La scatola rossa di Heiko H. Caimi

Poso la scatola sul tavolo del soggiorno. Abbandono la giacca sulla sedia. Lo sguardo mi cade sulle pattine, che ho buttato sotto il calorifero. Per fortuna Ada non è più qui a ossessionarmi con la sua mania per le pulizie. Già me la sento nella testa: «Quante volte ti ho detto che le scarpe devi lasciarle nell’entrée all’ingresso e che devi mettere le pattine prima di lasciare le impronte dei tuoi piedi per tutta la casa? E la giacca mettila sul servo muto, altrimenti cosa l’abbiamo comprato a fare? E quella scatola? Mica vorrai lasciarla lì, vero?»

No, la scatola non voglio lasciarla lì. Voglio aprirla e vedere che cosa c’è dentro. È rossa, da scarpe, con un fiocco giallo a tenerla chiusa. L’ho trovata sopra lo zerbino ritornando dal lavoro. Scommetto che è il libro che le avevo chiesto di restituirmi. E che lei diceva di avere preso per sbaglio. Figurati se me lo avrebbe dato di persona! «Non ti voglio più vedere. Mai più», mi ha detto l’ultima volta che ci siamo congedati. Fortuna che non l’ho sposata! Far fuori una convivente è molto più facile. A parte le recriminazioni, e i piagnistei, e le accuse accumulate per anni; e gli insulti.

Sciolgo il fiocco, sollevo il coperchio: è proprio come immaginavo. Il grosso volume illustrato delle “Mille e una notte” regalatemi da mia madre quand’ero ragazzo mi fissa dall’interno del contenitore, che stranamente non odora di scarpe. Sollevo il tomo con l’intenzione di appoggiarlo sul tavolo e di gettare la scatola. Avrei dovuto immaginarlo: Ada ha sempre voluto avere l’ultima parola. Sotto il libro mi ha lasciato una sorpresa: uno specchio a mano, ovale, con la cornice e il manico in legno dipinti di carminio. Tipico: un oggetto di cattivo gusto, che non userei mai.

Lo afferro, mi specchio. Il mio volto mi fissa perplesso dal vetro. Che cosa vorrebbe comunicarmi, con questo dono non richiesto? Che sono un narciso? Che dovrei guardarmi in faccia e condannarmi secondo il suo metro di giudizio?

Non ha importanza: lo odio, odio il suo colorito cupo, odio il fatto che abbia voluto regalarmelo, odio il tipo di specchio di cui non ho mai compreso l’utilità.

Per un istante, il volto sogghignante di Ada sembra sovrapporsi al mio. Mi sogguarda con aria di scherno, come se quel cadeau fosse una beffa, poi riappare il mio viso, con gli occhi sgranati. D’istinto getto lo specchio lontano da me. Colpisce la parete, rimbalza, cade a terra, e in quei pochi secondi già me lo immagino spezzarsi in infiniti frammenti che finiranno ovunque e che mi toccherà raccogliere per mesi. Invece ricade intatto. Di che materiale è fatto?

Mi avvicino, titubante, mi chino e ritrovo la mia faccia. Questa volta, però, mi appare leggermente deformata. Che sia a causa della caduta?

Mi accovaccio per raccoglierlo, ma sono attratto dall’immagine riflessa: ho l’impressione che si stia deformando sempre di più, assumendo fattezze grottesche, talvolta diaboliche. Mi accosto ancora, mettendomi in ginocchio e sporgendomi per non perdere l’inquadratura. D’un tratto mi prende una sorta di vertigine, come una spirale che mi avvolga e mi trascini verso la superficie riflettente. Cerco di riprendermi, ma tutto sembra vorticarmi attorno più rapidamente. O forse è il mio viso che vortica in forme sempre più astratte di fronte a me?

Avverto una forza, violenta, irresistibile, risucchiarmi verso lo specchio. Faccio resistenza, puntellandomi con le mani sul pavimento, ma il gorgo è molto più potente di me. Nello specchio si apre una bocca, una bocca contornata di rossetto, le labbra che ridono beffarde, sguaiate, mentre le fauci si spalancano come se volessero inghiottirmi, come se fossero lì per divorarmi. La riconosco, è la bocca di Ada. La riconosco e grido. Sento il mio naso attraversare le fauci e grido. Sento i miei occhi entrare in una dimensione diafana e azzurrina e grido. Sento la mia testa varcare lo specchio e non grido più.

©Heiko H. Caimi, 2019

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