La giornata riuscita di Giovanni Pannacci

Questi sono giorni che mi sperdo nelle pieghe fredde e sinuose dei pomeriggi.
Gli spazi consueti del dentro e del fuori si dilatano fino, non dico a risucchiarmi, ma ad accogliermi.
In questi spazi espansi, seppure riconoscibilissimi, io vago un po’ stordito, sperdendo il tempo.
Sto in una specie di sonnambulismo vigile, che mi permette di cogliere quello che, in una forma segreta di autocompiacimento, mi diverte chiamare “il vero sentire”.
A proposito di Peter Handke. Oggi ho aperto la scatola dei desideri. La scatola dei desideri non è una metafora, esiste realmente. La scatola dei desideri è una scatola poco più grande di una scatola per scarpe, di un bel color cartone e rinforzata con angoli di metallo. Sul coperchio, in raffinati caratteri dal sapore antico, c’è scritto, appunto, Scatola dei desideri. La scatola dei desideri me l’ha data il mio amico S. e dentro ci sono film. Decine e decine di dvd che arrivano da festival e rassegne internazionali, tutte cose che non si vedranno mai né al cinema né in tv.
Allora oggi, mentre fuori rotolavano in cielo nubi bianchissime e spavalde, avendo annusato la pioggia come un pavido cane da pagliaio, ho aperto la scatola e ho preso uno degli ultimi film. (Giusto domani devo restituirla a S., ma ce l’ho da mesi e ormai ho visionato quasi tutto quello che la scatola contiene.)
Così ho visto un film svizzero. L’ho guardato ricolmo di tenerezza e disponibilità. Con che altro sentimento si dovrebbe guardare un film svizzero?
C’era del garbo, c’erano delle idee, gli attori erano bravi, ma, nella sostanza, un film non riuscito.
Ciononostante, mentre, pur non vedendole, sentivo che le nuvole, fuori, complottavano sinistre, io ero contento. Contento di essere sperduto sul divano a osservare, come fossero pesci bianchi che nuotano sotto il pelo dell’acqua, i titoli di coda di un mediocre film svizzero.
Allora ho pensato a Peter Handke e m’è venuta voglia di andare a cercare un suo libro. Non subito, però. Prima mi sono fatto un caffè. Ho bevuto il caffè e poi sono andato nell’altra stanza a cercare fra i libri “Saggio sulla giornata riuscita”, l’ho trovato subito, sebbene quella stanza lì, che una volta era il mio studio, ora è molto cambiata e ogni volta che ci entro mi pare di invadere uno spazio altrui. Ma questa è un’altra storia. Ho acceso la lampada, perché nel frattempo le nuvole s’erano fatte grigio piombo, mi sono seduto sul divano rosso e ho cominciato a sfogliare il piccolo libro di Peter Handke.
Vuoi vedere, mi dicevo, che mentre vago un po’ alla deriva in queste inconcludenti giornate invernali, senza saperlo ci scappa o ci è scappata una Giornata Riuscita?
Così ho letto alcune delle parti del libro che avevo sottolineato a suo tempo (esattamente nel 1996, quando l’ho comprato, come ho scritto sulla prima pagina).
“Nella giornata riuscita un’abitudine verrà tralasciata, un’opinione verrà cancellata, e io rimarrò sorpreso, dalla giornata, da te, da me stesso.”
Ho riflettuto un po’ su queste due righe, mentre fuori cominciava a piovere forte.
No, non ci siamo, ho pensato, se le cose stanno così, non sono passato dentro nessuna giornata riuscita, negli ultimi giorni. Il mio Io-giorno non si è ancora aperto all’Io-mondo. Il mio verbo non è ancora “lasciar essere”.
Poi mi sono dovuto alzare per chiudere le tapparelle, ché veniva giù una specie di tempesta.
Dopo aver chiuso le finestre mi sono messo a scrivere, mentre la pioggia di stravento (o forse la grandine) furoreggiava sul tetto.
Quando scrivo sto bene. Quando scrivo ho delle idee e quando arrivano le idee non ci sono immagini, solo luce.
Forse è poco per fare di una giornata una giornata riuscita, ma è abbastanza per non farne una giornata sprecata.

© Giovanni Pannacci, 2021

 

Giovanni Pannacci

Giovanni Pannacci, laureato in lettere moderne con una tesi in antropologia visuale, è specializzato nell’insegnamento dell’italiano agli stranieri e in passato si è occupato di certificazioni linguistiche.
Ha tenuto laboratori di scrittura creativa, teatro e cinema in ogni ordine di scuola.
Attualmente insegna in una scuola di Rimini.
Ha curato varie antologie e pubblicato numerosi racconti. Ha pubblicato il libro intervista con Paolo Poli “Siamo tutte delle gran bugiarde” (Perrone 2009) e i romanzi “La canzone del bambino scomparso” (Perrone 2012) e con Fernandel “L’ultima menzogna” (2016), “La donna che vedi” (2019) “Noi siamo qui” (2021).

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