Ju yon di Roberta Lepri

Il primo giorno stava bene. Era tutto normale, come se non fosse accaduto niente. Anzi, si sentiva sicura di sé e in gran forma. Sua madre le chiese se si fosse misurata la febbre.
«Non hai un bell’aspetto. Sembra che tu abbia appena ammazzato qualcuno.»
Lei non disse niente, si chiuse in camera ad ascoltare Frank Zappa.
Il secondo giorno mangiò molto più del normale. Glielo fece notare la migliore amica, aggiungendo che per smaltire tre piatti di carbonara avrebbe dovuto pedalare per tre mesi. Lei finì la cena che aveva ancora fame.
Il terzo, il quarto e il quinto non riuscirono a restarle in mente, se non per le etichette del vino che si era bevuta. Oltre ad avere fame, scoprì così di avere tanta sete.
Il sesto giorno la colse di sorpresa con una malinconia che non sapeva spiegare. Si era tolta dalle palle uno stronzo bugiardo traditore, si sentiva perciò molto orgogliosa. Aveva fame, aveva sete, era un po’ triste.
Chiuse la settimana con un colloquio di lavoro andato male. La sera vide un film bellissimo, mangiò cinese e pensò che quelle tre cose a lui non poteva più raccontarle. Meno male, meno male, tanto non gli sarebbero interessate. Fame, sete, tristezza e nostalgia: vita di merda.
L’ottavo giorno portò come novità la perdita di un dente.
Al nono iniziarono a caderle i capelli ma non le importava.
Al decimo giorno, a forza di stropicciarsi gli occhi, non aveva più ciglia.
Giorno undici. Chissà lui dov’era.
Dodici, vagava per casa, vagava per strada, vagava nei corridoi dell’università. Il suo pensiero ricorrente era: sto galleggiando.
Tredicesimo giorno, fece una festa. Invitò le amiche, amiche delle amiche e nessun uomo. Le dissero poverina. Le dissero hai fatto bene. Le riempirono il bicchiere.
Al quattordicesimo giorno lui le mandò un messaggio. Lei lo lesse e le rispuntò il dente, le crebbero i capelli e le tornarono di colpo ciglia lunghe lunghe.

©Roberta Lepri, 2019

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