La nonna di Heiko C. Caimi

Quando la nonna cadde, tutti rimanemmo come paralizzati. Eravamo stati così esasperati, nel corso degli anni, dalle sue paure, che d’improvviso non sapevamo più che cosa fare. L’evento che tutti eravamo stati preparati a temere si era verificato. Mio fratello e io eravamo scettici in proposito, ma eccola lì, la nonna, a pancia in su come uno scarafaggio, le braccia e le gambe che si dibattevano nell’aria come a volerla afferrare per tirarsi su e lo sguardo miope, da tartaruga, che attraverso le lenti spesse un dito ci fissava terrorizzato. Erano anni che lo diceva, che ci avvertiva; anni che ci ricattava con quella sua paura. Le avevamo tentate tutte per farle capire che non c’era alcun pericolo, che bastava si tenesse saldamente in equilibrio col bastone e nulla le sarebbe accaduto. Ma lei no, affermava con ostinata convinzione la propria paura di cadere, di cadere e di non rialzarsi più. Anni di cautele dei miei genitori, sempre pronti a sorreggerla per le braccia ogni volta che doveva spostarsi da un capo all’altro della sala, o da una stanza all’altra, anni di premure per cercare di rassicurarla, di attenzioni per evitare che qualsiasi ostacolo si frapponesse tra lei e le sue gambe, non erano serviti a niente: l’inevitabile era accaduto.

Guardavo la nonna a terra, incapace di fare alcunché, e mi venivano in mente gli anni trascorsi a mettere via i nostri giocattoli ogniqualvolta lei si affacciava sulla sala, dove mio fratello e io facevamo correre le macchinine, per evitare che la nonna potesse metterci su un piede e capitombolare. A tenere tutti i mobili bene accosti alle pareti e ai tavoli, affinché non rischiasse di prendervi dentro. A pulire a fondo la cucina ogni volta che una macchia d’olio cadeva da una padella o dal condimento dell’insalata, perché non rischiasse di scivolarci sopra. Ad asciugare l’ingresso al rientro a casa quando pioveva, per evitare che potesse scivolare sul bagnato. A sorreggerla quando entrava nella vasca per il bagno e ne usciva. E così via.
«Ma nonna, perché hai così paura?» mi ero arrischiato a chiederle una volta.
«Non lo so.»
«Ma ci sarà bene una ragion…»
«Ci sarà, ma io non la conosco. È così e basta.»

Tutti quegli anni al servizio delle sue paure; la famiglia asservita alla sua ossessione di cadere e di non rialzarsi più, e ora questo: mamma, papà, io e mio fratello immobili intorno alla nonna, tutti intenti a fissarla senza sapere più che cosa fare; chiedendoci che cosa avessimo sbagliato, per procurare quella catastrofe. E a nessuno che venisse in mente di allungare un braccio e di tirarla su. Solo la paralisi improvvisa di tutta la famiglia, e quell’agitarsi di gambe e braccia nell’aria.

Era il terrore a dominarci. E la paura della nostra responsabilità in quello che era avvenuto.
Poi mia madre incominciò a ridere. Sguaiata, incontrollabile, come se qualcosa dentro di lei si fosse spezzato e non riuscisse in alcun modo a trattenersi. Mio fratello la seguì a ruota, sfrenato. Mio padre mi guardò, come a suggerirmi di far qualcosa. Solo la sua testa e i suoi occhi si muovevano: il resto del suo corpo immobile.
Fissai la nonna terrorizzato. Non volevo aiutarla a tirarsi in piedi, ne avevo troppa paura: quelle braccia e quelle gambe in movimento mi avrebbero ghermito, ne ero sicuro, come avevo visto accadere al mare, quando un uomo si era buttato in acqua per salvarne un altro che stava annegando e questo si era afferrato a lui da trascinarlo a fondo. Sapevo che la nonna mi avrebbe afferrato e non mi avrebbe lasciato più. Non volevo vivere il resto della mia vita così, attaccato a lei.
«Fai qualcosa» mi incitò mio padre.
«Fallo tu» gli risposi. «Sei molto più forte di me.»
Anche lui fissò la nonna con terrore mentre la mamma e mio fratello non smettevano di ridere. Io immaginai una tavola in legno alla quale applicare delle rotelle per poi farla scivolare sotto la sua schiena e permetterle di tornare a muoversi. Aveva ripetuto così spesso che sarebbe caduta e non si sarebbe rialzata più che non mi venne neanche in mente che potesse davvero tornare a reggersi in piedi.

Poi mio padre ebbe un colpo di genio. Riuscì a distogliere lo sguardo dalla madre e a uscire dalla paralisi, andò in garage e ne tornò pochi minuti dopo, imbracciando il fucile. Lo puntò sulla fronte della nonna e sollevò il cane.

 

©Heiko C. Caimi, 2020

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