La felicità mi ha sorriso, ma andavo di fretta di Davide Grittani

Milano sa incutere soggezione. Sembrava che tutti avessero la faccia da emigrato, faticavo a disperdere l’aura da terrone che marca la differenza tra chi la città l’ha ereditata e chi ha dovuto sudarsela. Ma quella volta no, per una notte sono stato il padrone della città. La felicità mi sorrise a un concerto, ma andavo troppo veloce per accorgermene.

«Ma tu a Milano che sei venuto a fare?» Come un succo gastrico, ogni tanto questa domanda risaliva l’esofago e ustionava il palato. «Che sei venuto a fare?» E più saliva più diventava breve e incandescente. Come quei cani che dopo aver abbaiato per ore a un certo punto cominciano a ringhiare, ribadendo la loro ostilità ma senza manifestarla nuovamente. «Cosa cercavi?» Sempre più corta. Fino a scomparire negli sguardi, lasciando che fosse la mimica a ereditarne la ferocia. Già, ma ora che ci penso «perché ci sono andato?»
Sono passati trent’anni da quel goffo tentativo di emigrazione e, nonostante la mia vita possa dirsi grossomodo realizzata altrove, a quella domanda non ho mai saputo rispondere se non versando alla sorte il resto di tre col riporto a capo di una certa quantità di dubbi. Certo, ci sono stato. Per quasi quattro anni. E lì ho isolato (come un virus) la velleità di procurarmi da vivere scrivendo. Ho fatto esperienze. Conosciuto una città orgogliosa e ferita che faceva la muta ogni giorno, nascondendosi dalle sirene più che dalla vergogna (erano gli anni di Mani pulite, per strada le volanti passavano più frequenti dei tram). E poi? Dov’era la Milano in cui poteva succedere di tutto, la città che sapeva darsi agli sconosciuti come le escort avrebbero imparato a fare coi premier? Quando stavo a Milano – perché a Milano si sta, pochi possono dire di viverci – mi sembrava che tutti avessero la faccia da emigrato. Milano sa incutere soggezione, per schivarne gli effetti andavo in giro col lasciapassare della pietà cercando di rimanere a galla nel ventre che cominciava a gorgogliare i primi movimenti peristaltici leghisti. «Signor de Vimodrun, fa’ morir tutti i terun» sussurravano nella linea rossa della metro, una nenia che aveva il compito di esorcizzare un’invasione – la mia, la nostra – già incontenibile. Per passare inosservato indossavo quasi sempre un trench e un cappello a falde larghe, un Borsalino comprato non ricordo come (intendo con quali soldi) in galleria, ma nonostante i tentativi di mimetizzarmi tra la folla faticavo a disperdere quell’aura da terrone che marca la differenza tra chi la città l’aveva ereditata e chi avrebbe dovuto sudarsela. Quella volta no, però. Per una notte sono stato il padrone di Milano. La felicità mi ha sorriso, ma andavo troppo veloce per accorgermene.

Manifesto Fossati, Tour 1990

Avevo da poco ottenuto l’iscrizione all’Ordine dei Giornalisti, quel tesserino così inutile eppure così virile sortiva su di me lo stesso effetto della cocaina di cui tutta la città parlava senza che ne sospettassi nemmeno il sapore. In viale Monza c’erano i manifesti del concerto che Ivano Fossati avrebbe tenuto qualche giorno dopo all’allora PalaTrussardi, gli strilli garantivano «Serata speciale», specificando «Ospiti grandi gruppi e cantautori»: un lettering che, dinanzi alla minacce della pubblicità moderna, impallidirebbe. Pensai che fossero niente più niente meno che fascette editoriali, quelle protesi commerciali che sostengono le ginocchia dei libri che non ce la fanno a stare in piedi da soli. Chiamai l’organizzazione e chiesi un accredito, ma quando mi domandarono «per quale testata?» mi crollò addosso quel piccolo mondo antico che stavo cercando di trapiantare nella metropoli. Cosa avrei dovuto rispondere? Per me i giornali erano un miraggio, un’entità da cui mi sentivo attratto e respinto allo stesso tempo. D’istinto dissi «… Corriere della Sera», e dall’altra parte sentii distintamente «e siamo a otto». In che senso? «Con lei otto accrediti per il Corriere, mi auguro facciate almeno tre pagine per il concerto». Eccola Milano, esci di casa che sei un terrone e torni che fai l’inviato al Corriere (senza che il Corriere lo sappia).
Il palazzetto era una palestra un po’ più grande, messa male sia fuori che dentro. Ma saranno state le luci rarefatte, il posto riservato alla stampa, la convinzione – del tutto errata, chissà poi perché – che mi sarei trovato insieme a pochi sfigati comunisti (invece fui costretto a sgomitare, tanta la gente), sarà stato che al mio arrivo era già tempo della Pianta del Tè, saranno state queste cose ma sentivo che la mia Milano cambiava per sempre. Insieme a Fossati sul palco c’erano anche Yo Yo Mundi, Modena City Ramblers, Enrico Rava, Mau Mau, Afterhours, Youssou N’Dour e per alcuni duetti Fiorella Mannoia e Tosca. Tutto lì, tutti insieme. Ne ho visti molti altri di concerti di Fossati, in molte città e in molte altre formazioni e condizioni. Ma quella volta riscrisse i confini tra cantautorato e sperimentazione, si mostrò per quello che era: uno musicalmente avanti, secoli avanti. Nessuno poteva permettersi di tenere insieme tutte quelle anime ribelli, solo lui poteva farlo concedendo che ciascuna interpretasse una delle sue canzoni. Quella sera nacquero i Disertori, l’omaggio più interessante che alcuni artisti abbiano rivolto a un loro collega. Una straordinaria alternanza di voci e strumenti fino a La volpe, quando Fossati riprese la scena mettendo tutti spalle al muro, come minacciati da un testo così piccolo e così solenne. «Che cos’è quell’ombra in fondo al viale di casa mia… ». Venne giù il palazzetto, cori, ovazioni e scene di delirio a cui pensavo di non dover assistere, fino al trittico finale composto da I treni a vapore, E di nuovo cambio casa e La musica che gira intorno. Buio, altro lunghissimo applauso che tutti pensavamo fosse preludio al ritorno sul palco. Ma a quei tempi gli artisti non andavano in televisione, il loro rapporto con la gente era più libero, più cinico. Nessun bis, si accesero le luci. Il palazzetto prese a svuotarsi, come possono svuotarsi le conchiglie in cui è rimbalzato tutto il mare del mondo.
Alcuni giornalisti al mio fianco si trasferirono nel backstage, un omone stabiliva chi aveva diritto di accedervi e chi no. Ero certo che quel passaggio mi sarebbe stato inibito, quando uno che per il Corriere scriveva davvero (e del quale non ricordo più il nome) mi invitò a seguirlo. Stavo per essere ammesso al secondo piano della Milano che non avevo nemmeno provato a scalare, al rettilineo senza passare dal via. Promosso a quella cosa indefinita che chiamavano «la vera Milano», un fantasma di nebbia che aleggiava sulla testa degli operai e delle mignotte di viale Zara quando tutti andavano a dormire (e loro cominciavano il turno). Quel “collega” tese la mano per portarmi oltre la frontiera, come oggi si fa con gli immigrati veri. Lo seguii come si seguono i parenti che garantiscono per noi, in fondo anche Milano è provincia, così capiente e confusa, ma anche così borgo e bottega, favola e misfatto. Mi aggirai per mezz’ora tra gli addetti ai lavori, giocando a interpretare un ruolo a cui mi stavo affezionando. Poi arrivò Fossati, “il comandante” sceso dal vascello a prendersi i meriti di un assalto così schiacciante da sembrare storico. Come quando attratte da un odore incomprensibile agli umani le mosche si precipitano sulla polpa, poco alla volta vidi arrivare tutti i musicisti che lo avevano accompagnato durante il concerto. Uno dopo l’altro, pochi minuti e dietro il palco si assembrò (allora si poteva, anzi si doveva) quasi tutta la musica italiana. Riconobbi Tosca, all’epoca compagna di uno dei musicisti di Fossati (un sentimento che oggi non saprei dire, ma che allora mi parve così forte da mettermi imbarazzo). E Fiorella Mannoia, con uno zaino di pelle e qualcosa di lana sulle spalle «… perché sta cominciando a piovere». Sembravo un birillo, lì lì per andare a terra sotto i colpi dello stupore che rotolava come una palla. Voltandomi trafissi la schiena di Enzo Jannacci col gomito, lo riconobbi perché mi fissò a lungo e chiese (a Fossati) chi fossi. Fossati sorrise, ma le domande a cui doveva rispondere erano così tante che finì per ignorare il mio puerile ingombro. Jannacci mi chiese una penna, doveva «scrivere un biglietto». Io avevo una Montblanc, solo quella. Una Montblanc che la mia ex mi aveva regalato prima di lasciarmi, un passaporto per la gloria senza che contenesse alcuna gioia. Sapeva che volevo fare il giornalista, anzi lo scrittore. Quando lo ripeteva, innanzi tutto a sé stessa cercando di vaporizzare i miei sogni con la praticità di certe donne, modulava il suono in modo che apparisse ancora più bufo, inaccessibile. «Scrittttoooooreee». Così pensò di mettermi nelle migliori condizioni estetiche per poterlo fare, regalandomi una penna che insieme era un’asta e una clava, trampolino e lucchetto. E io, da buon terrone, portavo in giro la sola emancipazione di cui potevo vantarmi. La mia Montblanc, testimonianza di un amore defunto e di un lutto non ancora elaborato. Jannacci non se ne curò, scrisse e la passò a Tosca. Giacché serviva anche a lei. Fu Tosca a chiedermi «me la regali?», e in un’orgia di provincialismo e generosità pensai di cedere e passare alla storia come quello che aveva regalato la penna della miglior ex a una qualunque post. Dissi che non potevo, che sarebbe stato un «brutto gesto da parte mia». Intervenne Mario Arcari, il maestro che aveva firmato i fiati in tutti i dischi e i concerti di Fossati. Le disse «lascialo stare, poveretto», e le porse una Bic. Io Montblanc, Tosca Bic. Milano era lì, nel sottosopra della clessidra che in una notte riporta il proletariato al governo e l’elite in fabbrica. Ero così preso dal successo della Montblanc che non mi accorsi che la Mannoia stava parlando con Enrico Ruggeri, piuttosto animatamente. E che Ruggeri, a un certo punto, fu preso per un braccio da un signore alto quanto lui, più curvo nel fisico e molto cupo nei toni, che aveva accanto una bionda solare e dall’aspetto leggero, quasi felice. Si girò verso me, che aspettavo ancora che Jannacci mi restituisse la Montblanc. E fu allora che lo vidi, e lo riconobbi. Fabrizio De André, con lui Dori Ghezzi. E quando Jannacci stava per consegnarmi la Montblanc, De André gli prese il braccio e chiese «di chi è? Me la presti un minuto, devo segnare un numero …». Jannacci indicò me, col trench comprato ai saldi in via Torino e il Borsalino che tradiva le mie origini (a volte penso siano stati i terroni come me a inventare le denominazioni Doc e Dop, quelli che basta guardarli per capire da dove vengono). De André mi chiese se potessi prestargli la Montblanc, una penna che avrebbe dovuto appartenere a un “tentativo di scrittore” e invece rischiava di diventare “bene materiale dell’umanità”. Come avrei potuto dirgli no, anche se ero lì per il mio (vero) cantante preferito. E non era lui. «Tenga maestro» improvvisai, lui si scansò ironizzando e chiese «sta parlando con te, Enzo?». Erano tutti intorno a me, e io la scimmia da gabbia che cingeva un bastone facendo cose ridicole e pericolose. Il mio bastone la Montblanc, Milano mi stava consegnando le chiavi del Duomo ma io avevo le tasche bucate, non me ne accorsi. In quella confusione pensavo solo a lei, a chi andandosene aveva imposto la sua presenza più di qualsiasi altra cosa. Pensavo alla proprietaria della Montblanc, che invitandomi a scrivere forse stava esortandomi a scriverle. Erano tutti intorno alla gabbia, in attesa del numero di mezzanotte. Quello in cui la scimmia riemerge un po’ assonnata e manda via tutti brandendo il bastone. Tutti intorno alla gabbia, compreso la felicità. Ma io andavo troppo veloce per accorgermene.
Fuori al PalaTrussardi trovai una cabina. Infilai due gettoni e le telefonai. Rispose ma non mi diede il tempo di balbettare altro che «non ci crederai …», riattaccò. Anni dopo Fossati e De André avrebbe trovato il tempo per far un disco insieme, ma anche per litigare. La ragazza della Montblanc dicono abbia avuto due figli da un avvocato. Io tre, da due mogli diverse che però si chiamano allo stesso modo. E forse ce l’ho fatta a vivere di parole, scrittore preferirei di no per il pudore che si deve a chi lo è stato (e lo è) per davvero. Il PalaTrussardi chiuse nel 2011, lo abbatterono due anni dopo. A trent’anni da quel concerto, della città che ho bevuto tutta d’un fiato non c’è più nemmeno il bicchiere. Quando mi chiedono «ma tu a Milano che ci sei andato a fare», ammesso che trovi una risposta – qualunque sia – non so dirla senza provare uno strano groviglio di nostalgia e amarezza, un filo spinato che gratta le viscere nel tentativo di inciderle. Come se mi avessero espulso da un processo a cui, in realtà, sono stato io a scegliere di non appartenere. Col tempo ho estratto le spine con le pinze. Quel gomitolo di mestizia e curiosità non è lievitato negli anni perché me ne andai via così, senza un vero perché, ma perché mi sono sempre chiesto come sarebbe stato se mi fossi almeno un giro su quel treno della felicità. Con Jannacci capostazione e tutte le persone intorno vagoni che aspettavano di riempirsi. Spesso penso che forse ci sarebbe stato posto anche per me, ma quella notte non me la sentii. Avevo bisogno di telefonare, di tornare nella gabbia. A dare spettacolo.

© Davide Grittani, 2021

 

Davide Grittani (Foggia 1970) è pugliese, padre di tre figli e indegno amico della grande Barbara Garlaschelli. Oltre a Milano ha visto molte altre città, anzi dice di essere stato in 51 Paesi del mondo. La Montblanc l’ha persa, come si perdono tutte le cose a cui si giura fedeltà eterna.

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