il vostro limite. Rispondevo. L’amore è immaginazione. Se non lo alimenti anche con le parole, muore. Perché le parole sono attori e attrici sulla scena della vita e interpretano ruoli che magari riconosciamo come nostri, ma che non sappiamo vivere.
Non sono personaggi in cerca d’autore, le parole. Sono autori in cerca di personaggi. Noi.
Cercano noi.
Cercano qualcuno che le pronunci e le faccia vivere e le renda carne e sangue.
Mi mancano quelle sere. Sento un vuoto tra me e il mondo, come se il ponte che mi univa a esso fosse scomparso, inghiottito dalla nebbia, spazzato da un tornado, distrutto. Annientato.
Mi muovo a tentoni, cercando di intuire la direzione ma avendo dimenticato la meta. Dov’è il posto in cui volevo andare? Dove sei tu? Dove le nostre distanze incolmabili ma intense che ci costringevano a un confronto continuo per non perderci di vista? Cosa è successo? Perché gli amori finiscono?
Perché la gente cambia. Dicevi.
E io: Non è per questo! È quando non si cambia che l’amore finisce. E finisce l’illusione. L’altro non è più un mistero. E le parole si congedano dal palcoscenico e non resta nient’altro che un teatro vuoto e un sipario chiuso.
L’amore è un eterno movimento.
È fluire, trasformare, salire, scendere, stupire e stupirsi.
Chiudo gli occhi e ricostruisco il tuo viso in quelle sere. Immerso nell’oscurità della notte. Un profilo nero. E il rumore delle onde che ti rendeva irreale, come una creatura inventata dalla mia fantasia. Risento il tuo respiro lieve e percepisco l’odore salmastro del mare.”

«Quando l’hai scritta?» le ho domandato.
«Dopo che tuo padre è morto. Avrei dovuto farlo prima, però. Ma ho aspettato, non so perché. E ho fatto male. Non bisognerebbe mai farlo. Non con le persone che si amano.» Avevo visto la tristezza dilagare nei suoi occhi.
E anch’io, ora, vorrei poter tornare indietro per dirle tutto quello che non le ho mai detto.
Vorrei fare questa cosa impossibile, che vogliono fare tutti quando ormai è troppo tardi.
Mi viene da pensare che viviamo pensando che la vita sia eterna, che domani, domani potremo rimediare. Domani, come se ci fosse sempre un domani.
E vorrei raccontarle che ho trovato la donna giusta, così per caso, una settimana fa, su un aereo che mi portava a Los Angeles. Ne sarebbe felice, lo so, lei che con discrezione ogni tanto mi chiede: «Ma non sei stanco di stare da solo?»
«E tu mamma, non sei stata da sola tutta una vita?» rispondo.
«No. Io ho sempre avuto te.»
Vorrei dirle come si chiama questa donna – Melissa – e parlarle dei suoi occhi scuri, della pelle bianca come il sale, della sua voce, calda e tranquilla. Una voce che mi ha scosso sino in fondo all’anima la prima volta che l’ho ascoltata. Vorrei dirle che mi sembra finalmente di avere trovato un posto mio, dove volermi fermare. Che quel posto è questa donna.
Mi sento in colpa, ma so che lei mi sorriderebbe dicendo: «Non essere sciocco».
Stringo ancora la mano e vedo le sue palpebre aprirsi lente. È come se riemergesse stupita da un universo solo suo.
La guardo che mi sorride.
«Ciao mamma.»
E vorrei poterlo ripetere all’infinito.

©Barbara Garlaschelli, 2020
©Foto Leonardo Cassi

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