Judith e l’unicorno di Roberta Lepri

Eccola lì, sua nipote. Ancora in lacrime, seduta per terra a mangiarsi le unghie in quella cameretta ormai troppo piccola e piena di pupazzi che, ne era certa, la ragazza avrebbe voluto buttare via. Se solo avesse avuto il coraggio ma non lo aveva. Forse le somigliava, pensò Giulia abbozzando un sorriso.

Sua figlia l’aveva chiamata il giorno prima per il solito breve messaggio di emergenza: «Ci risiamo». Giulia aveva sospirato, calcolando quanto le sarebbe costato. Pensò più che altro alla rinuncia a quella mostra che avrebbe dovuto visitare nel fine settimana e per cui aveva prenotato da mesi, poi aveva risposto «Arrivo domani». Aveva guidato fino all’aeroporto di Pisa ed era salita sul volo per Bruxelles, il solito low cost di cui acquistava una scorta di biglietti a prezzi stracciati all’inizio di ogni semestre. Ormai al check-in la riconoscevano, le sorridevano e la facevano imbarcare anche all’ultimo momento. La signora perfetta dai capelli bianchi con il trolley verde smeraldo, fresca di messa in piega e sempre sorridente.

«Ciao, tesoro.»
Le rispose un sospiro misto a un singhiozzo, misto ad altro, forse si trattava del rumore del moccio che veniva asciugato su una manica. Sapeva che non doveva dire niente, solo aspettare. Come sempre sarebbe accaduto quella specie di miracolo per cui loro due dal nulla avrebbero generato sintonia, solo stando vicine. E sua nipote le avrebbe detto qual era il problema. Il problema insormontabile che la sprofondava in quel fango nero che le impediva di mangiare, di studiare e di fare qualsiasi cosa che non fosse piangere. Intanto che aspettava girò gli occhi nella stanza immersa nella penombra. Conosceva esattamente lo stato d’animo di Judith. Perché poi sua figlia avesse voluto chiamarla come la Garland per lei rimaneva un mistero. Sandra diceva che era per via del dipinto della Gentileschi, Giuditta e Oloferne. Allora perché trasformarlo in inglese? Sua figlia, la storia dell’arte e le complicazioni: la carriera, la vita di corsa, la vita lontana. Si vede che aveva ritenuto importante etichettare la bambina come paladina del genere femminile. Sua figlia e gli uomini, un’abbinata che prevedeva sempre la testa tagliata di qualcuno sul vassoio. Lei non la capiva, proprio come Sandra non capiva Judith. L’amore per esprimersi doveva saltare sempre una generazione. Restò in attesa.
Dopo qualche minuto le parve che sua nipote si stesse rilassando. I singhiozzi erano finiti, il respiro stava diventando regolare. Poteva trattarsi del tradimento di un’amica. O magari il solito Richard. Erano due anni che Judith si struggeva dietro a quel ciuffo con i brufoli ottenendo qualche rara illusione e una serie di quotidiane delusioni.
Ripensò alla sera del concerto di Lou Reed. La sua mente ci ritornava ogni volta che Judith andava in tilt. Si era ritrovata a quindici anni davanti all’ingresso del parco, in lacrime, senza un soldo, abbandonata dagli amici e da quello che considerava il suo ragazzo. E fu allora che arrivò quell’uomo alto, elegante, sbucato dal nulla e con un pastore maremmano al guinzaglio.
«Signorina, posso aiutarla? Le è accaduto qualcosa?». Lei scosse la testa. Gli occhi imploravano, il corpo tremava e intanto la testa diceva di no. No che non ho bisogno del tuo aiuto, chi ti conosce. Sapeva bene che cosa potevano volere da lei gli uomini e a cosa fosse dovuta la loro gentilezza. Chiuse la camicetta e ringraziò il cielo di avere una gonna lunga a proteggerle le gambe. L’uomo scosse la testa, tirò a sé il cane e indicò una panchina. Lei si sedette solo perché era stremata e non avrebbe saputo che altro fare. E già che c’era cominciò tra le lacrime elencare a quello sconosciuto tutte le proprie disgrazie adolescenziali. La scuola, i genitori, le amiche. E poi l’amore, oh già: l’amore. L’amore, cazzo. «Ma che vi hanno messo, un sasso, qualche cosa nel cuore? Che accidente vi credete di fare voi uomini?»
Lui avrebbe potuto arrabbiarsi o scoppiare a ridere per quel mucchietto d’ossa aggressivo e piagnucoloso, invece restò un poco in silenzio. Poi arrotolò il giornale che aveva in mano e lo posizionò sulla testa del cane, che si era messo, docile, tra le sue gambe.
«Signorina, lei sa cos’è un unicorno? Magari avrà visto qualche illustrazione sui libri di favole. No? Allora glielo dico io. È un animale puro, gentile, generoso, leale e pieno di amore ma anche molto raro. Eppure guardi, eccolo qui, Un perfetto bianco unicorno. Ecco, se le piace questo tipo di animale, io le consiglio di evitare gli altri, le volpi scaltre, i cinghiali aggressivi, i gatti che si affezionano poco e perfino i cani, se sono troppo docili. E non dia retta a chi le dice che gli unicorni non esistono, perché io le assicuro che, per quanto rari, ci sono. Raffaello Sanzio ne ha dipinto uno in braccio a una ragazza che le somiglia molto. Io non credo alle coincidenze, sono antiquario e mi intendo d’arte, mi creda, lei mi pare proprio una ragazza da unicorni. Quindi adesso sia brava, vada in cerca del suo.» Quindi si alzò, le mise in mano il denaro necessario per tornare a casa e se ne andò.

«Nonna?»
«Sì, tesoro, dimmi.»
«Raccontami dell’unicorno.»

©Roberta Lepri, 2020

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