Le lacrime di Hitler di Roberta Lepri

Mar Mediterraneo, primavera-estate del 1917

Il 25 maggio 1917 il comandante Kazikis lo mandò a chiamare. Sean si pulì le mani, sporche per la prima riparazione di un motore, e salì di sopra per sentire ancora una volta il racconto degli dèi che avevano creato tutta la terra, ma per prima la Grecia. Per quello era il posto più bello del mondo, come un figlio primogenito e prediletto, e da quel capolavoro aveva preso spunto Zeus per fare anche il resto del Creato.
Ma nella cabina del comandante non c’era ad attenderlo nessuna storia mitologica.
«Ho ricevuto un cablogramma da Brigton», esordì Kazikis preoccupato, stropicciando tra le mani un pezzettino di carta, «lo manda la polizia del porto. Dice che la settimana scorsa hanno ritrovato i corpi di tre marinai slavi. Erano legati alla perfezione tra loro, avevano le bocche distrutte e i corpi colpiti con un lungo coltello in qualsiasi punto vitale.»
Si concesse una pausa per accendere la pipa e continuò: «Erano tenuti insieme da nodi perfetti. Solo il lancio sbagliato di un’ancora che aveva agganciato la catenaria del fondo, a cui era attaccata la cima che li legava, ha reso possibile di tirare su quel grappolo mezzo marcio di carne sbocconcellata dai pesci. I corpi in qualche modo erano ancora riconoscibili, per questo mi hanno avvisato: erano tre dei miei marinai. La polizia vuole sapere se ci sono stati dissapori con gli altri della ciurma. Cerca un movente.»
La pausa per inspirare il fumo fu più lunga.
«Conosco tutti i miei uomini», rimarcò il comandante, «e conoscevo bene anche quei tre demoni partoriti dalle streghe del Tartaro. Ognuno qui aveva un buon motivo per ammazzarli. Erano gli unici che mai avrei invitato a casa mia ad Atene. Zeus mi perdonerà, ma per me sorelle e spose vengono prima dell’ospite», divagò, e intanto lo misurava.
Sean non aveva accennato un solo movimento, non aveva niente da aggiungere. Quello che era giusto andava fatto. Era il principio semplice dell’inizio del mondo: così lo definiva il piccolo Tommy, sorridendo saggio con i suoi denti guasti. Perciò Sean si limitò a prendere una cima colorata dalla scrivania del comandante, dono di Athina, la più piccola delle figlie di Kazikis, e fece un nodo perfetto, poi un altro e un altro ancora. La cima si trasformò in una piccola sfera e il nodo divenne più resistente di quello di Alessandro il Grande.
La posò con delicatezza sul piano della scrivania, poi guardò negli occhi acquosi del greco e chiese: «Devo sbarcare ad Atene?»
Quello annuì con tristezza e rispose solo: «Cronia polla, fili mu*

Sean scese senza voltarsi indietro né rispondere al cuoco che gli aveva chiesto qualcosa di incomprensibile: le parole le aveva prese il fischio di una sirena del Pireo.
Risalì le viuzze senza pensare a niente, deciso ad allontanarsi dal porto. Si sentiva libero e ricco, trascinato da un’improvvisa voglia di vivere, simile a quella che lo prendeva sulla spiaggia di Brighton quando tirava sassi ai gabbiani.
«Vai di fretta?», gli chiese una voce di donna da una finestra socchiusa, mentre percorreva un tratto di strada su cui si affacciavano case bianche dalle imposte azzurre.
«Vado e basta», rispose Sean, fermandosi. La donna l’osservò in modo intenso, e a lui sembrò che ne stesse soppesando insieme sia il fisico che il carattere. Se voleva da lui qualcosa, certo doveva valutarne sia la forza che la giovane età.
«Ho bisogno di qualcuno che mi protegga», continuò con voce ferma, in un inglese cantilenante ma comprensibile.
Sean le rivolse uno sguardo scettico, anche troppo esplicito, che indugiò sul volto emaciato e sul corpo segaligno che aveva appiattito il ricordo di un seno sopra a un costato troppo evidente.
Lei sorrise, tollerante. «Non solo me. Il mio nome è Sofia. Questa è la mia casa, qui i marinai fanno la fila per conoscere le mie ragazze», sottolineò aprendo l’imposta per mostrargli due donne sedute al tavolino e una di spalle rivolta verso un acquaio di pietra mentre lavava i piatti. Avevano tutte i capelli rossi.
Il ragazzo di colpo si ricordò di essere un uomo e che l’amore era fatto di corpi, che per lui erano soprattutto di giovani donne. Dimenticò il mare ed entrò.

Dopo tre mesi, conosceva ormai Atene in modo perfetto. Ogni venditore del mercato, ogni pescivendolo, ogni mercante di stoffe era suo amico.
Aveva imparato in fretta un vocabolario di greco essenziale che mischiava con qualche parola inglese, e questo pareva dargli una certa superiorità sugli interlocutori: Grecia e Inghilterra in quel mese di giugno del 1917 si erano alleate nella Grande Guerra, ma l’Inghilterra era più forte, gli inglesi agli occhi dei greci meritavano rispetto.
Tutti, sulla porta della casa, prima di entrare si rivolgevano a lui per un consiglio, un giudizio o un suggerimento, specie per quello che riguardava le ragazze della signora Sofia. Davano per scontato che le avesse provate tutte, e lui con quel pensiero giocava volentieri, tanto da renderlo quasi vero. Allora sorrideva.
Sean sapeva di non poter dare giudizi, era cresciuto in un bordello, conosceva l’importanza della discrezione. Si limitava a un accenno di compiacimento, una virgola che schiudeva i denti bianchi a metà della bocca deturpata eppure ancora bella.
Se gli chiedevano quale delle ragazze avesse il sedere o il seno più bello, ammiccava come a dire che erano tutte da provare. Lui, in ogni caso, era stato scelto per proteggerle e basta, la signora Sofia glielo ricordava con un’occhiata gelida; perciò, ogni tanto, quando capitava qualcuno che fin dalle prime movenze dava l’idea di essere violento, lui faceva finta di non capire le sue allusioni, non sorrideva né ammiccava, ma si limitava ad accarezzare con lentezza il coltello che teneva in mano.
Sean aveva per i maniaci lo stesso tipo di sensibilità che Sofia sosteneva di avere per i ragazzi speciali e che l’aveva portata a sceglierlo appena lo aveva visto venire su dal Pireo.
«Vuoi venire a scaldarti?», gli chiedevano le rosse a turno, quando avevano finito di lavorare.
«Ci manco io», rispondeva lui, paonazzo in volto. Avrebbe voluto, ma non gli riusciva. Ci si vedeva bene, in mezzo a quel groviglio di teste fulve, perché così le avrebbe volute: tutte insieme, non una alla volta. Ogni tanto sentiva proprio un groppo doloroso, una fitta duratura tra il sesso e lo stomaco sotto l’ombelico, ma proprio non poteva. Così restava solo a pensare che poteva valere la pena tornare giù al porto e trovare qualche bravo marinaio, per togliersi la voglia.
Andò avanti così per qualche mese. Poi incontrò l’arabo.

*«Buona fortuna, amico mio.»

© Roberta Lepri, 2020

Questa è la storia di un grande sogno, il racconto di vite meravigliose. È un libro di avventure ed è un libro sulla compassione, che comunque esiste e resiste. Un romanzo tra il Medioevo e la Seconda Guerra Mondiale. La storia di un piccolo dipinto che voleva salvare il mondo.”Hitler, con il suo altalenare di offese e profferte di pace, con i suoi discorsi ossessivi e la mimica da teatro dell’opera, aveva soggiogato l’intera umanità…”

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Roberta Lepri

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