Le linee dell’Arca di Francesca Rossetti

“Facciamo entrare le pecorelle nell’arca”: era il nostro gioco. Allora lei allungava le braccia sopra il tavolo della cucina e mi lasciava le sue mani. Io gliele prendevo, unendole i mignoli. Gliele aprivo bene, anche se come le volevo io non ci stavano mai, perché le dita tendevano sempre a richiudersi. A pensarla oggi, quell’anticaglia di carne era una vecchia zattera di legno scorticata dal tempo, tante erano le rughe. Ma allora le mani di mia nonna erano l’arca di Noè su cui far salire le statuine del presepe, per prime le pecorelle. Quelle che riuscivano ad attraversare per intero la linea della Vita avrebbero vissuto più a lungo. Quelle distratte che inciampavano in quel solco profondo morivano di lì a poco. Una volta capitò anche che lungo la linea dell’Amore, ancora più profonda della prima, ci passeggiasse Maria, e che incontrato il re dei Magi, quello con la mirra, se ne innamorasse perdutamente e che finissero col vivere insieme per il resto dei loro giorni.

Mia nonna morì all’età di novantacinque anni. Non ho potuto camminare scorrendo prima l’indice poi il medio sulla sua linea dell’Amore perché crescendo non ci ho più giocato. L’avessi fatto, forse adesso avrei anch’io una grande storia da vivermi, ne sono sicura. E invece, le mani dell’uomo che mi ha vissuto accanto per anni non imbarcavano vite né avvicinavano cuori. Piuttosto si chiudevano a pugno. Avevano palmi che erano piazze abbandonate. Le dita, strade senza sbocco, cancelli blindati senza possibilità di accesso. Quando quei palmi si aprivano, nulla che somigliasse a un’arca. Le dita erano troppo tese per accogliere qualcosa. La strategia con cui mi arrivavano alla guancia le avevano rese più simili a una battaglia navale che a un’opera di salvataggio. Ricordo il fischio dell’orecchio destro, le tempie che pulsavano.

Poi un giorno rilassò la mano. Andai a denunciarlo. Lo lasciai.

Non ho mai fatto caso alla sua linea dell’Amore.

Racconto letto da Barbara Garlaschelli.

©Francesca Rossetti, 2019

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