Le lettere che non ho mai scritto [8] di Barbara Garlaschelli

Tecla Dozio

Amica mia adorata, avrei dovuto esserci anch’io oggi, lì, alla Cassina Anna, a festeggiarti insieme a tanti amici, ma non ci sono e tu approveresti sapendo il perché.

Ogni tanto vado sulla tua pagina Facebook e la faccio scorrere su e giù, lenta. Leggo i messaggi che continuano a scriverti; le foto con gli amici: l’indimenticabile Carlo Oliva, presenza costante alla Libreria del giallo; quelle con i tuoi pupilli Carlo Lucarelli, Marcello Fois e le tue amiche scrittrici Rosa Teruzzi, Patrizia Debicke, Nicoletta Vallorani. E poi quelle con  Veronica Todaro con la quale Il sodalizio professionale e amicale è durato tanto tempo; e poi Giovanna Giuliana Elisabetta. Infine quelle con gli autori stranieri che ti amavano moltissimo e ti hanno sempre stimata e venivano alla Sherlockiana anche quando erano invitati in altre librerie più grandi e famose. In verità quella famosa era proprio la tua, le altre erano più grandi.

Anch’io ero una tua pupilla, penso di poterlo dire senza paura di essere smentita. Sei stata la mia mentore, Quella che mi ha scoperta come autrice di noir e che  ha creduto in me al punto da introdurmi personalmente a Marco Zapparoli editore Marco Y Marcos – uno dei tanti editori che ti stimava e ti ascoltava – con quello che sarebbe diventato il mio libro d’esordio.

Siamo state amiche tanti anni, abbiamo trascorso insieme momenti bellissimi, quando il mondo del noir e del giallo era fatto davvero di amici e non solo di colleghi.

Le traversie per aprire e tenere viva la libreria dopo, le conosciamo tutti. Molti di noi hanno partecipato agli eventi più bizzarri per raccogliere fondi che potessero aiutare a tenerla aperta negli anni difficili.
Hai combattuto come sempre fino a che hai potuto e poi hai preso una decisione per me è stata molto saggia perché Milano non era più la città accogliente e che ti amava come una volta: hai chiuso la Sherlockiana e sei andata a vivere in un paesino sperduto della Lunigiana.

In tanti questa tua stramba scelta non l’hanno compresa anche perché  eri senza macchina e muoversi lì non è proprio semplicissimo. Ma la cosa che desideravi di più al mondo era avere un pezzo di giardino per te dove poter coltivare i tuoi fiori e le tue piante; dove poter raccogliere i frutti per le tue marmellate e i tuoi fantastici dolci; dove poter andare a fare passeggiate da sola, in silenzio.

Gli amici venivano a trovarti prima spesso poi un po’ meno frequentemente. Di questo eri un po’ dispiaciuta perché avevi preso la casa grande per trasformarla in una sorta di atelier per gli autori, ma la cosa non aveva funzionato, o aveva funzionato solo in parte. Però gli amici non ti hanno mai abbandonata, proprio mai, fino alla fine. Soprattutto alcune tue amiche che nonostante la tua sofferenza  si frangesse contro di loro come una violenta ondata, sono rimaste lì, accanto a te.

Gli amici nella tua vita hanno sempre avuto un ruolo fondamentale e non solo perché molti di loro sono diventati scrittori affermati anche grazie a te, ma perché senza amici non ti sarebbe piaciuto vivere. Anche se eri una di quelle persone capaci di bastare a se stesse.

Io e te abbiamo avuto un momento di grandissimo scontro. Renzo era morto da poco ed io ero come impazzita dal dolore. Detestavo tutti, non sopportavo l’idea di essergli sopravvissuta. Volevo che tutto ciò che era suo tornassi a me e non ho considerato quanto anche tu stessi soffrendo per la sua morte. Io avevo perso un grande padre, tu avevi perso un grandissimo amico.
Per anni non ci siamo più né frequentate né parlate. Poi una notte ho fatto un sogno bellissimo in cui ci trovavamo e ci abbracciavamo. Per me i sogni sono sempre un segno importante di come sto davvero, di ciò che provo davvero. La mattina dopo ti ho scritto chiedendoti scusa e chiedendoti anche se avevi voglia di sentirmi. Mi hai detto che non aspettavi altro. Da quel giorno non ci siamo lasciate più e io ti ho sentita fino a due giorni prima che te ne andassi.

Assomigliavi a mio padre Renzo per certi aspetti, perché pretendevi molto dagli altri e da te stessa. Hai vissuto intensamente, senza rinunciare a nulla, neanche a ciò  che ti avrebbe fatto male. Non ti importava dei giudizi degli altri a meno che non fossero persone che stimavi. Ti stupidi quando ti dicevo che eri troppo dura a volte, e io mi stupivo del tuo sincero stupore. Hai avuto molte persone che ti hanno amata ma hai avuto anche persone che ti hanno detesta proprio per questo tuo modo diretto e implacabile di affrontare le persone e la vita. Ma tu ti percepivi come la persona più dolce del mondo!

Questo faceva di te la grande persona che eri: generosa testarda accogliente dura dolce libera.

Mi manchi. Mi manca parlare con te di tutto, non solo dei libri. Mi manca ridere insieme; mi manca quando mi facevi arrabbiare; mi manca quando mi chiamavi “la mia pupetta”; mi manchi quando mi preparavi da mangiare cose che sapevi mi piacevano.

Ascoltare la tua voce sempre più sofferente e flebile era straziante ma alle nostre chiacchierate nessuna delle due voleva rinunciare. E così è stato fino alla fine.

In eredità mi hai lasciato i tuoi libri ma la tua eredità è molto più grande: è una visione del mondo, della letteratura, della scrittura, della vita.

Ora per me non esiste più un posto come la Libreria del giallo  di Milano; non esiste più nemmeno quell’atmosfera gioiosa e giocosa che abbiamo vissuto. Ma parlo per me e forse è giusto così, le cose cambiano, la gente cambia.
Quello che so per certo e che non esisterà mai un’altra Tecla Dozio e tutti quanti, Milano compresa, dovremmo ricordarlo sempre.

©Barbara Garlaschelli,  2018

Ps: Oggi sarebbe stato il compleanno di Renzo: un modo bellissimo per festeggiarvi entrambi, per me. Il pugnale in vetro diventato simbolo della Libreria te lo aveva regalato lui. E questo mi riempie di orgoglio.

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