Kàukokaipuu di Euro Carello

Le ultime strisce di notte si sfarinano lente sopra i tetti, un sole guardingo fa capolino tra i comignoli della casa di fronte, ma l’aria è umida e gelata, si infila sotto il pigiama e mi raffredda la schiena.
Il cuore è già freddo di suo.
Piegato in avanti, i gomiti puntati sul marmo freddo del davanzale, dalla finestra aperta lascio scorrere gli occhi svogliati sul traffico pigro, quasi inesistente. Regione in fascia rossa, un’altra volta.  D’accordo che questa è sempre stata una via tranquilla, ma fa impressione. Il silenzio è denso e opprimente, rotto solo dal gracchiare sgraziato di una cornacchia che lascia la magnolia per appollaiarsi sull’antenna della tv, sopra le tegole grigie. Sono solo le sei del mattino, anzi, neppure.
Da quando è iniziata questa nuova clausura non riesco più a dormire bene, mi sveglio cinque o sei volte per notte e appena inizia a fare chiaro, per tenere a bada l’angoscia mi alzo e mi piazzo alla finestra. Lavoro anche così, lasciando vagare gli occhi e cercando di pensare: sono un pubblicitario. Un copy, per l’esattezza, abbreviazione di copywriter. Penso, rifletto e magari butto giù qualcosa, se ci riesco. Frasi, parole, slogan. Sono uno dei fortunati dello smart working. Fortunato due volte, perché #iorestoacasa per me vuol dire una casa grande, un fazzoletto di giardino, buon cibo (beh, buono… da asporto o surgelati a gogo, perché oltre la pasta al burro non mi sono mai spinto) internet, serie TV come se piovesse. E che mi manca?
Facile: lei, Clara.
Che l’ultima volta che ci siamo visti mi ha buttato lì un perché non ci facciamo un weekend in Maremma. Per poi partire a raccontarmi metro per metro questo agriturismo sensazionale di cui ha sentito parlare da un’amica. Uno di quelli veri, eh. Non un hotel travestito, dove tra campi da tennis e piscina hanno risparmiato uno scampolo di terra per l’orto e due meli e si spacciano per contadini. Il posto l’abbiamo poi visto su Internet. Muri spessi con mattoni a vista e camino, travi autentiche di un paio di secoli, la stalla per il latte agli ospiti, il forno che sembra uscito da un film di Olmi. Ce ne siamo innamorati subito e abbiamo programmato tutto. Dovevamo solo scegliere la data.
Poi è arrivato il Covid19.
Così lei è rimasta a casa sua. Con quella strega di sua madre, che ha tanto bisogno di lei e si sente tanto sola. E io qui, da solo. Con la tv 54”, Internet con la fibra, qualche buona bottiglia e troppi libri che non ho mai avuto tempo e voglia di leggere. A ripensare al nostro viaggio mancato e a quel posto, che dopo mille visite virtuali ormai conosco meglio del webmaster. La sala da pranzo con le sedie massicce e gli scaffali con le bottiglie impolverate, il portico con le travi a vista per le sere d’estate, la cuoca più larga che alta con un sorriso da qui a lì e un quintale di tagliatelle appena fatte. E poi le camere. Siamo stati indecisi a lungo, poi abbiamo scelto quella d’angolo, perché si poteva vedere da un lato il tramonto e dall’altro il luccicare del lago, così bello nel sole. E aveva anche le lenzuola a fiorellini alla provenzale, che a Clara piacciono tanto.
Lo so che è assurdo, ma mi dà nostalgia.
C’è quella parola finlandese… kaukokaipuu. Descrive l’emozione che si prova quando si vive la nostalgia di un posto in cui non si è mai stati. Ecco, è proprio così. E allora sto qui, a guardare dalla finestra, con lo stomaco annodato e il cuore pesante. Però ogni tanto l’occhio mi scappa al cellulare, lì sulla scrivania, il cavo di ricarica attaccato, la custodia a libro spalancata sul piano di noce scuro. Non lo tocco da due giorni, ignorando squilli, messaggi e vibrato.
Perché lo so che cosa vedrei, se lo aprissi: la schermata di quando l’ho chiuso.
Clara tutta sola in quel letto troppo bianco e troppo grande, le mani abbandonate sul lenzuolo, il comodino con i libri e il bicchiere. E sotto i libri, la foto di sua madre. Ma nascosta, perché Clara lo sa, che anche se da quando abbiamo divorziato sono passati due anni, vederla mi fa ancora male. E sul letto, l’ombra di quell’infermiera gentile con gli occhi tristi, che mi ha mandato quest’ultima foto, prima di toglierle l’intubazione. Tanto ormai a mia figlia non serve più.

© Euro Carello, 2021

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