La prima volta di Luigi Romolo Carrino

La prima volta che ti ho visto avevi i dreads posticci, gli occhi neri e le gambe da calciatore. Io solo un raffreddore forte, quello che hai imparato a conoscere nei giorni arrivati a farci insieme e che mi fa gli occhi a palla e il naso scarduliato da pellicine rossastre. Tenevi un fatto nella camminata che mi faceva sesso, il culo bello e un disco degli Almamegretta in mano. Ti ho guardato in mezzo alle gambe per capire che tipo di cazzo potessi avere. Sono l’amico di Alessio, dicesti tu. Anch’io, dissi io, con una gruccia per reggermi sul piede sano e non appoggiarmi su quello scassato da una caduta di qualche mese prima. Ti girasti di spalle e io mi feci coraggio, in mezzo a tutta quella gente, a prendere un piattino di plastica per riempirlo con un paio di pizzette, un cous-cous improvvisato, un bicchiere di vino bianco e mi si erano occupate tutte le mani e saltellavo per arrivare al punto in cui avevo lasciato la gruccia. Ti allungai il mignolo quando mi dicesti Forse non hai capito chi sono, sono Francesco del blog con i cerini, mi hai riconosciuto? Era una specie di vernissage, un pittore della città che esponeva della merda, gente che di arte non ci capiva un cazzo ma sempre pronta a far due tre nomi, giusto per.
Quando è stato? Almeno dodici anni fa, forse quindici, non è vero amò?
La prima volta che ti ho baciato che mi hai baciato, amò, stavamo in macchina mia e già stava a fare primavera ed erano passati almeno cinque anni dalla sera di quel vernissagge dove io col dito mignolo. Dei dreads c’era rimasto solo un codino uno, lungo lungo, e stavolta tenevi quasi ventiquattro anni e io mi sentivo più sereno e più in pace con il tuo corteggiamento ancien régime. Quei fatti tipo lui quarant’anni e passa e lui venti anni e poco più mi facevano schifo già da quando vent’anni li tenevo io. Figuriamoci mò che avevo doppiato il percorso. Nell’era dei blog mi avevi seguitato a ogni post, da quando avevi quindici anni mi avevi dichiarato la tua dedizione, e io manco per la minchia, io proprio ciao. Non volevo impelagarmi in queste robe. Ma tu duro, eh. Costante. Un corteggiamento durato anni, via blog, via messaggi Fb, e poi via amici in comune. E quindi una sera, in macchina mia, amò, la sera che ti ho invitato a uscire dopo che avevi finito di montare il tuo video, ti ho raccattato davanti al Museo MADRE, siamo andati a sentire quattro disgraziati jazz, abbiamo parlato di ogni, ti ho riportato alla macchina, ti ho dato la mano e Bella serata France’, grazie. Ah proprio così?, mi dicesti amareggiato, guardandomi con il tuo unico dread sopravvissuto e gli occhi neri neri di delusione. È otto anni che ti sto dietro, dicesti, che cazzo devo fare per piacerti?, dicesti. Sì, il bacio. È stato in quel momento che misi la tua lingua dentro la bocca mia, o viceversa, mò non è importante. Sapevo di birra io, tu avevi nel fiato un sapore di infanzia tardiva, qualcosa che ha a che vedere con l’adolescenza struppiata da parole brutte come ricchione, come femminella, come bocchinaro, una cosa così. Fu un bacio bellissimo e pieno di aspettative, non è vero amò? Forse più le tue che le mie, ché io proprio a quarantadue anni non è che mi aspettavo chissà che da uno di ventiquattro, oh ma hai capito? 42 2 24 sono uno letto al contrario dell’altro, non è che ci credevo che questa cosa che stava succedendo poteva durare più di tanto, succedere così tanto anche dopo. Ma tu subito mi hai stroncato questo dubbio con una sincerità neonata, quando mi hai detto che c’era una cosa che dovevi dirmi subito perché poi ti era capitato di dirlo più in là e c’erano stati casini, storie finite e denunce penali. E che cosa sarà mai?, ti chiesi. Sei un camorrista?, chiesi. E niente, rispondesti tu, è che sono sieropositivo da quando avevo diciassette anni.
La prima volta che avevi fatto l’amore e subito sfiga nera. Te l’eri beccato e tanti saluti a diciassette anni. Che poi oggi col virus ci campi per tutta la vita, e forse è anche meglio prenderselo così ti levi il pensiero e non ci pensi più e ti senti più libero, meno impaurito. Questo pensano i miei coetanei, mi dicesti, ma non io, mi dicesti, non io, mi ribadisti.
Là, amò, là proprio mi hai fottuto alla grande.
La prima volta che abbiamo fatto l’amore è stato da me. Ti sono venuto a prendere a Melito, il giorno dopo partivamo per un weekend a Procida e ci vedevamo già da una ventina di giorni. Ma che cazzo, venti giorni e ancora non avevamo scopato, amò? Ciuciù pippì lalalà. E cinema e concerti e birra e bacetti e carezze. Amò, vabbè che io sono all’antica, vabbe’ che io ho quasi il doppio dei tuoi anni e ci può pure stare, ma tu? Tu come hai fatto a stare un mese senza fa’ niente come Candy la fidanzata di Terence? Come chi è? Candy Candy! Vabbuò, nun fa’ niente, era un altro tempo. Mamma mia, amò, che meraviglia che siamo stati. È stato come impare di nuovo a farlo, l’amore.
La prima volta io non ho voluto usare il preservativo, ma è anche vero che poi alla fine non è che ci siamo (mi sono) messi a rischio così tanto. Tu ne avevi uno, ma io niente, non mi era mai piaciuto il preservativo, non lo usavo mai e rapporti occasionali, in venti anni di attività, li potevo contare sulle dita di una mano. Tu prima baci, tu prima in bocca, poi Ne ho uno in borsa di presarvativo, ma non so se ti sta, è piccolo, si rompe, mi dicesti. Mi ero guardato il pisello esterrefatto. Non è che mi era cresciuto del doppio per l’eccitazione? Oltre i quindici io non vado. Come dice un amico scrittore gay (gay non lo devo scrivere prima di scrittore?) meno di quindici è clitoride. L’avrò messo cinque volte in tutto amò, ti dissi, e perciò il preservativo rimase sprecato per terra, accanto all’involucro suo scartocciato. Avevo pensato, amò, avevo pensato che mi stessi perculando. Invece, invece ti ho alzato le gambe, ti ho leccato il buco, ho infilato prima il dito, poi indice e medio, tutti e due e poi tre, e ho ancora leccato. Ho appoggiato la capocchia nell’increspato, ho spinto, un poco po’ per non farti male amò, per non rischiare più di tanto amò, e non riuscivo più a controllarmi.
Mi hai messo una mano sul petto, mi hai spinto fuori e dicesti che questa responsabilità non la volevi. O col preservativo o niente, dicesti perentorio. E infatti, poi, amò, il preservativo me lo sono imparato a usare, vero? Me lo hai insegnato tu. Sì, ok. Non sempre. Ma siamo stati attenti. Me lo srotolavi tu, delicato e pieno di passione, senza perdere l’eccitazione del momento, senza che mi sentissi un coglione con una busta di plastica sul cazzo.
La prima volta che ti ho lasciato è stato due mesi dopo che stavamo insieme. I miei sensi mi avevano avvisato, tu stai sperimentando e stavi avendo il tuo sogno erotico di adolescente cresciuto mentre io ero il quarantenne (e più) che aveva perso la testa per il ragazzino. Uno stereotipo. Avevo in qualche modo capito che per te era un fatto importante riuscire ad avermi, non è vero amò? Come un trofeo, un desiderio da soddisfare, magari anche con la convinzione di volerlo davvero a questo tipo che sembrava uscito di galera cinque minuti prima, che poi ero io. Ti ho chiesto una prova, una roba da innamorati che poi è sempre una cosa uguale a tante altre che fanno gli innamorati, che chiedono gli innamorati, e tu mi hai accontantato. Ero così felice che quasi diventavo vegetariano anche io solo per farti contento, solo per dirti il rispetto che provavo per le tue convinzioni e per la tua testa e non solo per il tuo cazzo e il tuo culo, per la tua bocca e i tuoi occhi, per i tuoi pompini con l’ingoio e le sborrate in faccia che mi piaceva farti, e anche dentro, perché poi a un certo punto mi sono imposto e ti ho detto che volevo così, perché io, amò, io avrei voluto anche la tua malattia pur di averti tutto e di più, perché volevo capirti fino alla fine della comprensione, volevo sapere cosa si prova a sentirsi in procinto di morire ogni momento della giornata, perché io ti ho amato soprattutto nella mancanza e nella compassione, ché non conosco un altro modo per sentirmi assai e tutto quanto.
La prima volta che mi hai lasciato, che è stata anche l’ultima volta, amò, è successo sei mesi dopo che stavamo insieme. La monotonia nello stare tutti gli anni che non eravamo stati insieme ci aveva preceduto il tempo e ci aveva squagliati poco alla volta come una caramella nella bocca.
Sulla panchina davanti all’Orientale, tra studenti giovani e giovanissimi guardavo l’ultimo lavoro che avevi fatto, ché tu facevi cose di web art che io parapsicologicamente cercavo di decodificare per significarti. Avevi disegnato un essere postmoderno un po’ storpio che diceva: Io sono cattivo. Con la testa bassa, dicesti: Mi sono sbagliato, scusa. E mi hai baciato leggero sulla bocca e il tuo fiato sapeva di ultimo respiro tuo mischiato col mio. Non fa’ niente, dissi.
E mi lasciasti la stampa dello storpio cattivo, e ce ne andammo. E non ci vedemmo più.
Tutto così veloce, come a volte solo la vita sa essere, per un’attesa durata dieci anni c’è un rapido addio come un infarto, ti viene e ti lascia morto là per sempre. Ma in fondo, negli anni che poi sono arrivati a ricordami sempre di te, ho pensato che non c’è un modo giusto, non c’è un modo che non fa male di dire addio.
La prima volta che mi sono innamorato tenevo ventiquattro anni, proprio come te amò, l’età in cui non ci ho capito più un cazzo. Sono rimasto impigliato nella prima volta sperando che quel miracolo si ripetesse, che in qualche modo io mi significassi in un paio di occhi chiari e un fisico da legnetto del gelato, perché a me piacciono i tipi così, secchi secchi, in procinto di morte e pronti per la cremazione.
Sono rimasto con le mani aperte e due spalle forti pur di girarmi e camminare avanti in salita, pure se con un po’ di affanno. Sono rimasto quel ragazzo là sconcecato dal vento, gli stessi jeans, ma questa volta aperti sul primo bottone, sono io ancora quello della A112 beige senza assicurazione che rischia l’arresto pur di raggiungerti, quello che dice Sì, certo che ti ho voluto bene, quello che dice Guarda che io ti ho amato più di me. Sono rimasto là. Poi, quel miracolo si era ripetuto ed eri tu, France’, e la prima volta è tornata a quarantadue anni con le stesse cose e le stesse parole e poi sono rimasto così e così mentre si faceva tardi e mi allacciavo una scarpa.
Sai cos’è? Che non c’è mai un inizio e mai una fine. La prima volta che ti vedrò avrai gli occhi neri e le gambe da calciatore, sarai bianco nero giallo, qualcosa che non ha a che vedere con le palle ma con la pelle. Io, invece, avrò soltanto un raffreddore forte e tu un disco degli Almamegretta in mano e farò finta di non vederti mai più, avrò qualcosa come cinquant’anni o più e il cuore rotto e più in là ci sarà un cane che mi abbaierà contro.
Almeno, così spero.

© Luigi Romolo Carrino, 2020

L.R.Carrino

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