La donna che viveva due volte di Roberta Lepri

«Un mazzo di insalata a tre lire» era la sua frase preferita: minimo sforzo e massimo risultato. La gente si avvicinava, attirata dalla bellezza di quello scandire musicale e dal verde del vegetale pubblicizzato a prezzo conveniente, e rimaneva poi intrappolata da zucchini, fagiolini, pomodori e bietole esposti con cura. Quella ragazza di campagna aveva un gusto incredibile.

Vendeva sorrisi, più che altro. Vendeva e improvvisava un passo di danza. E ognuno era felice di tornare a casa con la borsa carica anche di quelli.

Sulla via del ritorno la ragazza si guardava in silenzio i piedi scalzi e fangosi. Il carretto era vuoto, la mente leggera. Le scarpe le conservava per la domenica perché erano una tortura. Quando la mattina si alzava dal letto le facevano già male i piedi, neanche avesse passato la notte a ballare.

Le andava bene così: solitudine, fatica e tutto il resto. L’importante era arrivare prima del tramonto. Accarezzava con lo sguardo la porta di casa che vedeva in lontananza, il legno vecchio che avrebbe avuto bisogno di una sistemata, e le canne dei pomodori che spuntavano dal retro dell’orto. Varcava la soglia e pensava a tutti quei poveri mercanti che si erano affannati nella piazza insieme a lei, alle servette, ai garzoni, ai macellai. Tutta quella gente, quelle povere vite. Sorrideva. Lei era diversa. Guardava la lampada a olio, il tavolo un po’ sghembo, i muri scrostati. E davanti allo specchio del comò, appena giunta la notte, l’espressione del suo viso diventava trionfante.

Il medico rimise nella borsa i suoi strumenti, gettando al Conte un’occhiata sconsolata. Si strinse poi nelle spalle, contrito. Aveva auscultato la paziente appena si era risvegliata, e non c’era niente in lei che non andasse. Polso, temperatura, riflessi: tutto in ordine. Adesso la donna aveva riaperto gli occhi, tra il sollievo dei presenti, dopo alcune ore di catalessi mortale. Le domestiche asciugarono le lacrime e riposero i rosari nelle tasche dei grembiuli. Poi lavarono i piedi perfetti e fangosi della contessa e si allontanarono in silenzio, come se niente fosse successo. Come se quella condizione della padrona fosse una vergogna per tutte loro.

Da sveglia non era un’eccentrica, la contessa Graziani. Non aveva alcuna colpa. Era solo una donna bellissima, malata di una malattia sconosciuta. Una forma di nottambulismo che la faceva cadere come morta alle prime luci dell’alba, sfinita, dopo essere stata in piedi a ballare nei campi per ore. Dopo, non ricordava niente.

Il dottore fece per uscire. Tutto avrebbe trovato una spiegazione, un giorno. Anche la frase che diceva a ogni risveglio: «Un mazzo di insalata a tre lire».

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